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Philip Roth

Traduttore: N. Gobetti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2014
Pagine: 178 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806218317
  Se politica e verità raramente si accompagnano, la letteratura assume spesso il ruolo di denunciare e, soprattutto, di smascherare i modi e i linguaggi con cui il discorso politico esercita le sue forme di mistificazione. La satira e il pamphlet, l'ironia e il paradosso, sono soltanto alcune delle sue armi. In questo romanzo difficile da definirsi come tale (e strutturalmente molto diverso, ad esempio, da Pastorale americana, Einaudi, 1998, e Complotto contro l'America, Einaudi, 2005), scritto nel 1971 con il titolo originale di Our gang (Starring Tricky and his friends) e ora in italiano nell'ottima traduzione di Norman Gobetti, Philip Roth rappresenta e deforma alcuni momenti nevralgici della politica del presidente Nixon, dando all'ipocrisia della sua comunicazione (e di quelli che lo circondano, portavoce e ammiratori: his friends, appunto) i toni dell'assurdo e del grottesco. Come in un fumetto, innanzitutto, Nixon è un personaggio dal nome storpiato e parlante: si chiama Trick (che in inglese sta per "trucco", "inganno", ma anche per "affettazione") E. Dixon; e così gli altri: il nome del ministro della Difesa Melvin R. Laird diventa Lard, "lardo"; il ministro degli Esteri William P. Rogers si trasforma in Codger, "brontolone"; il ministro della Sanità Robert Finch è cambiato in Fickle, "volubile". Tali sono soltanto alcuni interpreti di questa pantomima che vede il presidente (nella sua strenua politica antiabortista in nome della "santità della vita umana", contro i boy scout che lo accusano di adulterio, rappresentato tronfio in divisa da baseball o nelle ambigue prese di posizione sulla guerra in Vietnam) intento a dialogare con una serie di strani figuri chiamati a interpretare il "cittadino americano", oppure i suoi ingenui elettori, anch'essi dai nomi eloquenti, e dei quali la traduzione italiana rende bene l'ironia, per così dire, allegorica: Mr Sagace, Mr Leccaculo, Miss Incantevole, Mr Fattivo, Mr Coglimi-in-contraddizione e così via. Questa sorta di pamphlet di Roth è dedicato a tutti coloro che ascoltano a bocca aperta i discorsi dei politici bevendone ogni promessa, che confondono retorica vuota e verità, grandi dichiarazioni di eroismo e buffonate, in nome di quello che sostenevano già Jonathan Swift e George Orwell, riportati in esergo nel testo, sulle distorsioni del linguaggio in molti ambiti dei rapporti umani. "Il linguaggio politico (…) è studiato per far sembrare vere le menzogne e l'assassinio giustificabile, e per dare una parvenza di solidità anche all'aria fresca", scriveva l'autore di La fattoria degli animali. Ovviamente non si può generalizzare, ma è opportuno assumere un atteggiamento critico. Qui punto di partenza è il discorso di Nixon di san Clemente (che diventa "San Dementia"), nell'aprile 1971, contro l'aborto appunto, e in difesa dei diritti dei "non nati". Si tratta di dichiarazioni che risultano stridenti nel contesto della politica e delle parole del suo corrispettivo fittizio Dixon, ad esempio a proposito dei civili vietnamiti uccisi nel 1968 nel villaggio di My Lai dal tenente Calley, il quale era stato inizialmente condannato all'ergastolo e ai lavori forzati e poi sollevato da questa pena, per ordine del presidente, con gli arresti domiciliari. "Ma se tra quei vietnamiti uccisi c'era una donna incinta?", è la domanda, ovviamente paradossale, del cittadino americano. Altrettanto paradossale è la risposta di Tricky: "Il tenente Calley è un americano che parla solo inglese, mentre la contadina di My Lai è una vietnamita che parlava solo vietnamita, i due non avevano alcuna possibilità di comunicare verbalmente". Del resto (e come non pensare a fin troppo scontate attualizzazioni?), l'astuto Dixon-Nixon non esita a tirare in ballo anche il cagnolino ricevuto in regalo dalla figlia, nel cosiddetto discorso di Checkers del 1952, quando era stato accusato di essersi impossessato di fondi elettorali a fini personali. "In tutta franchezza, signor presidente, siamo fuori strada, mi pare con quest'idea di usare la verità oppure il cagnolino", gli obietta il personaggio che prende il nome di Allenatore politico. "Il cane lo abbiamo usato, sì, e con notevole successo, e anche se non ho il fascicolo con me sono sicuro che una volta o l'altra in passato abbiamo usato anche la verità". Ma i toni più esilaranti del romanzo si raggiungono nella seconda parte, quando sono i modi della finzione ad avere la meglio sugli avvenimenti storici e a deformare completamente, seppure sempre a partire da osservazioni reali, la realtà delle cose. Tricky parla alla nazione: è "il celebre discorso 'C'è del marcio in Danimarca'". Occorre dare una svolta nel braccio di ferro tra Stati Uniti e il "governo pornografico" danese, liberando subito la cittadina di Elsinore, "dove sorge la fortezza popolarmente nota ai turisti come il casello di Amleto" (del resto, come ha potuto la Danimarca permettersi di contaminare questo luogo sacro? Sarebbe stato come "occupare il Missouri di Mark Twain o il meraviglioso vecchio Sud di Via col vento?"). Non si tratta, da parte degli americani di Dixon, di un'azione simbolica, quanto di una svolta "audace": la minaccia dell'invasione militare e, addirittura, del "bombardamento nucleare". L'ultimo discorso del presidente (altra perfetta parodia dello stile delle sue comunicazioni pubbliche) ci viene dall'Inferno, dove Tricky approda dopo essere stato dato politicamente e forse anche fisicamente per morto, in cui si dà da fare per essere eletto diavolo e si trova a competere con Satana, "mentitore e padre della menzogna", per ottenere "l'aumento dell'infelicità umana", per la conquista dell'iniquità e sui mezzi (soprattutto verbali) per raggiungerla. Chi potrà fermarlo? Solo l'angelo dell'Apocalisse, che verga la fine del romanzo, colui che gettò il diavolo nell'abisso e "pose il sigillo su di lui, perché non seducesse più le nazioni".   Chiara Lombardi  

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    diomede

    19/02/2015 15.13.39

    So bene che i signori della Einaudi fanno libri professionalmente da decenni e io sono soltanto un modesto lettore dilettante, per cui va a mio demerito il non aver capito il motivo per il quale sono state confinate tutte insieme in fondo al volume le numerose note esplicative che infarciscono questo libro allo scopo di far comprendere anche ai modesti lettori una serie cospicua di riferimenti all'attualità statunitense di oltre quaranta anni fa. Però, a prescindere dal motivo, sarebbe stato molto più agevole leggere questo libro se le note fossero state stampate a pie' di ciascuna pagina. Quanto al libro, ho la sensazione che i decenni trascorsi abbiano tolto inevitabilmente gran parte della forza a questo testo satirico, strettamente legato al momento in cui fu scritto.

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    Giuseppe Russo

    30/07/2014 11.55.02

    Tra le opere giovanili di Ph. Roth spiccano in modo particolare tre romanzi che sono stati trattati piuttosto male dall'editoria italiana in passato: «Letting Go» (1962), «The Great American Novel» (1973) e appunto «Our Gang» (1971). Forse, proprio in virtù del fatto che l'identità di Roth come autore era ancora "in fieri" e non aveva fissato con chiarezza le coordinate entro le quali avrebbe raggiunto i suoi migliori risultati, in questi romanzi incontriamo un Roth particolarmente satirico e semiserio, la cui proverbiale acidità ha modo di misurarsi con questioni di politica del momento, anziché insistere sui temi che poi diverranno costanti nella sua opera (il sesso, la malattia, il rapporto col padre). In questo contesto, «Our Gang» ci fa conoscere un Philip Roth che avrebbe potuto tranquillamente surclassare il miglior Norman Mailer, dato il modo in cui riesce a trasfigurare l'amministrazione Nixon (non solo l'ex presidente ma tutto il suo staff) in un'armata demoniaca sguinzagliata sulla terra da Satana in persona, allo scopo di permettere al lato peggiore della natura umana di scatenarsi senza freni.

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    massimo r.

    19/05/2014 21.17.15

    Insieme a Il grande romanzo americano è il libro più "anomalo" di Roth, e anche il più ostico per i non statunitensi. Inoltre sconta una certa immaturitá del grande scrittore che, rivelatosi con Portnoy, troverá col tempo la piena realizzazione del proprio stile e delle tematiche che costituiranno il suo inimitabile marchio di fabbrica.

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    Michael Moretta

    26/03/2014 01.24.12

    Se mai ci fosse stato bisogno di una conferma circa la genialità di Philip Roth questo piccolo libro ne è la prova. Pubblicato nel 1971, e quindi successivo al suo primo grande successo letterario, "Il Lamento di Portnoy", "La Nostra Gang" è una feroce satira del Presidente Nixon e dei suoi collaboratori e dimostra la incredibile capacità di Roth di variare il suo stile. Tutto in quest'opera è grottesco, esagerato e smaccatamente volgare. Il Presidente, Tricky, il suo vice ed i suoi collaboratori, i giornalisti, i cittadini. Tutti sono rappresentati come dei perfetti idioti ed interagiscono tra di loro provocando solo danni ed idiozie. Le note dell'autore alla fine del libro ci fanno capire che gran parte delle parole presenti nel libro sono ispirate a discorsi realmente avvenuti e pronunciati da Nixon o dal suo vice Agnew. Roth si prende amplissime libertà e li modifica a suo piacimento per riversare sulla figura del Presidente tutto il suo disprezzo di cittadino deluso dalla politica americana di quegli anni. Quindi si parla in primo luogo della politica estera americana negli anni della fine della Guerra del Vietnam e della preparazione della prima visita di un presidente americano in Cina. Poi si tocca il tema della proliferazione delle armi nucleari e dei programmi per incrementare la produzione di questo tipo di tecnologia ( il bombardamento della Danimarca pro-pornografia ) ed infine la difesa da parte di Nixon della vita fin dal suo concepimento e, di conseguenza, la netta contrarietà all'aborto della sua amministrazione. A questo proposito sommamente grottesca è la morte che Roth inventa per il presidente Dixon. Ma dove l'autore raggiunge il suo apice è nel discorso di Dixon per l'elezione a diavolo nell'Inferno! Stupendo! Un libro diverso dai soliti di Roth ma davvero imperdibile per chi ama questo autore. Una chicca da avere nella propria biblioteca!

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    Nicola Intrevado

    05/03/2014 21.32.11

    Ogni autore ha un neo. Persino Philip Roth ne ha uno, quindi. E bello grosso, piu' che un neo una orrenda verruca che fa brutta mostra di se' sul volto immacolato della sua grande quanto impeccabile produzione letteraria. Philip Roth : il mio autore preferito in assoluto, ma neppure se mi si torturasse con la fiamma ossidrica direi che ci sia un capitolo da salvare in questo, noiosissimo, lavoro del 1971, pensandoci bene, neppure un paragrafo, e se mi interrogo con assoluta onesta' di ammiratore : neppure una riga. Un libro che si puo' riassumere con una sola parola : inutile.

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