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Aldo Zargani

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2010
Formato: Tascabile
Pagine: 237 p. , Brossura
  • EAN: 9788815134110

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    Giuseppe

    15/04/2014 11.52.09

    Terminata la lettura di "Per violino solo" di Aldo Zargani, ed. Il Mulino, 1995. E' stata lenta, faticosa per una buona metà. Lingua colta, elegante, piena e sufficientemente scorrevole, pur con rare minime ampollosità. La scelta delle parole è ampia e accuratissima. Mi ha soprattutto disturbato l'alternarsi dei periodi temporali, che anticipa, confonde e dilata i tempi della narrazione. Il racconto dei bombardamenti di Torino, le storie di collegio (mi ha ricordato molto "Arrivederci ragazzi" di Luis Malle), le minibiografie dei parenti scomparsi - e ricordati con l'agghiacciante ripetersi di una noticina bibliografica che richiama l'opera che elenca gli ebrei uccisi - mi riappaiono tuttavia assai belli nella memoria. Ma a un certo punto sia la narrazione e la scrittura, e la mia lettura con esse, hanno preso il volo, acquistando il ritmo, l'incedere potente del capolavoro. Una narrazione epica. Questo avviene a partire da pagina 157, quando Aldo comincia a raccontare - in modo non più frammentato ma continuo - il periodo più duro e miserabile, nella vallata del biellese, ad Urì, tra la famiglia dei contadini ricchi e quella degli emigrati poveri, con i partigiani, il parroco, i carabinieri mezzi imboscati, i tedeschi in tuta da neve bianca con gli sci che si lanciano sul paese a sorpresa ma non trovano nessuno. Con figure belle che escono fuori con i loro caratteri: il pavido padre Mario, violista licenziato nel 1938, prudente e attento, umile e impacciato, ma capace di momenti di coraggio lucido; la madre, autorevole e sicura, brutta ma solida e coraggiosa; Mino Tedeschi, tombeur de femmes morto con il francobollo alla frontiera svizzera; Mario Morais, l'altro che denunciò il furto, e con esso il tentativo di fuga della famigliola, da parte del contrabbandiere. E' un racconto autobiografico che ammette nel Congedo qualche concessione all'autofiction, giustificandola con una frase bella: "è l'artificio che salva la verità".

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    claudio

    12/11/2013 14.46.51

    Memorie di un bambino ebreo nato nel 1933 in Italia, nel Piemonte. In quel periodo erano quasi più gli ebrei fascisti degli altri. Solo pochi anni dopo si sono accorti che il regime era allo stesso livello -forse solo un po' più basso- del regime hitleriano. La nostra famiglia, composta dai genitori, di cui il capofamiglia professore d'orchestra improvvisamente licenziato, e da due figli si trova in quesi quasi due anni a peregrinare da un aparte all'altra per salvarsi. Tutto ciò mentre la maggior parte dei suoi familiari perdono la vita nei forni crematori di Auschwitz. E poi in ogni caso -come si ricorda nella quarta di copertina- è un libro anche piacevole, con mille battute tipicamente ebraiche. Da leggere continuamente, non possiamo dimenticare quello che il regime fascista fece a carico del popolo italiano, non solo di quello ebreo.

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