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Margherita D'Amico

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2007
Pagine: 130 p. , Brossura
  • EAN: 9788804571582
"Il ratto è grigio e lucente e si muove piano, sembra non avere idea di dove dirigersi. Ancor prima di chinarvi vedete che ha gli occhi rossi e gonfi come bolle d'acqua; anche dalla bocca esce sangue. Con un fazzoletto lo raccogliete. Potrebbe accadere anche a voi, intorno a Ferragosto e nel centro di Roma: ora lo tenete nel palmo, stringe lievemente le zampe attorno al vostro indice. Sarà grande quanto un gattino, contro la mano ne percepite il battito affannoso del cuore e lo sgomento vi coglie". Nell'incipit di questa raccolta (o, meglio, rosario di misteri dolorosi sulle sofferenze che infliggiamo agli animali) c'è tutta la compassione e la vis pugnandi di Margherita D'Amico, scrittrice e giornalista, già autrice dei romanzi Rane, Il secondo di bordo, L'aquila delle scimmie e del reportage Gulu. Una discesa agli inferi, viaggio-testimonianza, con Luca Zingaretti, tra i profughi della guerra civile in Uganda.
L'autrice sa provare compassione: termine desueto, in tempi di violenze e di soprusi ormai derubricati a peccati veniali, quando non a virtù dei furbi; la compassione, l'empatia, è però termine essenziale per interpretare la nostra epoca e le persone che la vivono. La dichiarazione d'intenti di Margherita D'Amico è chiara fin dalle prime pagine: "Ad Asti, nell'aprile 2006, per colpa di un malore improvviso una povera signora cade dal balcone e muore infilzata su una cancellata. Quando arrivano i soccorritori, trovano una folla di ragazzi a riprenderne l'agonia con le videocamere dei telefoni cellulari. Nessun dubbio che qualcosa non vada? Sulla distruzione del senso di empatia ha inizio, per dirne un'altra, l'educazione criminale. Non è un caso che i malavitosi insegnino agli eredi a torturare e uccidere in prima battuta gli animali".
Gli esempi che il libro offre, con stile misurato, lasciando semplicemente parlare i fatti, sono tanti: dagli animali segregati nei canili a quelli che vediamo spegnersi fra le sbarre degli zoo ("imprese con largo margine di lucro e imbroglio da parte delle amministrazioni"), dallo sfruttamento dei cavalli negli ippodromi, o costretti a spezzarsi le zampe nelle sagre di paese, all'abbattimento di "Bruno", l'orso del Parco Adamello Brenta "sconfinato" in Baviera nell'estate 2006.
Le esistenze degli animali (specie quelli "da carne", giacché non proviamo alcun imbarazzo ad anteporre l'appetito alla pietà) sono al nostro servizio, le torture quotidiane cui vengono sottoposti (nei macelli, ad esempio) sono fondate su un ampio silenzio mediatico. Su di loro riversiamo fiumi di cattiva coscienza. I cavalli attaccati alle carrozzelle nelle vie di Roma, ad esempio, "sono per lo più ex trottatori di scarto acquistati dai vetturini, tenuti per concessione del Comune nell'ex mattatoio di Testaccio, in mezzo ai rumori e alla sporcizia, senza un fazzoletto di verde su cui riposare liberi e all'aria". Per sopraggiunte zoppie o vecchiaia, alla fine vengono soppressi. Con i soldi ricavati, il proprietario acquista un esemplare nuovo. Alberto Sordi ci girò un film, Nestore, l'ultima corsa, e riuscì a strappare al sindaco la promessa di trovare un ricovero più adeguato per gli animali. Morto l'attore non se ne fece più nulla, salvo un accordo tra il sindaco di Valmontone e la Provincia di Roma per istituire un pensionato anziché macellarli. "Ma da quelle parti si aggira ancora una banda di macellai clandestini – scrive D'Amico – che dopo un primo furto nel 2003, due anni dopo torna, rapisce e uccide altri cinque cavalli (…). Tutto s'interrompe".
Per non citare, sempre parlando di equini, le fratture, le ferite, gli abbattimenti che gli animali subiscono nelle "giostre" strapaesane. A Enna, a Bomarzo, in provincia di Ascoli Piceno: "Nell'estate 2006, alla corsa della Giostra dell'Agnello di Servigliano, un partecipante si spinge a velocità eccessiva in una curva stretta di terra dura e delimitata solo da un gradino. Nel tentativo di non cadere, l'animale si spezza pastorale e nodello. In piedi su tre gambe, viene trascinato a mano dentro a un rimorchio. Per dieci secondi colpi e sussulti, poi nessuno ode più nulla. Le due pattuglie di carabinieri presenti assistono placide alla scena e nemmeno il sindaco, impegnato fra gli applausi a illustrare il bello della festa, immagina di sospendere la manifestazione. Un altro cavallo, a cui si è rovesciata la sella, è intanto finito in un dirupo riportando lacerazioni, mentre il vincitore esce di scena zoppo, con una falange rotta".
Altrettante sofferenze sono riservate agli animali esotici (che languiscono in prigionie pubbliche e private), ai cani e ai gatti abbandonati dai proprietari, alle cavie sacrificate nei laboratori, alla selvaggina uccisa dai cacciatori, che alimentano un lucrosissimo commercio: "Un dossier dell'Archivio del Disarmo – scrive l'autrice – dice che le armi registrate alla vendita come civili o sportive sono responsabili del 90 per cento dei decessi nelle guerre che stravolgono paesi come il Congo, l'Indonesia, la Sierra Leone".
Gli animali, in tutto questo, non hanno facoltà di replica. Come il ratto agonizzante, provocatorio protagonista del primo racconto: "Quel topo deve aver mangiato il veleno, – scrive D'Amico – un anticoagulante pensato per causare emorragie interne ed esterne fino alla morte, che sopraggiunge dopo parecchie ore. È il metodo più economico e diffuso fra quelli messi in pratica per sterminare le colonie di roditori, che all'infinito si riproducono attingendo alle colossali discariche su cui si eleva la società umana". L'autrice recupera una mezza bottiglia di minerale, depone la bestia fra erba e pietre, le versa il liquido sul corpo: "Lui ne sembra un po' rinfrancato; sfregandosi il muso riesce ad aprire un occhio e scruta attorno (…) si muove e va a infilarsi in un anfratto, scomparendo. Quasi di sicuro non se la caverà. Avete appena saputo aiutarlo a ritrarsi nell'oscurità di un covo, piuttosto che smarrire le ultime forze fra le gambe dei passanti e i pneumatici dei veicoli cittadini". Ecco, questa è empatia, per una bestia disprezzata da tutti.
Forse, in questo nostro Occidente progredito, non siamo disposti a sopportare l'indole libera che le bestie, mai scacciate dal paradiso terrestre, conservano per istinto. Siamo come Gilgamesh, che sale la montagna dei cedri e uccide il guardiano della foresta, il mostro sacro Humbaba, metafora del taglio della foresta. Gli dei, per il suo sacrilegio, uccidono il suo amico prediletto, Enkidu, e Gilgamesh torna in città più tormentato e infelice di prima, di fronte all'insopportabile idea di dover morire. La natura, invece, come gli dei, è eterna. Così è per gli animali, condannati a scontare una colpa che noi abbiamo dimenticato. Carlo Grande

Recensioni dei clienti

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    ant

    29/11/2007 22.08.08

    Una bella presa di coscienza dei danni fatti a tante specie di animali in Italia

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    Ilaria Ferri

    30/10/2007 14.36.55

    Un libro straordinario che chiarisce con efficacia e dovizia di particolari l'affermarsi di una obsoleta cultura violenta e antropocentrica sulla pelle degli animali ! Grazie infinte all'amica Margherita per il suo coraggio, la sua determinazione e la coerenza. Ilaria Ferri Direttore Animalisti Italiani Onlus

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