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John Brockman

Traduttore: F. Paracchini
Editore: Garzanti Libri
Collana: Saggi
Anno edizione: 2005
Pagine: 367 p. , Brossura
  • EAN: 9788811600213

John Brockman torna sul suo tema preferito, la "terza cultura" (cfr. "L'Indice", 1996, n. 3), con lo stesso metodo usato in Le più grandi invenzioni degli ultimi due millenni (cfr. "L'Indice", 2000, n. 9), ovvero utilizzando i testi raccolti attraverso il sito Edge (www.edge.org), da lui creato nel 1997 e che è ben presto diventato un punto di riferimento per molti scienziati e per molti divulgatori, ma anche per molti curiosi. Su questo sito gli interventi sono numerosi, anche se le opinioni e le tesi – nonostante l'apprezzamento di molti divulgatori (anche italiani) – sono spesso assai discutibili.

Come i suoi testi precedenti, anche I nuovi umanisti si basa su un'introduzione, seguita da una serie di saggi di scienziati più o meno noti. La maggior parte dei testi è costituita da interviste condotte direttamente dall'autore (o curatore?) e poi da lui stesso trasformate in saggi, altri sono testi apparsi sul sito. Conclude il volume una serie di risposte – pro e contro – al saggio che dà il nome al libro (apparso sul sito nell'aprile del 2002) e che ne costituisce l'introduzione.

Brockman, noto agente letterario specializzato in editoria scientifica, è abilissimo nel lanciare l'amo e nello stimolare molti pesci – scienziati, ma anche editori e lettori – ad abboccare, ma il risultato non è dei migliori e la terza cultura è ben lontana dal nascere (ammesso che possa nascere). A parte l'eccessiva autoreferenzialità degli autori, lo dimostra la disparità – contenutistica e stilistica – fra i testi raccolti, ma anche la loro discutibile importanza e la loro comprensibilità, quest'ultima forse peggiorata da una traduzione un po' faticosa, in cui però non mancano svarioni divertenti. (Un esempio per tutti: "il soffitto di vetro" – pp. 59 e 60 – è in realtà "la barriera all'avanzamento personale, soprattutto della donna", il che, visto che proprio lì si parla del rapporto uomo-donna in termini evolutivi, avrebbe dovuto essere ovvio).

Tutti i testi riguardano solo le discipline scientifiche e tecnologiche oggi più alla moda – dalla genetica evolutiva alle neuroscienze, dalla psicologia evolutiva all'informatica e cibernetica, dall'intelligenza artificiale alla cosmologia – e sono suddivisi in tre gruppi. La prima parte è dedicata all'Homo sapiens, la seconda alla Machina sapiens (ovvero all'evoluzione dell'elaboratore elettronico), la terza a Universi in evoluzione…(da quello informatico a quello reale). Pochi sono i testi davvero interessanti (ad esempio quello di Jared Diamond sulla storia dell'uomo), molti quelli faticosi e difficilmente comprensibili (ad esempio il testo di Lee Smolin sulla gravità quantistica o quello di Helena Cronin sulla natura umana; quest'ultimo porta addirittura a chiedersi se quelle riflessioni – più o meno ereditarietà vs. ambiente – non siano una sorta di déjà-vu). Più semplici e chiare sono invece le risposte al testo di Brockman che ha dato l'avvio al nuovo umanesimo e che costituiscono l'epilogo del libro; fondate risultano soprattutto le risposte critiche.

Tutto sommato varrebbe quindi la pena di riflettere sulla reale necessità di una terza cultura. Sarebbe forse più opportuno dedicarsi a diffondere la cultura scientifica, non sotto forma di divulgazione di tipo tradizionale, con presentazioni delle nuove scoperte scientifiche che si susseguono quasi quotidianamente e discussioni tra scienziati spesso incomprensibili, ma utilizzando il pensiero scientifico come mezzo e strumento per capire il mondo che ci circonda: "la scienza come cultura", appunto, e non una "terza cultura".

La tesi di Brockman è che oggi gli intellettuali – gli umanisti tradizionali – siano dei pessimisti che si limitano a riflettere e a riciclare le idee di altri, mentre gli scienziati sono ottimisti e continuano a porsi domande che sollecitano risposte: "La scienza trova le risposte e passa oltre". Ma l'ottimismo sulla scienza e gli scienziati è forse eccessivo, soprattutto se il grande pubblico non riesce a capire quello che accade. Del resto già nel 1992, in un'intervista a "Il Corriere della sera", Edgar Morin aveva affermato: "Credo che il divorzio tra la cultura scientifica e la cultura umanistica sia un fatto gravissimo. Perché la cultura scientifica è incapace di riflettere su se stessa e la cultura umanistica – che è capace di riflessione – non ha più grano da macinare, dato che oggi le conoscenze vengono ormai solo dalla scienza". Credo che la tesi di Morin sia fondata e quindi, più che pensare a una terza cultura, varrebbe la pena di sforzarsi per ripristinare il dialogo tra quelle che C.P. Snow aveva definito le "due culture", e magari andare a rileggersi il suo libro (in biblioteca, naturalmente) per capire meglio dove sta il problema.