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Le otto montagne

Paolo Cognetti

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Edizione: 1
Anno edizione: 2016
Pagine: 208 p., Rilegato
  • EAN: 9788806226725

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Siete voi di città che la chiamate “natura”. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo “bosco”, “pascolo”, “torrente”, “roccia”, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente.

È proprio vero che ognuno di noi ha le sue montagne. Le mie sono nell’alta Val Venosta, incastrate lassù, in quell’angolo tra l’Austria e la Svizzera. È lì che ho scoperto il profumo delle pinete e dei rododendri. Che ho imparato che cos’è la fatica, e quanto a volte può essere ripagata. Che ho visto paesaggi talmente belli da lasciarti senza fiato, che ho respirato un’aria fresca e pungente così diversa da quella della campagna e che riconoscerei ovunque.

La montagna di Pietro sorge sopra Grana, un paesino ai piedi del Monte Rosa. Ha iniziato ad andarci quando era ancora bambino, d’estate, con i suoi genitori. Ci tornerà tutti gli anni. Un ragazzo di città, solitario e fragile, che scopre il verde dei prati, il rumore dei ruscelli, la bellezza della natura. E conosce Bruno, che in quel di Grana ci vive, che è ancora bambino ma è già costretto a lavorare accompagnando le mucche al pascolo. La loro prima estate insieme è fatta di corse nei prati, di esplorazioni di case diroccate, di tuffi nei torrenti. Di avventura e libertà.

Tra i due nascerà un legame profondo, un’amicizia che non vive di parole ma di azioni, così forte da sopravvivere alle stagioni più dure e alla distanza. Perché il tempo e lo spazio nel loro rapporto non contano poi tanto. Non basteranno l’immaturità e l’egoismo dell’adolescenza ad allontanarli; non serviranno il viaggio di Pietro in Asia e la nuova famiglia di Bruno, le incomprensioni e il senso di perdita; tutte le difficoltà della vita non riusciranno a rompere quel rapporto. Qualunque sia la strada che ognuno ha deciso di intraprendere prima o poi passerà ancora una volta dalla quella montagna.

È uno splendido romanzo di formazione quello di Paolo Cognetti. La storia di un’amicizia che cresce e si consolida nel tempo, forte e selvaggia, quasi primordiale, fatta di poche parole e di tanti silenzi. Scritta con una lingua vera, essenziale, che si nutre di termini precisi e ricercati legati a quel mondo alpino così distante dalla città e che forse si sta perdendo per sempre. Una storia di uomini che hanno bisogno di concretezza, che hanno imparato ad abituarsi alla solitudine, uomini insicuri, fragili, vivi, che cadono e si rialzano, che si fanno le ossa, che diventano adulti.

Recensione di Mauro Ciusani


In Nepal si dice che il mondo è una ruota a otto raggi. Al centro c’è una montagna altissima, il monte Sumeru, intorno otto montagne, i raggi della ruota, e tra di loro otto mari. (…). Nella terza parte di “Le otto montagne” Bruno, il montanaro, domanda a Pietro, il narratore: “Tu saresti quello che va per le otto montagne e io quello che sale sul monte Sumeru?”. “Pare proprio di sì”, risponde Pietro. Bruno non ha mai lasciato il piccolo paese natale di Grana. Pietro, il milanese, lavora in Himalaya. Ma hanno una casa in comune, fatta con le loro mani: “Barma drola che è il centro della ruota nella seconda parte: un vecchio rudere ricostruito, con due stanze, una piccola e chiusa con il lucchetto, perché è il deposito degli attrezzi, l’altra grande, con la stufa, sempre aperta come un rifugio (…). Ognuno è il centro del proprio mondo e intorno a lui i raggi della ruota sono le persone che gli sono care. Conoscersi è difficile come salire il monte Sumeru.

Molti diranno che in questo libro è la montagna il centro della ruota. A me pare che nella prima parte, Montagna d’infanzia, il centro sia il narratore, fino ai sedici anni. Lo ritroviamo a trent’anni nella seconda. Nella terza il centro è Bruno. Le otto montagne è scritto come un classico, limpido e asciutto. Ha la pendenza aurea del romanzo breve e percorrendolo si respira bene. Per metà del racconto i fatti si svolgono lineari; poi arrivano le sorprese. Pochi sono i personaggi: i due amici, i loro genitori, qualche parente stretto. Leggendo veniamo a conoscerli bene. La trama è l’amicizia: è questo il centro della ruota nepalese. La montagna è il cerchione: senza di esso i raggi non stanno insieme. Se la ruota è un simbolo, il racconto ci offre altre due immagini simboliche. Se entriamo nell’acqua di un torrente, che scorre come il tempo, dove sono il passato e il futuro? domanda a Pietro il padre. “Il futuro è giù, dove va l’acqua” risponde Pietro; cioè a valle. “Sbagliato, per fortuna” lo corregge il padre. Solo qualche anno dopo, andando a pesca Pietro capirà perché ha sbagliato. Se guardi a monte, come fanno i pesci, che mangiano con il muso rivolto alla corrente, il futuro ti viene incontro e alle spalle hai l’acqua passata. Il destino viene dall’alto, dalla montagna. Ma se le volti le spalle, il futuro è a valle, dove l’acqua scende. Ogni simbolo è reversibile. In montagna si può vivere al diritto, a l’adret, oppure al rovescio, a l’envers. Il diritto è il versante esposto a sud; il rovescio è il versante nord, dove la luce è riflessa e l’inverno dura a lungo. Nelle loro scorribande Pietro e Bruno amano esplorare i versanti all’envers, e all’envers si costruiranno la baita; e la vita. Guardano a monte. Ma quale versante? La ruota non lo dice (…).

Recensione di Andrea Casalegno


Caso letterario prima ancora della pubblicazione (è già stato venduto in 22 Paesi, cosa rara per un romanzo italiano) è la terza opera montanara di Cognetti, dopo Il ragazzo selvatico e alcune ispirazioni di A pesca nelle pozze più profonde. È il racconto di un apprendistato all’amicizia e alla vita, attraverso il rapporto tra Pietro, il protagonista, e Bruno, un ragazzino che abita nel paesino ai piedi del Monte Rosa, dove Pietro e i genitori trascorrono l’estate. Bruno è nel suo habitat (cura le vacche e in agosto parte con i parenti per raggiungere un alpeggio), mentre Pietro è un ragazzino di città, che viene iniziato all’amore per la montagna dalla madre, assistente sociale, e dal padre, un uomo irrequieto confinato alla prigione del lavoro in città, spesso imperscrutabile, ma capace di grandi dolcezze.

In narrativa non ci sono temi più universali del paesaggio, dell’amicizia e del diventare adulti, e la scrittura di Cognetti si fa classica (ed elegante) per raccontare al meglio questa storia. Credo sia per questo che Le otto montagne è stato così apprezzato all’estero.

Per molti, quando si parla di romanzo a tema “montagna” la prima cosa che viene in mente è Mauro Corona, e le sue elegie minime da eremita in divisa. Qui non c’è niente di tutto questo. C’è solo il romanzo vero di un bravo scrittore.

Recensione di Mario Bonaldi

Recensioni dei clienti

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    giorgio g

    23/07/2017 12.38.40

    Il Premio Strega di quest'anno è un libro per gli amanti della montagna, anzi della retorica della montagna. Per chi non la ama (e ve ne sono) è invece piuttosto stucchevole. Intendiamoci, non è un libro di scalate estreme sulle più alte vette, no è un libro per chi ama le passeggiate o le scarpinate in montagna. Ed è anche un libro sull'amicizia tra Pietro, ragazzo di città, e Bruno, cresciuto fra le montagne, che è forse la parte più convincente dell' opera di Cognetti. Forse la morale del libro è racchiusa nella frase “Uno deve fare quello che la vita gli ha insegnato a fare.” Detto questo, è un progresso rispetto ai tre precedenti vincitori dello Strega: nessuno dei loro libri ero infatti riuscito a finire, io che cerco di terminare quelli che inizio, tanto da farmi pensare seriamente ad una Sindrome dello Strega! In definitiva, giudico il libro senza infamia e senza lode.

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    Arturo

    13/07/2017 11.02.50

    Un libro di scarse 200 pagine in cui il vero sentimento langue. Se pensate che si parla della presenza di una donna (inteso rapporto relazionale con altro sesso) solo alla pagina 140. Direi che nel complesso è scritto bene, anche se il linguaggio è senza ombra di dubbio più "amico" a chi ama e vive in/la montagna. (Spesso ho consultato il vocabolario per scoprire il significato di alcuni termini che non conoscevo, ahimè!)

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    Loris

    10/07/2017 09.08.32

    Leggendo il romanzo, il ricordo è corso a ‘Due di due’ (per altro citato esplicitamente da Cognetti nel suo blog, come ho scoperto poi). L’associazione nasce dall’aver posto in primo piano un’amicizia maschile che si dipana nel tempo tra fughe e ritorni, alla perenne ricerca del proprio posto nel mondo, di una ‘casa’ costruita con le proprie mani. Le differenze stilistiche rispetto a De Carlo sono però evidenti: dove l’altro usava una lingua paratattica e carica di aggettivi, Cognetti sceglie una scrittura che è considerata classica, essenziale e rigorosa nelle scelte lessicali. Detto questo, nel libro tutto ruota intorno alla montagna, a uno stile di vita che affascina e respinge, votato al silenzio e alla solitudine, ma non arido. Salendo tra boschi, torrenti, pascoli, pietraie e ghiacciai si definiscono le relazioni col padre e con l’amico, si stabiliscono differenze e analogie nel modo di intendere l’esistenza, si trova il proprio ritmo e si disegna un paesaggio interiore che cerca di sottrarsi all’erosione del tempo e della quotidianità.

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    chicca

    07/07/2017 11.18.52

    Mi fa piacere che abbia vinto lo Strega perchè è davvero un libro bellissimo, un romanzo profondo di amicizia e formazione, scritto nello stile essenziale che, secondo me, caratterizza i grandi narratori contemporanei. Dovrebbe essere consigliato ai ragazzi dai docenti perchè offre davvero tantissimi spunti di riflessione e discussione.

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    Sofia

    07/07/2017 09.31.41

    Vincitore del premio Strega! Non sono mai stata una grande frequentatrice della montagna, ma dopo questo libro ho pensato a quanto possa essere intenso il rapporto tra natura e uomo, da avere quasi invidia per chi è cresciuto lì e, a distanza di giorni, a random, mi appaiono immagini e sensazioni. Mi piace rileggere le ultime righe che chiudono il libro che hanno un po' un senso amaro ma allo stesso tempo di infinito.

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    Luca

    06/07/2017 17.13.28

    Strano libro. Da un lato, è innegabile, si tratta di roba buona, ben scritta e ben assemblata; Cognetti parla di quel che conosce, e sa quel che dice. Ma appunto, 'assemblata': come se le parti - in senso lato - di cui è composta non fossero ancora del tutto autonome, originali, come se fossero mutuate in gran parte altrove, senza che l'influenza degli illustri modelli a monte dell'operazione (presumibilmente, tra gli altri, il Primo Levi di "Ferro" e "Narciso e Boccadoro" di Hesse) abbia condotto a una piena emancipazione della voce narrante dai propri riferimenti. Il che, per carità, non è una tragedia: "Le otto montagne" si fa leggere con piacere, non da ultimo per la sua capacità di dar voce agli esclusi d'oggi, in Occidente e soprattutto in Italia (fuor di metafora: il discorso generazionale di Cognetti è sentito e nient'affatto di maniera, nient'affatto giustapposto alla storia e ai personaggi e al loro disagio esistenziale). Considerato lo stato disastroso della narrativa italiana contemporanea, ben vengano libri come questo. Ma qualcuno ha già gridato al classico. Mentre invece, a lettura ultimata, l'autore appare niente più che un talentuoso e rispettabile epigono.

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    Franco Roncato

    30/06/2017 09.21.36

    La differenza fra un uomo "di montagna" ed un uomo "che va in montagna". La differenza fra le radici avvinghiate alla roccia e fuse in un unica essenza interiore e la ricerca disperata di quelle radici. In fondo Bruno e "Berio" sembrano due facce della stessa medaglia, in cui il metallo di fusione è proprio "la montagna" ma che come tali non si incontreranno davvero mai. Il tentativo disperato di "capire" e di "accettare" che le scelte appartengono solo a ciò che non potremo mai veramente fare: cambiare il nostro DNA. Leggendo questa "storia" era come prendere un pezzetto di Google Maps, ingrandirlo all'ennesima potenza, fino a che la risoluzione del mio Pc non potesse fare altro che sfuocarlo nell'incompiuto, Eppure man mano che le cose apparivano più precise c'era quasi la voglia di ritornare alla risoluzione originale iniziale. Quasi a non volere che alla fine tutto andasse proprio in quel modo: come il lento sfumarsi nella sfocatura della vita umana, ed il perdersi definitivamente nella memoria dei ricordi. Così nella mia avida ed assetata necessità di "ancora una pagina per oggi" piccole emozioni, a volte anche una lacrima, serpeggiavano fra l'erba calpestata ed "il torrente che scompariva". Devo dire che ha saputo trasportarmi nelle valli e sui sentieri, in quella solitudine "cercata" fatta di silenzi, di piccoli fruscii ma anche di tempeste e di "slavine". La vita, insomma, nel bene e nel male. Cognetti ha questa capacità, di trasformare una "storia qualunque" in un piccolo pezzo della storia di tutti noi...basta sapersi abbandonare totalmente e decidere chi dei due siamo: Bruno o "Berio"! Bella avventura!

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    Berta

    28/06/2017 09.43.39

    Ma davvero vi è piaciuto così tanto? Ma non avete colto una vena di radical chic, di "io posso capire", di "voi non avete capito"? Sinceramente, pur riconoscendo in Cognetti uno scrittore abile, questo libro mi ha delusa. La Montagna vera è un'altra cosa, quella della fatica, della povertà non per scelta ma per destino, dell'ignoranza data dall'isolamento, del rifiuto del prossimo per mancanza di cultura, del lavoro infantile... insomma, tutt'altra storia. Quella raccontata abilmente nel libro fotografico "Lassù gli ultimi" pubblicato anni fa e che vi consiglio di cercare usato.

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    jane

    12/06/2017 13.03.01

    Un libro che si legge piacevolmente ed è scritto piuttosto bene, direi in modo "classico". Si sente che l'autore parla della montagna e dell'andar per monti non per sentito dire ma per esperienza diretta, non solo per la precisione dei termini usati ma per l' affetto con cui ne parla. La storia di formazione, in parte autobiografica, si mescola a descrizioni e immagini poetiche e affronta vari temi. Il rapporto padre-figlio, la nascita di un'amicizia, il contrasto città-montagna (o se vogliamo modernità-natura), l' allargarsi dell'orizzonte ad ambienti ed esperienze diverse sono alcuni dei momenti più importanti . A questo si aggiunga un apprezzamento personale dovuto ai miei ricordi di bambina su e giù per le Dolomiti tanto amate dai miei genitori.

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    Cristina Colace

    29/05/2017 20.18.29

    I profili delle cime, erosi dall’azione delle piogge e dei venti, il ghiacciaio, testimonianza delle nevi d’inverni centenari, l’acqua sorgiva che, sotto forma di torrente, attraversa il pendio fino a valle, offrendo alle trote piccoli ristagni in cui cacciare. Questi sono i tratti del protagonista del romanzo di Paolo Cognetti, che non si limita a far da sfondo alle vicende narrate, ma che diventa parte attiva, pulsante e mutevole della trama. Sono gli alpeggi ed i boschi di conifere ad accogliere le esperienze, le scoperte e la neonata amicizia tra Pietro e Bruno, a cui il monte assiste dall’alto, come fosse il narratore della storia. Bruno, indomito e “selvatico”, sembra possederne pienamente l’essenza, respirandola a pieni polmoni ed istaurando un rapporto quasi simbiotico; Pietro invece ne subisce l’attrazione magnetica, cogliendone la potenza e la bellezza aspra, a tratti struggente: il lettore condivide il suo sgomento dinnanzi a quei giganti rocciosi, magistralmente descritti dall’autore, il quale riesce ad evocarne l’atmosfera senza rallentare il ritmo narrativo. Desiderosi di sfuggire all’eventualità di riflettere, preferiamo lo stordimento che provocano la fretta ed i mille impegni che affollano le nostre giornate: Paolo Cognetti conduce il lettore alla riscoperta della bellezza e della piacevolezza del silenzio, che regna incontrastato sui rilievi e le valli. Se per Mario Rigoni Stern la preghiera consiste nello stare in silenzio in un bosco, in questo caso è invece una scalata senza sosta né riposo per raggiungere l’agognata vetta. Il romanzo è un punto d’osservazione privilegiato su un paesaggio affascinante e misterioso, lontano dalla frenesia della città e dalle altezze artificiali dei grattacieli metropolitani. Il libro è una lettera d’amore indirizzata alla montagna, che contemporaneamente attrae e inquieta, ed un invito a non considerarla una vacua meta turistica, ma un rifugio meditativo ed un mezzo per entrare in comunione con la natura.

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    Mariarosa Michieli

    23/04/2017 17.49.55

    Benché i tre personaggi principali abbiano una visione molto maschia della montagna e della vita, e benché quelli femminili siano più marginali, tutte abbiamo affrontato il romanzo con piacere e partecipazione a prescindere dall’altezza s.l.m dei nostri luoghi d’origine. Il tema è appunto la frequentazione assidua dell’alta montagna e di una in particolare nel gruppo del Monte Rosa (ho delle difficoltà a definirla amore). Per il padre di Pietro questa passione può convivere con la vita a Milano e con un lavoro, e si concentra nel mese estivo di ferie, mentre per il figlio si alterna a periodi di rifiuto, alla vita di città, alla ricerca di altre montagne e attività, ad esempio in Nepal. In quanto a Bruno, amico di Pietro, quella montagna diventa l’unico luogo dove stare e l’unica ragione di vita, tanto che quando fallisce il suo allevamento di mucche all’alpeggio che declinava insieme montagna, lavoro e famiglia, frana anche tutta la sua vita. L’alta montagna è immersa in un atmosfera e un linguaggio puri e rarefatti, in cui tutto diventa essenziale e ci si libera del superfluo. La stessa socialità è ridotta al minimo, i personaggi possono vivere in una baita da soli anche per lunghi periodi e, anche se sono insieme, le comunicazioni verbali sono minime. Questo non esclude però, anzi esalta, gesti di grande solidarietà fra loro. E solidarietà, collaborazione, amore e coraggio si infrangono per Bruno ai confini per lui invalicabili della valle, dove inizia il resto del mondo, un luogo per lui nebuloso, sconosciuto e pericoloso, e da cui fuggire. La sua compagna lo lascerà per approdare con la figlioletta verso quella pianura in cui trovare un lavoro che la montagna avara non può offrire, ma a cui Bruno si rifiuta di scendere, anche a costo di non rivederle mai più. E qui si svela appunto il tema della fuga, elemento di cui mai si parla, ma che sembra sottendere gli sviluppi della storia.

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    Libro veramente molto bello. Una storia originale, vera e fuori dai soliti racconti di montagna. Finito di leggere il libro fa voglia scappare dalla città e andare a vivere in montagna.

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    Luigi

    18/04/2017 14.37.55

    L'autore possiede un vero talento nel ricreare l'immagine della "Montagna " a cui è così legato e a restituirne l'atmosfera attraverso una prosa semplice e piana; in questo ambiente narra l'amicizia con un suo coetaneo a cui rimane legato fino alla fine nonostante i suoi lunghi periodi di assenza.Attraverso questa amicizia scopre se stesso e la stima e l'affetto per il padre.Un libro che si legge in un attimo e che avvicina il lettore a verità profonde spesso dimenticate.

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    RossaMina

    03/04/2017 13.55.33

    Forse i primi capitoli un pò lenti, ma poi ti prende tantissimo questa bella storia di amicizia tra i monti

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    gianni

    15/03/2017 12.19.05

    libro piacevole che ti accompagna alla scoperta di questa mondo parallelo dove l'amicizia di due ragazzi porta poi a svelare due adulti che della montagna hanno fatto una ragione di vita, anche se con differenti modalità. Da leggere

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    And the Oscar goes to ….

    25/02/2017 20.07.15

    Okay

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    adrian

    15/02/2017 08.31.54

    Lettura molto piacevole, ogni episodio è ammantato di una calma rassicurante, anche quando si parla di cose spiacevoli. Di Cognetti avevo già letto Sofia si veste sempre di nero e alcuni racconti e si tratta di una bella voce. Tuttavia restano alcune ingenuità di chi ancora si sta facendo le ossa nella scrittura. Sono sicuro che se continua a impegnarsi potrà scrivere un'opera matura di grande rilievo. In bocca al lupo all'autore.

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    Villa Poeta

    05/02/2017 17.37.49

    Finalmente un libro originale e che senza dubbio colpisce. A me che vengo da paesi di montagna simili a quelli descritti, certo il racconto fa un effetto amplificato. Però montagne, amici della montagna e uomini di montagna sono raccontati a tinte fosche e senza speranza. E' certo il modo più realistico di parlarne, oggi: ma manca un po' la forza che invece la natura può dare e che rende grande la letteratura.

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    paola

    26/01/2017 23.54.14

    Io amo la montagna e leggere questo libro mi ha Fatto vivere momenti intensi. La capacità di comunicare e di trasmettere propri di questo scrittore è così potente e così rara...... L ho letto con parsimonia.....per non finirlo troppo presto perché quando aspetti di riprendere un libro che tanto ti coinvolge. ...è il piacere puro della lettura.

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    cristina

    24/01/2017 08.42.39

    Mi era stato indicato da un amico (intenditore e critico) e avevo quindi molte più aspettative di quelle che poi il romanzo ha soddisfatto. Un libro ben scritto sicuramente e anche profondo, ma non riesco a cogliere quel quid di grandezza (letteraria o tematica) di cui tutti voi qui parlate.

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