Categorie
Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 1998
Pagine: 2 voll.
  • EAN: 9788804455806

€ 102,00

€ 120,00

Risparmi € 18,00 (15%)

Venduto e spedito da IBS

102 punti Premium

Attualmente non disponibile
Leggi qui l'informativa sulla privacy
Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile


recensioni di Splendore, P. L'Indice del 1999, n. 09

Ora che sono stati pubblicati, nei "Meridiani" Mondadori, i due volumi delle opere di Virginia Woolf appaiono più che mai necessari. Solo una tale ampiezza – più di tremila fitte pagine – può avvicinare alla ricchezza e alla versatilità di questa grande autrice del Novecento, figura emblematica della modernità almeno quanto i suoi contemporanei Joyce, Kafka o Majakovskij.

Con la sua vocazione costante e mai appagata a dissacrare i generi codificati, la sua capacità di unire i contrari, di raccontare la vita degli individui combinando il registro elegiaco con quello comico, Virginia Woolf (1882-1941) ha cambiato in maniera radicale il modo di intendere la scrittura e di fare romanzo. Convinta dell’inadeguatezza della scrittura realistica dell’Ottocento, ne scardina i principi che tradiscono a suo dire l’essenza più profonda e inafferrabile dell’essere, eppure continua a credere nella potenzialità inesauribile del romanzo, "quel cannibale che ha divorato tante forme", anticipando in questo la sensibilità postmoderna. Ma la svolta impressa al romanzo non è solo in quell’impossessarsi dei codici esistenti, reinventandoli e producendo il nuovo; sta piuttosto nella compenetrazione tra vita e scrittura che è alla base di ogni sua opera, opera generata da un irrefrenabile impulso autobiografico, da un legame ineludibile con la vita. La sua modernità consiste allora nella capacità di scavare "gallerie" dietro i personaggi, giungere a coglierne l’essenza per vicoli tortuosi, per poi collegare interno ed esterno, il mondo con l’io. È questo che della signora Dalloway, uscita a comprare fiori in una mattina di giugno, le fa registrare l’allegria e nel contempo lo sprofondare verso l’abisso, l’inconscio desiderio di morte… Le sue opere sono altrettanti tentativi di comprendere quello che si cela sotto le apparenze, il senso di vuoto dell’esistere, per sconfiggere con l’atto creativo la morte e la guerra che insidiano ogni gesto. Anche le sue opere più gioiose sono in fondo elaborazioni di lutto. La modernità di Virginia Woolf non si esaurisce dunque nell’invenzione del nuovo, nella proposta di nuove forme, che ha caratterizzato la produzione di tutti i maggiori scrittori e artisti moderni, ma nella percezione dell’instabilità della materia, della precarietà dello stare nel mondo, nel senso profondo di perdita e di mancanza, che è il suo fondo di verità.

La scelta delle opere incluse nei due volumi ben rappresenta il
corpus woolfiano. Il primo volume contiene i sei romanzi maggiori – La stanza di Jacob (1922), La signora Dalloway (1925), Al faro (1927), Orlando (1928), Le onde (1931), Tra un atto e l’altro (terminato nel 1941) –, con l’esclusione di due tra i primi, La crociera (1913) e Notte e giorno (1921), comunemente ritenute opere di apprendistato, e dell’ultimo pubblicato in vita dall’autrice, Gli anni (1937), la sua opera più lunga e travagliata, che al di là dell’apparente strutturazione da romanzo storico testimonia più di altre lo sgretolarsi sulla pagina della possibilità di una narrazione coerente e oggettiva. Curiosamente l’opera che diede a Virginia Woolf la notorietà negli Stati Uniti, con 38.000 copie vendute in pochi mesi nel 1938, e che fu inviata ai soldati al fronte. Un paradosso, se si pensa alla forza pacifista e antimilitarista che la anima (chissà quali sono le opere che il governo americano dà oggi in lettura alle truppe Nato in Kosovo?).

Il secondo volume raggruppa le prose, e la scelta non deve essere stata facile. In apertura una decina di racconti seguita da una campionatura dei saggi su scrittori amati, Montaigne, Defoe, le due Brontë, George Eliot, Conrad, ecc. (la produzione saggistica di Virginia Woolf è molto estesa, ed è oggi per la prima volta in via di sistematizzazione, in sei volumi, ad opera di Andrew McNeillie per la Hogarth Press); i due saggi più famosi, Una stanza tutta per sé (1929) e Le tre ghinee (1938); le due biografie,
Flush (1931), storia del cane di Elizabeth Barrett, e Roger Fry (1940), in cui si celebra l’amico e il critico, figura carismatica per tutto il gruppo di Bloomsbury, finora mai tradotta in italiano. Se la prima di queste biografie è uno "scherzo" che l’aiuta a tirarsi su dopo la fatica di Le onde, la seconda è un lavoro difficile e doloroso che la coinvolge al punto da indurla a pensare di volersi dedicare in futuro solo alla biografia e all’autobiografia, generi capaci forse di afferrare meglio il nocciolo dell’esistenza. Chiudono il volume il saggio autobiografico Uno schizzo del passato (1940), in cui sono soprattutto impressioni di colori e sensazioni a sostanziare una vivida memoria dell’infanzia, e una breve scelta dalle lettere (già pubblicate in quattro grossi volumi da Einaudi, ora non più disponibili). Non ci sono pagine dai diari, che vengono tuttavia citati con abbondanza nelle note di commento.

Nelle sue due lunghe introduzioni, Nadia Fusini, oltre a tracciare il percorso biografico e formativo di Virginia Woolf, punta a esplicitare e commentare una serie di parole chiave che facilitano l’accesso all’autrice, parole come "metamorfosi", "assenza", "intervallo", "frammenti", "scorie", svelando per ciascuno dei romanzi, così come degli scritti saggistici, l’essenza della modernità di Virginia Woolf, e il modo in cui arte e vita si compenetrano nella sua scrittura. Non è la prima volta che questo ci viene raccontato, da vari punti di vista e da diverse prospettive critiche, ma qui l’insieme di racconto, presentazione e analisi delle opere è perfettamente saldato. Nadia Fusini è la studiosa italiana che più ha approfondito l’incontro con Virginia Woolf con una lunga e appassionata frequentazione, testimoniata nei Meridiani anche dalle sue nuove traduzioni di tre romanzi, del saggio su Roger Fry e di altri materiali inclusi nel secondo volume. Se le nuove traduzioni erano in molti casi necessarie – le traduzioni invecchiano molto più dei testi – in queste di Nadia Fusini si indovina qualcosa di più, il desiderio di riprodurre l’incanto di una scrittura facendola propria, occasione di confronto e rispecchiamento tra due scritture. Ciascuno dei due volumi è accompagnato inoltre da una fitta e ricchissima nota cronologica e da un esteso commento ai testi – quanto di più completo si può leggere in italiano sulle opere di Virginia Woolf, sulla genesi, le circostanze, i contesti della composizione: un contrappunto competente e appassionato insieme, che ci offre, oltre allo studio monografico, una lettura avvincente, quasi un romanzo, rivelatrice di una rara empatia tra il critico e il suo autore. Un lavoro ammirevole, per molti versi affine a quello di Barbara Lanati nella sua recente Vita di Emily Dickinson (Feltrinelli, 1998; cfr. "L’Indice", 1999, n. 2).

Del resto, è stata la stessa Virginia Woolf ad aver inaugurato una diversa scrittura saggistica, distante dalla neutra esegesi, ma rivelatrice in primo luogo dell’identità di chi scrive, come io presente e sessuato, che comunica incertezze, passioni, idiosincrasie. Se si leggono oggi saggi come Una stanza tutta per sé o Bennett e la signora Brown (1924) o Le tre ghinee si è colpiti dall’inconfondibile timbro di voce dell’autrice, trasportata da identica passione per tre diverse grandi cause, i diritti delle donne, il rinnovamento del romanzo, e la necessità di prevenire la guerra. Fa bene rileggere in particolare Le tre ghinee perché, lungi dall’essere un discorso superato, ci consegna uno dei volti forse meno conosciuti di Virginia Woolf, il suo coinvolgimento con gli eventi del tempo, in questo caso la guerra, in un testo che, al di là di certe lungaggini, risulta più che mai interessante riproporre oggi. Individuando con estrema lucidità il filo che lega sistema di istruzione e ideologia della guerra, Virginia Woolf in Le tre ghinee si fa sostenitrice di un tipo di istruzione che insegni ai giovani a non accettare la posizione subalterna della donna e soprattutto a odiare la guerra, a sentirne tutta "la disumanità, la bestialità, l’insopportabilità", compito che affida alla superiorità morale delle donne.

La stessa intensità, la stessa ansia di ricerca si ritrovano dunque nei romanzi come nelle lettere, nei saggi come nel diario, cui affidava ogni attimo della sua esistenza. È questo che forma il compatto universo dell’opera di Virginia Woolf: il suo progetto di scrittura lo mostra in maniera inconfutabile. L’interrogativo è sempre lo stesso: come si coglie l’essenza del personaggio? è possibile rappresentare la vita? oppure l’essenza si cela sempre nell’intervallo tra le cose, nello spazio tra un atto e l’altro? Perché l’ansia di registrare il presente sulla pagina si avverte di continuo – e in questo Virginia Woolf incarna perfettamente la condizione dell’intellettuale moderno – fino agli ultimi dolorosi momenti. Fino alle ultime lettere, il congedo da Leonard e Nessa, le persone che nella sua vita hanno più contato, quando sa che non potrà affrontare nuovamente la pazzia e sceglierà di darsi la morte.