L' ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria

Alessandro Portelli

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Editore: Donzelli
Anno edizione: 1999
In commercio dal: 17 dicembre 1999
Pagine: VII-456 p., Rilegato
  • EAN: 9788879894579
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recensioni di Mariano, M. L'Indice del 1999, n. 10

Questo libro di Alessandro Portelli si inserisce con successo nell'intenso dibattito storiografico sulla Resistenza affrontando uno dei passaggi cruciali della storia d'Italia tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945. Ci vuole coraggio a misurarsi con il macigno delle Fosse Ardeatine anche per il peso che esso ha esercitato e continua a esercitare nella "battaglia della memoria" iniziata quel 24 marzo 1944 e ancora aperta, anzi riaperta negli ultimi anni da certa storiografia revisionista e da un quadro politico in cui la pregiudiziale antifascista è stata in larga parte superata. Una battaglia che è un indicatore prezioso delle immagini e delle percezioni della Resistenza che si sono fatte strada nel senso comune dell'Italia repubblicana, lontano dal dibattito accademico e dalle celebrazioni ufficiali.

Il lavoro di Portelli ha un bersaglio: la diffusa "vulgata antiresistenziale" secondo cui il massacro delle Ardeatine fu l'automatica e prevedibile reazione tedesca all'agguato di Via Rasella compiuto dai Gap romani ai danni del battaglione Bozen. L'autore, profondo conoscitore delle tecniche della storia orale, ha ricostruito attraverso una grande quantità di testimonianze la nascita, lo sviluppo e la trasmissione di questa narrazione, che tende a delegittimare l'azione partigiana e ad attribuire ai gappisti la responsabilità morale dei morti delle Ardeatine.

Secondo Mario Fiorentini, membro dei Gap, "A Roma, se interpelli dieci persone su Via Rasella, probabilmente tre capiscono il punto di vista dei gappisti e lo sostengono, due non sanno che dire, e cinque sono contrari". Nella memoria e nei racconti di molti romani una frase ricorre con grande regolarità: "Si dovevano presentare". Se i gappisti si fossero assunti le proprie responsabilità e avessero risposto all'appello delle autorità tedesche, la rappresaglia sarebbe stata evitata. Portelli, basandosi sulle ricostruzioni della storiografia più avvertita, sottolinea il carattere "mitico" di questa versione dei fatti: in realtà la rappresaglia nazista avvenne appena ventiquattro ore dopo l'azione di Via Rasella e non a distanza di settimane o mesi, come molti credono; non vi furono tentativi di individuare gli autori dell'azione o appelli pubblici affinché questi "si presentassero", nonostante molti in seguito abbiano creduto di ricordare manifesti e comunicati radiofonici in proposito; si diede ufficialmente notizia della rappresaglia solo quando questa era già stata compiuta. L'ordine è già stato eseguito, appunto. Ma allora come si è verificata una distorsione così forte? E perché questa ha trovato un terreno così fertile? Portelli risponde con grande efficacia alla prima domanda, ma con qualche titubanza alla seconda.

Il senso comune che colpevolizza i gappisti e delegittima la Resistenza, scrive l'autore, "si presenta da un lato come una contronarrazione alternativa alla 'storia dei vincitori' e alla 'vulgata resistenziale', e dall'altro si avvale della forza istituzionale di enti, poteri, partiti, organi di informazione tutt'altro che minoritari o subalterni: combina quindi la suggestione di una narrazione alternativa con la forza di penetrazione di una narrazione egemonica". Una contronarrazione che trovò subito una voce autorevole nell'"Osservatore Romano", il quale commentò così il comunicato emesso dal comando tedesco che dava notizia del massacro: "Trentadue vittime da una parte, trecentoventi persone [in realtà furono trecentotrentacinque] sacrificate per i colpevoli sfuggiti all'arresto, dall'altra", e che in seguito è stata riproposta da organizzazioni come i Comitati Civici e la Coldiretti. Da qui prende le mosse il rovesciamento delle responsabilità, alla luce del quale Portelli afferma che "la vicenda di Via Rasella e delle Fosse Ardeatine è forse il solo terreno sul quale le posizioni della destra più estrema si siano fuse senza soluzione di continuità con il senso comune moderato".

L'uso accorto di varie fonti - testimonianze, giornali, libri di testo - consente di ricostruire i passaggi di questa distorsione della memoria: la separazione della coppia Via Rasella / Fosse Ardeatine dal contesto di guerra, come se non esistessero un prima e un dopo, come se l'azione partigiana avesse segnato una rottura della normalità che viene chiusa dalla risposta nazista. La prevedibilità, inesorabile e meccanica, della rappresaglia, come se le precedenti azioni partigiane avessero dato luogo a reazioni analoghe, mentre al contrario a Roma i tedeschi fino a Via Rasella avevano scelto di occultare nel silenzio gli attacchi della Resistenza e non avevano compiuto rappresaglie analoghe. E ancora, a rafforzare di fatto la vulgata antiresistenziale, il mito complementare di Salvo D'Acquisto, il carabiniere che nella memoria di molti - da anziani carabinieri in pensione a giovani studenti più o meno politicizzati - "si presentò", andò dai tedeschi e si assunse la responsabilità di un attentato non commesso per salvare i ventidue civili ingiustamente catturati; e invece era stato catturato insieme ai ventidue ostaggi, e dunque sarebbe stato ucciso comunque. Cosa che non sminuisce la grandezza del suo gesto, ma vanifica la valenza della leggenda di Salvo D'Acquisto come esempio simmetricamente opposto a quello dei gappisti di Via Rasella.

Ma perché questa vulgata ha trovato un terreno ricettivo persino in ambienti tutt'altro che ostili alla Resistenza? Perché anche a sinistra c'è chi si domanda "perché non si sono presentati"? Portelli critica le politiche della memoria della sinistra, che per tutto il dopoguerra hanno promosso un'immagine della lotta partigiana depurata dei suoi elementi più scomodi: "Da un lato, l'immagine convenzionale di una resistenza unitaria e concorde legittima i comunisti nel nuovo ordine democratico, e permette ai cattolici e ai moderati di accantonare i loro compromessi col fascismo (...). Dall'altro, la guerra fredda impone di mettere la sordina all'identità rivoluzionaria per offrire un'immagine il più possibile rassicurante. La memoria della violenza diventa un peso imbarazzante: la resistenza, martire più che combattente, si può rappresentare attraverso le Fosse Ardeatine meglio che attraverso Via Rasella".

Ma non c'è solo il disagio per il significato militare di quell'azione, c'è anche la sottovalutazione della vulgata resistenziale da parte della sinistra intellettuale e politica. E infine ha avuto il suo peso il deficit di egemonia, un clima pubblico sfavorevole "con il fronte antifascista diviso, la resistenza sotto attacco, le discriminazioni ai comunisti e i processi ai partigiani". Ma qui Portelli non va fino in fondo. Ci offre una ricostruzione di grande interesse delle narrazioni programmaticamente antiresistenziali, diffuse perlopiù negli ambienti della destra romana militante, ma in qualche misura trascura l'eredità della cosiddetta zona grigia - cioè di coloro che non si schierarono né con i fascisti né con i partigiani - alla quale in apertura aveva dedicato considerazioni promettenti. Come ha affermato Massimo Legnani, l'esigenza di guardare in questa direzione con più attenzione, più volte richiamata da Renzo De Felice, è ora avvertita anche da buona parte della storiografia resistenziale. Nel caso specifico, l'ampiezza dell'attesismo di allora contribuisce indubbiamente a comprendere la perdurante polemica sulla legittimità morale dell'azione di Via Rasella e in generale della Resistenza.

Ma L'ordine è già stato eseguito non è solo un nuovo, importante capitolo della riflessione sulla lotta partigiana, sul suo significato per l'Italia presente, sui rapporti tra storia e memoria. È anche un affresco che colpisce per la forza corale e la passione civile. Ed è un omaggio a Roma, alle innumerevoli storie che si intrecciano al suo interno e che sono state lambite, toccate o travolte dal massacro. Come quella di Giulia Spizzichino, che ha perso sette parenti alle Fosse Ardeatine e diciannove in campi di sterminio, per la quale l'estraneità dei suoi familiari alla Resistenza non diventa motivo di adesione alla vulgata resistenziale, anzi: "Io non ho detto che [i miei familiari] sono di serie B, assolutamente; ho detto però che se fossero stati anche loro partigiani forse oggi mi sentirei anche più orgogliosa".

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