Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Edizione: 1
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 08/11/2016
Pagine: 208 p., Rilegato
  • EAN: 9788806226725

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa italiana - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

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Recensioni dei clienti

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    Benedetto

    01/07/2018 10:02:33

    Nella media, da un Premio Strega ci si aspetta di più. La descrizione minuziosa degli ambienti a tratti coinvolge il lettore, altre volte fa passare la voglia di leggere, ma ciononostante sono descritti con la massima cura ed attenzione. Il protagonista si arrende troppo facilmente alle difficoltà, e proprio nel momento del bisogno non aiuta il suo migliore amico. La trama prosegue in maniera lineare e non ci sono mai dei veri e propri colpi di scena. I capitoli più interessanti sono quelli che appartengono alla seconda parte del libro "La casa della riconciliazione", nei quali il protagonista , dopo un grave lutto, capisce di dover mantenere vivo il ricordo della persona scomparsa. Insomma, una mezza delusione.

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    Dreamerely

    27/05/2018 11:57:13

    Un buon libro. Un libro che mi ha fatto venire una gran voglia di tornare in montagna. Storia di amore per la montagna e di una forte amicizia. Un'amicizia come sono quelle tipiche dell'infanzia e soprattutto tra due ragazzi: non servono contatti assidui, non servono grandi parole e confessioni, bastano pochi istanti per ritrovarsi a dispetto del passare degli anni. Ci si ritrova con lo stesso cuore, lo stesso affetto a guardarsi reciprocamente i segni che il tempo ha lasciato sul viso altrui. Non c'è grande approfondimento psicologico dei personaggi per questo non ho dato 4 stelle, è una storia che poteva essere sviluppata, a mio parere, molto meglio e diventare più coinvolgente; ma c'è comunque quel contrasto tra Milano e la montagna, tra l'insoddisfacente, grigia e trafficata vita moderna e quel modo di vita semplice, rustico, nostalgico montanaro che è destinato a fallire nel mondo moderno (prima la piccola attività imprenditoriale, poi la morte) ma che rimane sicuramente ricco di fascino.

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    giulia federica

    15/05/2018 17:43:38

    Un libro che ho amato moltissimo e regalato a tutti gli amici che amano la montagna: Cognetti sa cosa significa vivere al ritmo delle stagioni, scegliere il silenzio al caos e respirare in sincrono con la natura. E soprattutto, sa come raccontarlo.

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    Marcello

    04/05/2018 17:38:08

    Davvero un gran bel romanzo. Bellissima storia di un'amicizia che resiste a tutto. Sullo sfondo la descrizione, di un paesaggio di montagna, veramente ben congegnata. Complimenti all'autore. Da leggere. Vivamente consigliato a tutti.

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    doriana

    22/04/2018 11:40:53

    Bellissimo concentrato di vita di montagna vissuta da "cittadino". Mi sono rivista avevo un appartamento in affitto in montagna per 7 anni in un paese quasi dimenticato, con poche anime. Ho rivissuto la mia storia nel racconto...incredibile sono solo stata ispirata dal titolo del libro e dalla breve descrizione....un déjà-vu inaspettato mentre la maliconia mi ha sopraffatta. Grazie all'Autore.

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    n.d.

    10/04/2018 14:58:34

    Una scrittura scorrevole ma mai scontata, che riesce a coinvolgerti dall’inizio alla fine!

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    Sergio

    01/04/2018 12:48:45

    Un libro molto bello, letto tutto in un fiato. Consigliato

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    Erica S.

    12/03/2018 21:08:13

    Poche volte un libro ha saputo rapire così la mia mente e il mio animo. Da amante della montagna, ho apprezzato come l'autore ha saputo descrivere la natura alpina in ogni suo aspetto più nascosto e intimo: riuscivo ad immaginare il colore delle rocce, il rumore del torrente, il bianco dei nevai vicino alle cime. La montagna, con la sua maestosità e purezza, fa da sfondo ad una storia di vita e di amicizia, toccante e sorprendentemente avvincente.

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    Nathalie P.

    07/03/2018 13:13:36

    Certo che i premi fanno miracoli per la vendita di un libro. E lo Strega poi non ne parliamo. Ho letto questo libro spinta dal suo successo, ma con sorpresa via via più grande. E' tutto un salire e scendere dalla montagna. In Italia prima e in Asia dopo. E' ben scritto, certo, ma oltre agli scarponi e allo zaino personalmente mi lascia poco. Forse certi premi creano delle aspettative eccessive. Chissà.

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    n.d.

    06/03/2018 22:55:58

    Quando lo leggi, sembra di essere in montagna.

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    aledifra

    04/03/2018 20:09:36

    Una bella storia di amicizia, dall'infanzia all'età adulta. Consigliato, anche a chi come me non è particolarmente amante della montagna.

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    andricci@yahoo.it

    04/03/2018 12:55:55

    Le aspettative erano molte ...

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    Renzo Montagnoli

    03/03/2018 16:13:04

    Le otto montagne, nonostante il titolo, non è un libro sulla montagna, che peraltro è il palcoscenico in cui si misurano gli attori, è la storia invece di due ragazzi, Pietro il cittadino e Bruno il montanaro, che crescono insieme, così diversi e al tempo stesso così uguali; diversi ho detto, eppure uguali, perché le loro anime denotano un’affinità che quasi li fa sembrare fratelli. Il primo è soggiogato da un padre che vede nelle escursioni in montagna una continua sfida con se stesso, il secondo è già svezzato da una vita dura e di fatica, con un genitore violento e per nulla paterno, in un confronto fra una piccola borghesia che può permettersi anche le vacanze sui monti e un sottoproletariato, in cui ferie è un termine sconosciuto. Finiranno con il crescere insieme, sia pure nel breve periodo delle vacanze estive, in un’amicizia che li cementerà per tutta la vita. Assieme affronteranno le escursioni fra panorami talmente belli e così ben descritti che fanno venire le lacrime agli occhi; non sarà tuttavia sempre così, perché trascorsa la pubertà ognuno andrà per la sua strada, Bruno sempre legato intimamente alla montagna, Pietro a cercare un suo percorso, un senso da dare alla vita. Sarà la morte improvvisa del padre di Pietro a riavvicinarli, a farli sentire un unico individuo e insieme cercheranno di dare una svolta alle loro vite: Bruno sempre legato alla sua montagna, Pietro in giro per altre montagne, nel lontano Nepal; qui gli giungerà una tragica notizia, che preferisco non svelare per rispetto di chi leggerà, ma che è la indovinata conclusione di un’opera senz’altro convincente. Il romanzo è scritto benissimo, con uno stile per niente ampolloso, ma nemmeno scarno, venato sovente da una malinconica nota poetica, è una di quelle opere che, pur non facendo gridare al capolavoro, lasciano al termine della lettura completamente soddisfatti e, ciò che più conta, pervasi da un grande senso di serenità.

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    LIA

    27/02/2018 10:59:25

    Seppur sia un libro scritto molto bene, con un linguaggio semplice, diretto e senza troppi giri di parole, ho trovato la trama scarsissima, le descrizioni dell'ambiente troppo lunghe e noiose, il finale scontatissimo e banale. Fortunatamente il libro è breve e sono riuscita a finirlo. A me non ha lasciato niente a livello emotivo. Però, leggendo varie opinioni positive, probabilmente sono io che non l'ho saputo apprezzare.

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    gianfranco marchioni

    10/02/2018 10:29:47

    l'ho trovato bellissino, letto tutto di un fiato. è un libro sulla montagna? o forse sui sentimenti? o forse sull'educazione dei figli? oforse sul rapporto figli/genitori? credo che ognuno dei lettori troverà il suo filone, ma sarà sempre un'emozione

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    silvia

    09/02/2018 19:42:16

    "Se io me ne vado a stare nel bosco, nessuno dice niente. Se lo fa una donna, la prendono per una strega. Se io sto zitto che problema c'è? Sono solo un uomo che non parla. Una donna che non parla dev'essere una mezza matta." Storia semplice fatta di poche cose, lessico famigliare, amicizia e scorci di natura, scritta con un periodare ricco di subordinate che ricorda alcune canzoni di Daniele Silvestri. Parla dell'incontro con una di quelle persone essenziali, sia per chi vi si imbatte, sia per il tipo di vita che conducono. Dopo la prima metà il romanzo peggiora, ciò avviene quando cambia lo scenario, diventando poco credibile, gli intermezzi sul Nepal sono mal raccordati, peccato, perché da lì deriva il titolo.

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    Antonio Schimera

    05/02/2018 13:25:22

    Un vero è proprio romanzo ambientale dove la storia di un'amicizia fa da sfondo alla montagna. I personaggi si scoprono nel non detto, i rapporti prendono forma nel taciuto. Il paesaggio è l'alfabeto che gli uomini prendono in prestito per raccontare le loro storie. Non è un romanzo urlato, si sedimenta come fa la neve sulle vette. Una bella prova anche per chi, come me, la montagna l'ha vista solo col binocolo.

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    Rose Congou

    05/02/2018 09:32:42

    Noioso e patetico. L'atmosfera è sempre e solo triste e spenta, depressa e deprimente. Le descrizioni dei paesaggi non sono memorabili. Mancano la forza, l'intensità, il sublime della montagna. Le emozioni sono poco modulate e prive di crescita. I personaggi sono bidimensionali, il protagonista presuntuoso e anaffettivo. Il suo rapporto con la montagna più favolistico che realistico. Stereotipato il contrasto città/montagna. Sopravvalutato.

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    B63

    29/01/2018 09:54:23

    L'amore per la montagna, di cui si percepisce ogni frammento, la relazione intensa tra due amici e poi …. tutto il resto, da gustare pagina dopo pagina! Molto bello!

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    SIMONA TANZINI

    13/01/2018 12:19:59

    sinceramente da un vincitore di un premio Strega mi aspettavo qualcosa di meglio. Un libro tutto sommato nella norma : buona la storia e apprezzabile la sua filosofia ma a volte la lettura risulta un po' noiosa per la lentezza della storia

Vedi tutte le 99 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

Siete voi di città che la chiamate “natura”. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo “bosco”, “pascolo”, “torrente”, “roccia”, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente.

È proprio vero che ognuno di noi ha le sue montagne. Le mie sono nell’alta Val Venosta, incastrate lassù, in quell’angolo tra l’Austria e la Svizzera. È lì che ho scoperto il profumo delle pinete e dei rododendri. Che ho imparato che cos’è la fatica, e quanto a volte può essere ripagata. Che ho visto paesaggi talmente belli da lasciarti senza fiato, che ho respirato un’aria fresca e pungente così diversa da quella della campagna e che riconoscerei ovunque.

La montagna di Pietro sorge sopra Grana, un paesino ai piedi del Monte Rosa. Ha iniziato ad andarci quando era ancora bambino, d’estate, con i suoi genitori. Ci tornerà tutti gli anni. Un ragazzo di città, solitario e fragile, che scopre il verde dei prati, il rumore dei ruscelli, la bellezza della natura. E conosce Bruno, che in quel di Grana ci vive, che è ancora bambino ma è già costretto a lavorare accompagnando le mucche al pascolo. La loro prima estate insieme è fatta di corse nei prati, di esplorazioni di case diroccate, di tuffi nei torrenti. Di avventura e libertà.

Tra i due nascerà un legame profondo, un’amicizia che non vive di parole ma di azioni, così forte da sopravvivere alle stagioni più dure e alla distanza. Perché il tempo e lo spazio nel loro rapporto non contano poi tanto. Non basteranno l’immaturità e l’egoismo dell’adolescenza ad allontanarli; non serviranno il viaggio di Pietro in Asia e la nuova famiglia di Bruno, le incomprensioni e il senso di perdita; tutte le difficoltà della vita non riusciranno a rompere quel rapporto. Qualunque sia la strada che ognuno ha deciso di intraprendere prima o poi passerà ancora una volta dalla quella montagna.

È uno splendido romanzo di formazione quello di Paolo Cognetti. La storia di un’amicizia che cresce e si consolida nel tempo, forte e selvaggia, quasi primordiale, fatta di poche parole e di tanti silenzi. Scritta con una lingua vera, essenziale, che si nutre di termini precisi e ricercati legati a quel mondo alpino così distante dalla città e che forse si sta perdendo per sempre. Una storia di uomini che hanno bisogno di concretezza, che hanno imparato ad abituarsi alla solitudine, uomini insicuri, fragili, vivi, che cadono e si rialzano, che si fanno le ossa, che diventano adulti.

Recensione di Mauro Ciusani


In Nepal si dice che il mondo è una ruota a otto raggi. Al centro c’è una montagna altissima, il monte Sumeru, intorno otto montagne, i raggi della ruota, e tra di loro otto mari. (…). Nella terza parte di “Le otto montagne” Bruno, il montanaro, domanda a Pietro, il narratore: “Tu saresti quello che va per le otto montagne e io quello che sale sul monte Sumeru?”. “Pare proprio di sì”, risponde Pietro. Bruno non ha mai lasciato il piccolo paese natale di Grana. Pietro, il milanese, lavora in Himalaya. Ma hanno una casa in comune, fatta con le loro mani: “Barma drola che è il centro della ruota nella seconda parte: un vecchio rudere ricostruito, con due stanze, una piccola e chiusa con il lucchetto, perché è il deposito degli attrezzi, l’altra grande, con la stufa, sempre aperta come un rifugio (…). Ognuno è il centro del proprio mondo e intorno a lui i raggi della ruota sono le persone che gli sono care. Conoscersi è difficile come salire il monte Sumeru.

Molti diranno che in questo libro è la montagna il centro della ruota. A me pare che nella prima parte, Montagna d’infanzia, il centro sia il narratore, fino ai sedici anni. Lo ritroviamo a trent’anni nella seconda. Nella terza il centro è Bruno. Le otto montagne è scritto come un classico, limpido e asciutto. Ha la pendenza aurea del romanzo breve e percorrendolo si respira bene. Per metà del racconto i fatti si svolgono lineari; poi arrivano le sorprese. Pochi sono i personaggi: i due amici, i loro genitori, qualche parente stretto. Leggendo veniamo a conoscerli bene. La trama è l’amicizia: è questo il centro della ruota nepalese. La montagna è il cerchione: senza di esso i raggi non stanno insieme. Se la ruota è un simbolo, il racconto ci offre altre due immagini simboliche. Se entriamo nell’acqua di un torrente, che scorre come il tempo, dove sono il passato e il futuro? domanda a Pietro il padre. “Il futuro è giù, dove va l’acqua” risponde Pietro; cioè a valle. “Sbagliato, per fortuna” lo corregge il padre. Solo qualche anno dopo, andando a pesca Pietro capirà perché ha sbagliato. Se guardi a monte, come fanno i pesci, che mangiano con il muso rivolto alla corrente, il futuro ti viene incontro e alle spalle hai l’acqua passata. Il destino viene dall’alto, dalla montagna. Ma se le volti le spalle, il futuro è a valle, dove l’acqua scende. Ogni simbolo è reversibile. In montagna si può vivere al diritto, a l’adret, oppure al rovescio, a l’envers. Il diritto è il versante esposto a sud; il rovescio è il versante nord, dove la luce è riflessa e l’inverno dura a lungo. Nelle loro scorribande Pietro e Bruno amano esplorare i versanti all’envers, e all’envers si costruiranno la baita; e la vita. Guardano a monte. Ma quale versante? La ruota non lo dice (…).

Recensione di Andrea Casalegno


Caso letterario prima ancora della pubblicazione (è già stato venduto in 22 Paesi, cosa rara per un romanzo italiano) è la terza opera montanara di Cognetti, dopo Il ragazzo selvatico e alcune ispirazioni di A pesca nelle pozze più profonde. È il racconto di un apprendistato all’amicizia e alla vita, attraverso il rapporto tra Pietro, il protagonista, e Bruno, un ragazzino che abita nel paesino ai piedi del Monte Rosa, dove Pietro e i genitori trascorrono l’estate. Bruno è nel suo habitat (cura le vacche e in agosto parte con i parenti per raggiungere un alpeggio), mentre Pietro è un ragazzino di città, che viene iniziato all’amore per la montagna dalla madre, assistente sociale, e dal padre, un uomo irrequieto confinato alla prigione del lavoro in città, spesso imperscrutabile, ma capace di grandi dolcezze.

In narrativa non ci sono temi più universali del paesaggio, dell’amicizia e del diventare adulti, e la scrittura di Cognetti si fa classica (ed elegante) per raccontare al meglio questa storia. Credo sia per questo che Le otto montagne è stato così apprezzato all’estero.

Per molti, quando si parla di romanzo a tema “montagna” la prima cosa che viene in mente è Mauro Corona, e le sue elegie minime da eremita in divisa. Qui non c’è niente di tutto questo. C’è solo il romanzo vero di un bravo scrittore.

Recensione di Mario Bonaldi