Recensioni Oltre le usate leggi. Una lettura del «Decameron»

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    14/05/2020 20:04:50

    Intorno al settimo centenario della nascita di Boccaccio, nel 2013, i bilanci di filologi e critici erano soddisfatti: le nuove ricerche permettevano una lettura su base più certa di molte opere e si gettava ormai una luce nuova su molti aspetti dell’opera del certaldese, in particolare del capolavoro, di cui si poteva ormai apprezzare il dettato. E usciva direttamente in edizione economica un eccellente commento, coordinato da Alfano e Fiorilla. Ma il tentativo di leggere il Decameron in modi davvero rinnovati urtava contro una sostanziale subalternità nei confronti dell’operazione culturale attuata da Branca negli anni ’50-’60, all’insegna del “Boccaccio medievale”: nulla da ridire sull’etichetta, se non fosse che Branca se ne serviva per delineare nel Decameron una struttura ascendente, analoga a quella della Commedia, che culminava nella novella di Griselda come Dante chiudeva con la Madonna. Così un libro scandaloso veniva addomesticato, con l’ausilio di un’abile rete di reticenze e censure. Ora la lettura eterodossa di Lavagetto muove dal fatto che quel libro dopo settecento anni “continua a trasmettere ai suoi lettori un senso di vitalità debordante ed euforica” e cerca di rileggere nel testo i segni e le tracce di un riso radicale ed eversivo. La lettura lenta, meditata, esercitata sull’analisi di Freud, permette a Lavagetto di rendere conto, e di chiedere al lettore di rendere anche lui conto, solo a quanto è scritto nel “Decameron”; e allora, altro che percorso a Griselda, un personaggio che comunque esce trasformato da questo libro, su basi filologiche ed ermeneutiche più salde. Il libro, “cognominato Galeotto” perché volto a fornire alle sue lettrici utili consigli per dare ascolto al proprio corpo, ricomincia a farsi sentire in alcuni suoi nodi rimossi, e il medioevo di Boccaccio si rivela pervaso di “alte risa plebee di questo perpetuo carnevale”, come scriveva un De Sanctis precorritore di Bachtin.

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