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Curatore: G. Balcet, V. Valli
Editore: Il Mulino
Collana: Progetto Alfieri
Anno edizione: 2012
Tipo: Libro universitario
Pagine: 264 p. , Brossura
  • EAN: 9788815238177
La scarsa attenzione in Italia verso l'ascesa economica dell'Asia è un fatto sconcertante, e un contributo a colmare questo vuoto viene dal nuovo volume curato da Giovanni Balcet e Vittorio Valli, Potenze economiche emergenti. Cina e India a confronto, che raccoglie sei saggi su aspetti chiave della crescita di questi paesi e offre, nell'introduzione, una chiave di lettura della dinamica attuale e dei problemi futuri di quei paesi. Il metodo comparativo, utilizzato da tutti i capitoli del volume, rappresenta una prima specificità dello studio. Le traiettorie di Cina e India sono analizzate in parallelo, consentendo confronti nelle tappe e caratteristiche dello sviluppo economico, ma anche una considerazione della storia e delle istituzioni dei due paesi che dà la necessaria profondità all'analisi. Un secondo aspetto è l'attenzione ad alcuni processi che sono al centro dello sviluppo di quei paesi: la crescita industriale e il caso dell'auto, la finanza, le politiche pubbliche, le disuguaglianze sociali, la questione ambientale, offrendo un quadro non esaustivo, ma sufficientemente ampio dei nodi economici e sociali dei due paesi. Il terzo elemento chiave del volume è l'analisi di come il modello fordista di sviluppo abbia trovato spazio nei due paesi. Il secondo capitolo, di Valli, riassume in modo efficace le caratteristiche del fordismo nelle sue due prime "incarnazioni", negli Stati Uniti dei primi anni del XX secolo e nel secondo dopoguerra in Europa e Giappone. Allora come oggi in Asia quel modello industriale si fonda su grandi imprese con disponibilità di capitali e tecnologie, forti economie di scala e mercati in espansione, riduzione dei costi, largo impiego di lavoro non qualificato in mansioni ripetitive, forte crescita della produttività, a cui può fare seguito una più modesta crescita dei salari che alimenta la domanda interna, forti consumi di energia, pesanti effetti negativi sull'ambiente. Questi ingredienti sono alla base dell'accelerazione della crescita in Cina e, in misura minore, nell'industrializzazione dell'India. Nei paesi in via di sviluppo sono rilevanti le precedenti esperienze di industrializzazione che puntavano alla sostituzione delle importazioni, in economie molto chiuse. Era emersa in questo modo una base produttiva estesa a tutti i settori, con alcune competenze tecnologiche interne, ma con volumi di produzione modesti. In Cina, a questi elementi che caratterizzano l'industria statale fino alle riforme avviate nel 1978, si aggiungono i caratteri del "fordismo cinese": l'emergere di imprese di proprietà degli enti locali e private, la moltiplicazione di investimenti diretti e joint ventures di multinazionali straniere, la forte concentrazione sull'esportazione, la capacità di costruire nuove competenze nei settori ad alta tecnologia, accanto alle industrie tradizionali del fordismo (elettrodomestici e poi auto, ecc.), gli effetti di forte crescita delle disuguaglianze e una persistente mancanza di riforme sociali capaci di costruire un welfare state. Il caso dell'India è più articolato, con l'industria fordista che ha spazi più ridotti, tra un'agricoltura che resta più estesa, il grande settore informale e percorsi di crescita che – come nel caso del forte sviluppo del software – hanno saputo "saltare" l'industria e puntare ad alcuni servizi avanzati. I risultati di tre decenni di crescita elevata sono eclatanti. Come ricorda l'introduzione del volume, ora la Cina è la seconda economia del mondo: le stime del valore del Pil cinese del 2010, a parità di poteri d'acquisto, vanno dal 69 al 104 per cento del Pil statunitense. Per l'India, le stime vanno dal 29 al 42 per cento del Pil statunitense, ma la sua traiettoria di crescita è solo ora in via di accelerazione. Oggi la Cina ha più addetti alla ricerca e sviluppo degli Stati Uniti, e il suo mercato dell'auto è dal 2009 il più grande del mondo. In India l'industria del software è seconda solo agli Stati Uniti. Nel secondo capitolo, di Gabriele Guggiola, si esamina la spesa pubblica (in Cina ancora sotto al 20 per cento del Pil) e si passa in rassegna il difficile equilibrio tra politiche di liberalizzazione e di redistribuzione, ricordando che l'aspettativa di vita alla nascita è già salita a 73 anni in Cina, e resta di 64 in India. La questione delle disuguaglianze è esaminata da Donatella Saccone nel terzo capitolo, con una rassegna delle difficili stime sulla distribuzione del reddito nei due paesi e un'analisi del ruolo che le disparità nell'istruzione hanno nel riprodurre le disuguaglianze. L'analisi dell'auto, nel quarto capitolo, di Balcet, Silvia Bruschieri e Joel Ruet, mostra la complessità del sistema produttivo dei due paesi, fortemente intrecciato alle attività di multinazionali straniere attraverso investimenti esteri, joint ventures e flussi di tecnologia, ma ormai anche con crescenti acquisizioni di imprese all'estero da parte dei maggiori produttori di Cina e India. Negli altri capitoli del volume sono affrontati i problemi dei sistemi finanziari e della governance ambientale. I rapporti tra autorità pubbliche e capitali privati sono un tema chiave nella ricostruzione offerta dal volume. Nell'introduzione al volume si segnala che in Cina esiste ora un "triplo mix" tra piano e mercato, tra proprietà pubblica e privata, tra centralismo e decentramento delle decisioni economiche; in India invece il ruolo dello stato è caratterizzato dalle norme che regolano le attività produttive che hanno portato al consolidamento di grandi gruppi privati conglomerati, attivi in settori diversi. Aspetti importanti che meriterebbero un approfondimento per completare il quadro offerto dal volume riguardano la struttura proprietaria delle imprese (di grande complessità in Cina, più segnata dalle grandi conglomerate in India), la distribuzione funzionale del reddito, la situazione del lavoro. Più in generale, sarebbe rilevante capire a fondo la distribuzione del potere economico nei due paesi, in che modo operano i centri decisionali dei capitali privati e come interagiscono con i poteri pubblici, e che contrappesi esistono sul piano dei rapporti sociali e sindacali, e del sistema politico. È da qui che sono venute le scelte di investimento che hanno portato alla crescita passata ed è qui che saranno decise le scelte future di Pechino e Nuova Delhi. È un tema chiave di fronte alle contraddizioni dello sviluppo di questi paesi e ai fattori che potrebbero presto rallentarlo, segnalati da Balcet e Valli. Per la Cina l'invecchiamento della popolazione, dopo decenni di politica "del figlio unico", la questione ambientale e l'eccessivo consumo di risorse naturali (un esempio: solo il 6 per cento dell'enorme territorio cinese è coperto da foreste); per l'India pesa l'eredità dell'arretratezza: il sistema delle caste, la perdurante povertà, le grandi dimensioni dell'economia informale, l'assenza di infrastrutture, i bassi livelli d'istruzione. Per entrambi i paesi l'evoluzione futura sarà legata alla capacità di affrontare la questione sociale e le enormi disuguaglianze – di reddito e di condizioni di vita, tra città e campagne, tra regioni diverse – che hanno accompagnato lo sviluppo e che creano tensioni sociali crescenti. La capacità del sistema politico, assai diverso tra i due paesi, di introdurre nuovi spazi di democrazia in Cina e di renderla efficace nel ridefinire le priorità politiche in India, sarà un ulteriore banco di prova per le due potenze emergenti. Mario Pianta