Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Edizione: 1
Anno edizione: 2016
Pagine: 208 p., Rilegato
  • EAN: 9788806226725

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa italiana - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

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Recensioni dei clienti

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    Ilaria C.

    18/11/2017 14:15:54

    Romanzo pervaso di una grande tristezza dalla prima all'ultima parola. Due protagonisti irrisolti che vivono relazioni irrisolte: Pietro con Bruno, Bruno con Lara, Pietro col padre, Pietro con la montagna. I dialoghi sono scarni, nessuno dei due riesce a trovare se stesso, la propria strada. La lettura è scorrevole, ma sono arrivata alla fine con la bocca amara... Da un premio strega mi aspettavo di più.

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    Antonio Piscitelli

    16/11/2017 22:48:05

    "Non riuscivo a capire come mai qualcuno avesse scelto una vita tanto dura. - Non l’hanno mica scelto. Se uno va a stare in alto, è perché in basso non lo lasciano in pace. - E chi c’è in basso? - Padroni. Eserciti. Preti. Capi reparto. Dipende". In queste essenziali categorie sono i segni dei mali del mondo: il capitalismo selvaggio, le guerre, le superstizioni e i fondamentalismi, il lavoro alienante prossimo alla servitù della gleba. E poi le disuguaglianze, le ingiustizie, le intolleranze e la povertà. Che orrore! Allora si comprende perché dei quarantenni non privi di intelligenza e ingegno si tengano a distanza di sicurezza dalle donne e prediligano una connivenza tutta al maschile. Le donne sono la procreazione, la continuità della specie, una sorta di sadica perpetuazione del male nelle ipotetiche creature future. Sì, è vero, Bruno diventa padre, ma ne vive la condizione per un breve periodo, presto fatto consapevole dell’inadeguatezza del suo ruolo. Pietro, al contrario, cambia compagna come cambia d’abito; con consapevolezza non vuole legami, non vuole figli, benché poi si prenda cura di bambini non suoi, nella lontana Katmandu, dove lo spettacolo del dolore altrui è il prezzo da pagare alle fughe sulle alture vertiginose del Tibet, una terra contesa, asilo di esuli volontari e nostalgici sognatori. Forse la purezza non ha patria. I due protagonisti del romanzo sembrano dei novelli Amleto, entrambi, loro malgrado, dentro una tragedia, circondati dalla ferocia di un presente angoscioso la cui scaturigine storica è ancora ferocia. Che fare? Essere o non essere, recitava Amleto nel castello avito della guasta Danimarca. Non c’era dicotomia in quel suo monologare sensato, ogni prospettiva che gli si apriva era sul fronte del solo “non essere". Morire, dormire, forse sognare. Tre verbi che rifiutano sdegnosamente la vita, il mondo reale.

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    luca

    02/11/2017 09:05:45

    storia coinvolgente, montagne stupende. COnsigliato

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    Edmund

    31/10/2017 14:23:44

    la lettura più coinvolgente degli ultimi anni - si esce dai soliti cliché, si vive l'uomo nel suo rapporto con con gli altri uomini e con la natura che li circonda e che ne accoglie gli umori e gli stati d'animo in una descrizione in stato di grazia, libera da condizionamenti pseudo letterari, una scrittura felicemente spontanea che ti avvicina all'anima dell'autore rendendotelo amico e compagno di vita, una vita sofferta alla quale partecipi con somma empatia

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    lordaslan

    30/10/2017 10:13:22

    Noioso. Tecnicamente, la scrittura si attesta su un livello davvero minimo sufficiente, qundi lo sconsiglio per i ragazzi che leggendo i libri vogliono imparare qualcosa. E i contenuti? Risposta: non ci sono. Un racconto triste di una vita quasi normale. Certo, il protagonista si bea di aver vissuto la vita che voleva, mentre noi comuni mortali abbiamo barattato una vita da impiegati nella Milano sporca e travolta dalla crisi grottesca, come la defnisce lui, mentre lui se ne sta in Nepal a guardare il mondo con il suo laptop senza fare nulla e quindi senza alcun impegno verso i suoi simili. L'unico impegno ce l'aveva con Bruno, e quando era ora di tirare fuori gli "attributi" e salvare il suo amico dall'autodistruzione... non ha saputo fare e dire nulla. Bravo! Se avessi vissuto come noi stupidi mortali con una famiglia e degli obblighi... avresti saputo cosa drigli! Gli avresti detto: Bruno alzati e vedi di trovarti un lavoro! Qualsiasi, non importa cosa e dove... perché hai messo al mondo una bambina! E non la puoi abbandonare così! Da genitore, questo libro l'ho trovato davvero pessimo. Una storia triste, di due uomini che hanno passato a guardare le montagne invece delle persone.

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    n.d.

    27/10/2017 20:40:28

    Very nice book and story, really worthwhile reading.

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    biribettina

    25/10/2017 12:42:52

    bello come le montagne...consigliato

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    MauBau

    25/10/2017 12:37:18

    Da appassionato di montagna sono partito con le migliori intenzioni...ma piano piano l'interesse è andato scemando e ho concluso la lettura con fatica, la causa principale per quanto mi riguarda sono stati i personaggi poco coinvolgenti, in particolare il protagonista e scarsa introspezione psicologica. Peccato.

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    Elisabetta

    23/10/2017 16:42:35

    Il romanzo è molto interessante sia come scrittura che come originalità del testo. A essere originale è soprattutto il modo di vedere il mondo dell'autore per cui il libro oltre a tradire un amore sconfinato per la montagna è anche un qualcosa di più come indicato dal titolo: un percorso di ricerca interiore e di avvicinamento alle persone care vive e defunte, quindi un mandala.

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    n.d.

    22/10/2017 12:49:15

    Stupendo per chiama le montagne.

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    afferma

    20/10/2017 10:06:50

    Ottimo!

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    n.d.

    17/10/2017 15:53:23

    Molto descrittivo: le montagne 'restano' negli occhi anche quando si chiude l'ultima pagina. Però ... non succede mai niente ... Personaggi poco approfonditi e qualche stereotipo troppo ovvio. L'ho letto fino in fondo, ma non mi è piaciuto particolarmente.

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    romina

    17/10/2017 07:42:40

    Poco da dire su questo libro..bello! Consigliatissimo!

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    n.d.

    15/10/2017 09:50:20

    Romanzo scorrevole ma privo di gemme , una novellino buonista con finale incerto , si puo' leggere ma il premio strega mi sembra eccessivo

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    Gian

    14/10/2017 22:37:20

    ottimo servizio. Ottima confezione libri.

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    n.d.

    14/10/2017 19:41:38

    È stato un acquisto per regalo. Non l'ho letto ma me ne hanno parlato bene

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    n.d.

    14/10/2017 13:53:06

    Per carità, libro ben scritto che si lascia leggere. Per chi è nato tra gli anni 60 e 70 poi è pieno di atmosfere familiari....ma se questo ha vinto il premio Strega, gli altri com'erano??!?? Insomma, mi pare un pò sopravvalutato.

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    gianfranco

    07/10/2017 08:19:47

    libro scritto molto bene che non può sfuggire a chi ama la montagna e qualche volta fermarsi a riflettere trovo che molti riusciranno a immedesimarsi nel personaggio

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    luca

    28/09/2017 21:45:37

    Che bellezza e poesia...vien voglia di salire in quota e cercare il ghiaccio degli inverni passati

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    Carlo

    22/09/2017 16:33:24

    Il libro mi è piaciuto ma è un po come una minestra insipida, manca qualcosa che lo faccia decollare. La narrazione se ne va piatta, senza acuti. Peccato

Vedi tutte le 68 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

Siete voi di città che la chiamate “natura”. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo “bosco”, “pascolo”, “torrente”, “roccia”, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente.

È proprio vero che ognuno di noi ha le sue montagne. Le mie sono nell’alta Val Venosta, incastrate lassù, in quell’angolo tra l’Austria e la Svizzera. È lì che ho scoperto il profumo delle pinete e dei rododendri. Che ho imparato che cos’è la fatica, e quanto a volte può essere ripagata. Che ho visto paesaggi talmente belli da lasciarti senza fiato, che ho respirato un’aria fresca e pungente così diversa da quella della campagna e che riconoscerei ovunque.

La montagna di Pietro sorge sopra Grana, un paesino ai piedi del Monte Rosa. Ha iniziato ad andarci quando era ancora bambino, d’estate, con i suoi genitori. Ci tornerà tutti gli anni. Un ragazzo di città, solitario e fragile, che scopre il verde dei prati, il rumore dei ruscelli, la bellezza della natura. E conosce Bruno, che in quel di Grana ci vive, che è ancora bambino ma è già costretto a lavorare accompagnando le mucche al pascolo. La loro prima estate insieme è fatta di corse nei prati, di esplorazioni di case diroccate, di tuffi nei torrenti. Di avventura e libertà.

Tra i due nascerà un legame profondo, un’amicizia che non vive di parole ma di azioni, così forte da sopravvivere alle stagioni più dure e alla distanza. Perché il tempo e lo spazio nel loro rapporto non contano poi tanto. Non basteranno l’immaturità e l’egoismo dell’adolescenza ad allontanarli; non serviranno il viaggio di Pietro in Asia e la nuova famiglia di Bruno, le incomprensioni e il senso di perdita; tutte le difficoltà della vita non riusciranno a rompere quel rapporto. Qualunque sia la strada che ognuno ha deciso di intraprendere prima o poi passerà ancora una volta dalla quella montagna.

È uno splendido romanzo di formazione quello di Paolo Cognetti. La storia di un’amicizia che cresce e si consolida nel tempo, forte e selvaggia, quasi primordiale, fatta di poche parole e di tanti silenzi. Scritta con una lingua vera, essenziale, che si nutre di termini precisi e ricercati legati a quel mondo alpino così distante dalla città e che forse si sta perdendo per sempre. Una storia di uomini che hanno bisogno di concretezza, che hanno imparato ad abituarsi alla solitudine, uomini insicuri, fragili, vivi, che cadono e si rialzano, che si fanno le ossa, che diventano adulti.

Recensione di Mauro Ciusani


In Nepal si dice che il mondo è una ruota a otto raggi. Al centro c’è una montagna altissima, il monte Sumeru, intorno otto montagne, i raggi della ruota, e tra di loro otto mari. (…). Nella terza parte di “Le otto montagne” Bruno, il montanaro, domanda a Pietro, il narratore: “Tu saresti quello che va per le otto montagne e io quello che sale sul monte Sumeru?”. “Pare proprio di sì”, risponde Pietro. Bruno non ha mai lasciato il piccolo paese natale di Grana. Pietro, il milanese, lavora in Himalaya. Ma hanno una casa in comune, fatta con le loro mani: “Barma drola che è il centro della ruota nella seconda parte: un vecchio rudere ricostruito, con due stanze, una piccola e chiusa con il lucchetto, perché è il deposito degli attrezzi, l’altra grande, con la stufa, sempre aperta come un rifugio (…). Ognuno è il centro del proprio mondo e intorno a lui i raggi della ruota sono le persone che gli sono care. Conoscersi è difficile come salire il monte Sumeru.

Molti diranno che in questo libro è la montagna il centro della ruota. A me pare che nella prima parte, Montagna d’infanzia, il centro sia il narratore, fino ai sedici anni. Lo ritroviamo a trent’anni nella seconda. Nella terza il centro è Bruno. Le otto montagne è scritto come un classico, limpido e asciutto. Ha la pendenza aurea del romanzo breve e percorrendolo si respira bene. Per metà del racconto i fatti si svolgono lineari; poi arrivano le sorprese. Pochi sono i personaggi: i due amici, i loro genitori, qualche parente stretto. Leggendo veniamo a conoscerli bene. La trama è l’amicizia: è questo il centro della ruota nepalese. La montagna è il cerchione: senza di esso i raggi non stanno insieme. Se la ruota è un simbolo, il racconto ci offre altre due immagini simboliche. Se entriamo nell’acqua di un torrente, che scorre come il tempo, dove sono il passato e il futuro? domanda a Pietro il padre. “Il futuro è giù, dove va l’acqua” risponde Pietro; cioè a valle. “Sbagliato, per fortuna” lo corregge il padre. Solo qualche anno dopo, andando a pesca Pietro capirà perché ha sbagliato. Se guardi a monte, come fanno i pesci, che mangiano con il muso rivolto alla corrente, il futuro ti viene incontro e alle spalle hai l’acqua passata. Il destino viene dall’alto, dalla montagna. Ma se le volti le spalle, il futuro è a valle, dove l’acqua scende. Ogni simbolo è reversibile. In montagna si può vivere al diritto, a l’adret, oppure al rovescio, a l’envers. Il diritto è il versante esposto a sud; il rovescio è il versante nord, dove la luce è riflessa e l’inverno dura a lungo. Nelle loro scorribande Pietro e Bruno amano esplorare i versanti all’envers, e all’envers si costruiranno la baita; e la vita. Guardano a monte. Ma quale versante? La ruota non lo dice (…).

Recensione di Andrea Casalegno


Caso letterario prima ancora della pubblicazione (è già stato venduto in 22 Paesi, cosa rara per un romanzo italiano) è la terza opera montanara di Cognetti, dopo Il ragazzo selvatico e alcune ispirazioni di A pesca nelle pozze più profonde. È il racconto di un apprendistato all’amicizia e alla vita, attraverso il rapporto tra Pietro, il protagonista, e Bruno, un ragazzino che abita nel paesino ai piedi del Monte Rosa, dove Pietro e i genitori trascorrono l’estate. Bruno è nel suo habitat (cura le vacche e in agosto parte con i parenti per raggiungere un alpeggio), mentre Pietro è un ragazzino di città, che viene iniziato all’amore per la montagna dalla madre, assistente sociale, e dal padre, un uomo irrequieto confinato alla prigione del lavoro in città, spesso imperscrutabile, ma capace di grandi dolcezze.

In narrativa non ci sono temi più universali del paesaggio, dell’amicizia e del diventare adulti, e la scrittura di Cognetti si fa classica (ed elegante) per raccontare al meglio questa storia. Credo sia per questo che Le otto montagne è stato così apprezzato all’estero.

Per molti, quando si parla di romanzo a tema “montagna” la prima cosa che viene in mente è Mauro Corona, e le sue elegie minime da eremita in divisa. Qui non c’è niente di tutto questo. C’è solo il romanzo vero di un bravo scrittore.

Recensione di Mario Bonaldi