Categorie
Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Edizione: 3
Anno edizione: 1998
Pagine: LIV-1314 p.
  • EAN: 9788804336723
PUSKIN, ALEKSANDR S., Opere

LOTMAN, JURIJ, Puskin. Vita di Aleksandr Sergeevic Puskin

recensione di Malcovati, F., L'Indice 1991, n. 7

È nato sotto una cattiva stella questo Puskin dei Meridiani: primo autore russo della collana (vergogna! rimedino al più presto i signori della Mondadori) è stato accolto così male dalla critica da domandarsi se non ci sia dietro una fattura o un maligno fato. L'idea di cominciare con Puskin è a suo modo coraggiosa: massimo poeta nazionale, non ha mai raggiunto in Italia popolarità (e di conseguenza tirature) simile a quella di Dostoevskij, Tolstoj, Cechov. Dunque ottima scelta e coscienza a posto sul piano delle precedenze. Primo intoppo: un volume di circa milletrecento pagine non può comprendere l'opera omnia dell'autore di "Evgenij Onegin*. Qualche cosa bisogna eliminare, non c'è scampo. E qui ogni critico ha detto la sua con malcelata spocchia. Perché due "piccole tragedie" e non tutte e quattro? Ah, c'è "La dama di picche" e non "Il negro di Pietro il Grande"! Dove sono finiti "I fratelli masnadieri"? Possibile che non si sia trovato posto per "La fiaba dello zar Saltan* che oltre al resto è stata proposta or non è molto nella sua versione musicale (di Rimskij-Korsakov, Teatro alla Scala, regia di Ronconi)? Giusto cielo, hanno ragione anche loro: antologizzare Puskin è davvero un delitto; in lui non c'è riga, non c'è frammento, non c'è incompiuto che non sia un gioiello di leggiadria e di compiutezza.
Detto questo, che fare? Dire all'editore: o due volumi o non se ne fa nulla? Ma, a parte l'ovvia riserva di tipo economico (quanti lettori sarebbero disposti a spendere centoventimila lire per avere nella propria biblioteca tutto Puskin?), trovo la scelta dei curatori nel complesso equilibrata, orientata com'è verso le opere di maggior circolazione, con l'aggiunta di qualche chicca (il poema "La Gabrieleide", alcuni articoli di prosa critica, come quello dedicato ai "Doveri degli uomini" di Silvio Pellico). Non si capisce invece la ragione del testo a fronte per le sole liriche: inutile anzi dannoso. Inutile perché basta qualche rudimento di lingua russa per possedere un sia pur modesto volumetto di poesie puskiniane; dannoso perché, avendo di fianco la "recondita armonia di bellezze diverse" (Cavaradossi e Puskin, perché no?) dei versi originali, vien da piangere per la pochezza della traduzione. Pochezza inevitabile, e ripeto con gusto una bella banalità confermata al cento per cento da questa operazione: Puskin (e già che ci siamo aggiungo, la poesia in genere) è intraducibile, intraducibilissimo, ogni tentativo è uno scempio da urlare. Non c'è bisogno di esempi: "Pora, moi drug, pora' Pokoja serdce prosit" è un conto. "È tempo, mia cara, è tempo! Il cuore invoca pace" è ben altro (e la traduzione non fa una piega). Dunque perché perdere pagine preziose con un inutile vezzo, quando si sarebbe potuto aumentare il numero di liriche o inserire altre opere di cui si è invece deprecata l'assenza?
Comunque, preoccupazione dei curatori è stata quella di raccogliere traduzioni storiche che in qualche modo diano al lettore un "Puskin della nostra tradizione: fatto, in certo senso, italiano": e così abbiamo i poemi e le piccole tragedie di Tommaso Landolfi, il "Boris" e la "Storia della rivolta di Pugacëv" di Ettore Lo Gatto, i "Racconti di Belkin* e "La donna di picche" di Leone Ginzburg, "La figlia del capitano" di Alfredo Polledro, liriche e "Evgenij Onegin* di Giovanni Giudici (anche qui, qualche legittima perplessità: perché Giudici, discussa versione in novenari rimati, piuttosto che la classica e composta di Lo Gatto o la raffinata in prosa di Bazzarelli?).
Il critico di un settimanale ad alta tiratura (oltre a lamentare l'esiguità della bibliografia: evidentemente pensava ad altro quando l'ha scorsa, perché c'è nella premessa un preciso rimando a ricchissimi repertori che elencano tutti i materiali fino al 1957) accenna alla mediocrità dei commenti. Me li sono riletti per bene: ha torto. Certo tra i due curatori c'è una certa differenza. E non avrebbe fatto male la Spendel, dopo un'accurata lettura di "Mozart e Salieri", ad avvelenare Bazzarelli prima della consegna all'editore dei manoscritti: faceva tutto da sola e ci sarebbe stato certamente meno da dire. Così invece, di fianco a quelle di Bazzarelli, le sue presentazioni risultano corrette (con qualche svista), per bene, un po' anonime come i 'twin sets' delle nostre mamme (golfino giro collo sotto, golfino abbottonato sopra, filo di perle) che ci sembra di aver sempre visto, di cui non ricordiamo nemmeno i colori (un'eccezione: le pagine sulle prose critiche, nutrite di materiali o di suggerimenti. Vi è ben raccontato il lungo soffrire del poeta sui suoi progetti pubblicistici, gli ostacoli incessanti, gli slanci, i ripensamenti, i progetti sempre boicottati dalle riluttanti, ambigue volontà altrui).
Sempre belle invece, alcune bellissime, impeccabili come i tailleurs di Valentino, le presentazioni di Bazzarelli, a cominciare da quella su "La Gabrieleide" (da lui anche tradotta e ottimamente: avrebbe potuto darsi più spazio come traduttore), vista come "inno alla vita, all'amore, alla terrestrità: Dio, Gabriele, Satana sembrano avere tutti e tre una grande nostalgia e amore per la terra, e Maria rappresenta la terra. L'amore, espresso con grande garbo e spirito giocoso rappresenta l'ideale autentico di Puskin". O quella (sofianica, è stato detto) sull'"Evgenij Onegin*, dove è sottolineata la straordinaria fusione di temi e toni in uno stile "equilibrato e musicale, che riesce a suscitare nel lettore sensazioni e reazioni sentimentali di ogni genere... La poesia crea dalla realtà un'altra realtà fatta di armonia, e questa seconda realtà dell'armonia rimanda sia alla prima realtà, donandoci il colore del tempo e i colori del tempo, sia alla nostra realtà spirituale, al colore della nostra esperienza più profonda. Qui non c'è solo, certamente il mistero dell'"Onegin*, c'è il mistero di tutta la poesia e di Puskin in quanto poeta dell'Armonia (come dirà Blok), espressione della divina Sofia che distrugge la barbarie". Due voci sublimi, Puskin e Blok, unite dall'armonia, schiacciate entrambe dalla privazione (forzata) dell'armonia stessa. L'accostamento a Blok continua più avanti con righe di toccante limpidezza: "Blok dice (e paragona giustamente Puskin a Mozart) che il poeta è tale perché conduce all'armonia parole e suoni, perché è figlio dell'armonia. E l'armonia è la concordanza delle forze cosmiche, l'ordine della vita universale. Nelle profondità senza fondo dell'anima, continua Blok, dove l'uomo cessa di essere uomo, in quelle profondità inaccessibili allo stato e alla società che sono creazioni della 'civilizzazione' (parola usata da Blok in senso negativo, come elemento diabolico) 'scorrono le onde di suoni, simili alle onde dell'etere, che avvolgono l'universo, scorrono gli ondeggiamenti ritmici simili ai processi che formano le montagne, i venti, le correnti marine, il mondo delle piante e quello degli animali'. Di che cosa ha bisogno il poeta? dice Blok più avanti. Ha bisogno di quella segreta libertà (sono parole di Puskin) che permette la liberazione dell'armonia. Quando questa libertà non c'è (soffocata dallo zar, dai letterati, dai burocrati sovietici ecc.) il poeta "muore". Così, sappiamo, morì Puskin. Cosi morì Blok". Altrettanto acute e stimolanti sono le pagine sulle piccole tragedie: Bazzarelli identifica una matrice comune ("oscura e contorta") tra "Mozart e Salieri" e "Il convitato di pietra", dice cose che andrebbero stampate all'ingresso di ogni università e di ogni (perché no?) casa editrice sulla differenza tra salierismo (lavoro accanito, di ottimo artigiano, ma senza ali) e mozartismo (puro dono degli dei e delle muse, opera assoluta che nasce dalla più profonda e misteriosa intuizione). "È questo il sacro dono, che agli altri è precluso per sempre. Per quanto una rana cerchi di gonfiarsi non diventerà mai grande come un toro. Questa distinzione è particolarmente utile in tempi oscuri come i nostri, tempi in cui la poesia sembra del tutto morta (sopravvivono solo alcuni bagliori), in cui si e voluta cancellare ogni distinzione fra il genio e coloro che non lo sono (miriadi). L'epoca in cui certi metodi critici (strutturali, matematici, psicoanalitici ecc.) hanno contribuito in modo osceno a rinnegare tale distinzione che è invece principio di ogni sapienza in campo dell'arte".
In conclusione, avrà dei difetti, ma questo Puskin è un ottimo strumento. Nel volume il lettore troverà esempi di tutti i generi in cui Puskin si è cimentato, dalla lirica ai poemi, dalla tragedia alla prosa, dalla storia alla critica.
Ma non si può chiudere il discorso su Puskin senza segnalare un altro volume, uscito anch'esso qualche mese fa (il 1990 un anno di grazia, dopo tanto digiuno!) presso la casa editrice Liviana: una formidabile biografia del poeta scritta da Jurij Lotman. Che libro, che intelligenza! Che ampiezza, che respiro, che ricchezza di materiali mai superflui o eruditi, in poco più di duecento pagine! Da rendere obbligatorio immediatamente in tutti i corsi di letteratura russa. Da prescrivere a tutti i futuri biografi di scrittori o poeti, dalla Mongolia alla Terra del Fuoco. Non vorrei intonar inutili peana a Lotman, non ne ha bisogno. Certo, con questa monografia, nata come manuale per studenti (ce ne fossero avremmo allievi meno ottenebrati) e dunque destinato a un pubblico vasto, non specialista, Lotman si conferma il più stimolante storico della cultura e della letteratura vivente. Nelle sue righe introduttive, Vittorio Strada ben ricostruisce il percorso che ha condotto lo studioso alla stesura di questa biografia e sottolinea il debito di Lotman verso un maestro incontrato nelle aule universitarie leningradesi, Nikolaj Mordovcenko, che gli ha dato alcuni fondamenti non più dimenticati: nessun testo rivela il suo senso profondo di per sé, è sempre parte del movimento storico della cultura, costituisce una risposta, un'eco, una replica di una discussione, un inserimento polemico e simpatetico nella lotta delle opinioni, al di fuori della quale non può essere compreso. "Questo approccio - dice lo stesso Lotman - esigeva un'analisi integrale di tutto lo spessore della vita culturale di un'epoca, la sua scoperta come una sorta di complesso spettacolo in cui ogni replica svela il suo senso non di per sé, non come entità isolata ma in quanto connessa con tutta la plurivocità di opinioni e di enunciazioni".
La biografia puskiniana deriva direttamente da queste considerazioni: non è in realtà una biografia, è la storia delle società russe nei trentasette anni in cui è vissuto Puskin. Ogni periodo, a cominciare da quello liceale, si dilata fino a diventare un quadro completo e complesso delle forze intellettuali e sociali della Russia dei primi dell'Ottocento. "Raramente - sono le prime parole del saggio - il destino personale di un uomo è stato così intimamente legato alle vicende storiche, ai destini degli stati e dei popoli, come negli anni in cui visse Puskin".
Nel 1812, anno della battaglia di Borodino, culmine della "guerra patria" contro Napoleone, Puskin è al liceo; appena uscito, diciottenne partecipa in vario modo alle prime società segrete, ha i primi scontri con la censura, nel 1820 parte per l'esilio in Moldavia e incontra i membri della Lega del sud, alle soglie della rivolta del 14 dicembre 1825. Nicola I è quasi suo coetaneo (maggiore di tre anni) e con lui, dopo la repressione sanguinosa della rivolta, inizia un rapporto complesso, fatto di apparente stima e rispetto, in realtà di diffidenza, incomprensione, soprusi, umiliazioni. Lentamente, in modo quasi inavvertibile, Nicola e la sua corte preparano per il poeta una gabbia senza via d'uscita: "Una persona geniale - scrive Lotman in una delle ultime pagine - inserita in una situazione dinamica e ricca di possibilità, moltiplica la propria ricchezza, realizza esperienze via via più ricche. L'esistenza si fa arte e l'uomo sente la gioia della vita come gioia della creazione artistica. Ma la personalità di Puskin non aveva trovato eco nel suo ambiente e nella sua epoca. In queste condizioni legami nuovi si tramutavano in nuove catene, ogni situazione nuova andava a restringere la sua libertà ed egli si sentiva come una persona non che nuota in acque spumeggianti ma che si agita scompostamente nel cemento che si rapprende. Puskin non era in grado di 'rapprendersi' nella non partecipazione, unica via d'uscita per garantirsi almeno la libertà interiore, come era stato per Orlov e Caadaev dal momento in cui erano stati dichiarati pazzi... I suoi tentativi di prendere parte alla vita storica dell'epoca si tramutavano in colloqui vani e umilianti, rimproveri, lavate di capo da parte sia dello zar sia di Bekendorf; la poesia si riduceva a spiegazioni ai censori, a una lotta continua per potersi esprimere liberamente, la vita letteraria non era altro che polemica, sterili discussioni con 'colleghi' stupidi e malvagi... Anche la vita familiare, così importante per Puskin, cominciava a presentare segni di stanchezza, di raffreddamento... Per ragioni connesse alla sua personalità, Puskin non riuscì a crearsi un mondo suo, appartato, al riparo dagli altri, e continuò a battersi in un duello eroico e senza speranza contro il mondo che gli stava intorno, cercando di smuoverlo, di infondergli almeno un po' della sua vitalità, ma invece di ricevere gratitudine e affetto, si ritrovò avvolto da un gelido alito di morte".
Ripeto, un libro esemplare. Mi pare anche ben tradotto da Francesca Giusti Fici, che ogni tanto però è sbadata. Io, che per riprovevole pigrizia non verifico mai l'onestà del traduttore, sono stato costretto a farlo dall'inquietante oscurità di un passaggio: a pagina 160 che cosa vuol dire "fabbrica delle acque"? Che già ci fosse nella Russia zarista la Ferrarelle? O la traduttrice distratta ha confuso 'voda'-acqua con vodka? Comunque, nessuno si perda questo Lotman.

Scrittore quanto mai versatile, Puskin si è cimentato in vari generi letterari: poesia, teatro, narrativa, critica, favolistica... Il volume offre un'ampia scelta della sua produzione poliedrica e geniale, con opere poco note o mai tradotte in italiano. Tra le traduzioni si segnalano quelle di Tommaso Landolfi e di Giovanni Giudici.

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Carlo M.

    06/09/2012 21.21.13

    Mi sembra che la traduzione di Tommaso Landolfi di "Mozart e Salieri" nel volume dei Meridiani rasenti l'incomprensibilità: l'abuso di termini "poetici" (?!) non rende un buon servizio al lettore. Che poi il traduttore sia considerato un buon poeta nella sua lingua, buon per lui... Noi tutti sappiamo che rendere in traduzione la poesia di Puskin è un compito quasi impossibile, ma perché usare un italiano "dotto" ai limiti del ridicolo?

Scrivi una recensione