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Peregrin d'amore. Sotto il cielo degli scrittori d'Italia

Eraldo Affinati

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2010
Pagine: 412 p., Rilegato
  • EAN: 9788804595397
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Da sempre la scrittura di Eraldo Affinati si nutre, cerca ispirazione e conferme nel viaggiare. E ogni suo viaggio trova impulso cinetico nella lettura. Viaggiando, i libri letti tornano a respirare e restituiscono senso alla realtà. In questo nuovo libro, Affinati segue le tracce di quaranta scrittori italiani, da san Francesco a Pasolini, nei luoghi che li hanno visti nascere o che stanno sullo sfondo delle pagine dei loro libri più celebri. Ogni itinerario è preceduto da una pagina di avvicinamento allo scrittore prescelto, un breve preludiare di accordi che apre le porte al nuovo percorso. Non ci si muove soltanto lungo l'Italia: lo spirito di Petrarca è inseguito su per le curve del Monte Ventoso o nell'idillio fluviale di Valchiusa; quello di Foscolo tra le croci di un cimitero londinese; Pavese e il suo sogno americano sono quasi un miraggio nel deserto di Yuma; Vittorio Alfieri è rincorso nella notte di quell'amata Stoccolma che conobbe ventenne; Gozzano è raggiunto in uno spazio di sogno tra Agliè e Varanasi, e "il cielo indiano ricorda l'ovatta nella bomboniera spolverata tutti i giorni dalla signorina Felicita". Ma spesso, ovviamente, questi viaggi di conoscenza avvengono in Italia, nei luoghi che per primi assoceremmo agli autori: Pascoli a San Mauro di Romagna; Belli e Gadda a Roma; Tozzi a Siena; Bassani a Ferrara; D'Annunzio tra Pescara e Fiume…
Ogni capitolo aspira a far sì che la letteratura del passato continui ad aver significato, a parlare ai contemporanei. La nostra letteratura ha contribuito a formare il sentimento italiano, e questo nonostante la posizione minoritaria che sembra assumere ogni giorno di più; ma se si vuole che la letteratura sia ancora "una luce davanti a noi" e non "un vaniloquio senza riscontro", non bisogna mai smettere di farla reagire con la realtà, facendo dialogare le parole di ieri con le parole e le esperienze di oggi.
Fin dalle prime pagine, Affinati manifesta il desiderio di "indagare lo scarto fra l'arte e la vita" e, animato dalla stessa follia visionaria di un novello Don Chisciotte, parte (in moto, in auto, in bici, a piedi) alla ricerca del "punto esatto in cui ciò che si vive incontra ciò che si scrive". Il suo peregrinare subisce un doppio movimento: più sembra avvicinarsi alla perfetta epifania che pulsa inestinguibile nei vari luoghi, più quella piena corrispondenza tra pagine scritte e realtà svanisce, si dilegua come un miraggio. Una sconfitta che l'autore sa inevitabile, un po' perché quei luoghi sono a volte snaturati o irriconoscibili, e un po' perché sono in pochi ormai a cogliere cosa rappresentino. Spesso, le grandi pagine della nostra tradizione trovano ascolto, dialogo (a volte, persino si incarnano) in vagabondi, folli, disabili, migranti: solo gli umili, gli emarginati sono naturalmente all'altezza dei sentimenti, delle emozioni, della poesia della realtà che quelle pagine custodiscono (e in questo il libro di Affinati è intimamente pasoliniano).
Corazzato dalle molte letture, come il suo antenato hidalgo, il viandante visita luoghi reali attraverso i fantasmi che popolano la nostra letteratura (e se Clorinda vive ancora a Gerusalemme, l'eventuale Dulcinea sarebbe una prostituta nigeriana). Gli stratagemmi impiegati per riannodare l'arte alla vita sono tanti, talvolta empirici: il peregrino striscia nelle stesse trincee di Ungaretti; ripercorre la strada della Cavalla storna; a Stilo, nella Calabria selvatica, fra ulivi e dirupi sente rinascere la forza dei versi di Campanella; "Non si capisce Tozzi se non si viene qui, fra torri, terrazzini, muretti e campagne all'orizzonte come trofei di cartapesta"; "Questo era il quartiere di Primo Levi (…) Ora che lo vedi, ti sembra di comprendere meglio la logica dello scrittore". Allo stesso tempo, egli sa bene che il giardino dei Finzi-Contini è inventato, che Manzoni la capanna di Renzo l'ha solo immaginata e che in quel bar di borgata Accattone lo sta vedendo soltanto lui. Tutti questi viaggi nei luoghi della letteratura italiana "altro non sono che sortilegi, allucinazioni eidetiche", "febbri, visioni, errori e atti di buona volontà". Glielo dice anche il padre (portavoce del Belli) dall'aldilà: "Stai a fa er matto, eh? (…) Te piace partì da li posti veri e ricostruì così er senso de tutti i libbri. So' cazzi!". Il genius loci è una scommessa di senso: "Il luogo in sé non ti direbbe niente se non ce lo avessi già dentro".
Nella sua furia conoscitiva, il viaggiatore è un parente stretto del Vecchione di Svevo, che secondo Giacomo Debenedetti si dibatteva nel "tempo misto" della simultaneità, in "quel sovrapporsi, come su una lastra più volte impressionata, di sopravvivenze del passato e di presenze attuali". Il "tu" a lui rivolto, con il procedere della lettura, si apre fraterno fino ad accogliere il lettore; il viaggiatore Eraldo Affinati diventa un personaggio di finzione tra gli altri, sprofondato nella propria ossessione per la letteratura, e l'intero libro si trasforma in un sogno a occhi aperti, un'opera di tutti, che tutti gli scrittori che l'hanno preceduta idealmente comprende. Un talismano per ritrovare quella comunicazione immediata con la felicità delle prime, indimenticabili, letture.
Vincenzo Quagliotti