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Il progetto della bellezza. Il design fra arte e tecnica, 1851-2001

Maurizio Vitta

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2001
Pagine: X-380 p.
  • EAN: 9788806157487

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Fin dagli esordi della produzione industriale, la progettazione degli oggetti è stata caratterizzata da un'aspirazione alla bellezza in grado di riscattarne la loro pura materialità. Una maschera decorativa, ispirata dallo stile coevo delle arti maggiori, ne garantiva "l'artisticità" celando la loro natura funzionale. È soltanto a partire dalla fine del XIX secolo che affiora una nuova considerazione dell'oggetto, inteso come parte integrante dell'architettura che lo contiene e, in quanto tale, progettato con la medesima cura. Ne consegue il proposito di fare affiorare l'eleganza della sua struttura, eliminando ogni ridondanza di natura puramente ornamentale. La bellezza dell'oggetto deve essere garantita ora dall'aderenza alla funzione.

Il valore estetico, quello funzionale, l'aspetto tecnico si devono confrontare, nel prodotto di design, con le ferree logiche economiche di un mercato bulimico, in cui la comunicazione, veicolata principalmente dalla pubblicità, gioca un ruolo fondamentale. L'oggetto si carica allora di significati ulteriori fino a perdere la propria identità a favore della marca dell'azienda produttrice (la Lacoste, lo Swatch, le Nike).

La storia di questa vicenda intellettuale è raccontata in modo dettagliato e informativo da Maurizio Vitta, docente di Teoria e storia del design. Il progetto della bellezza è un libro di sicura utilità per lo studente universitario ma anche interessante per un più ampio numero di lettori. Il design si situa infatti allo snodo di molteplici discipline differenti, dall'architettura alla filosofia, dalla semiotica alla teoria dell'informazione, dall'ergonomia alla progettazione industriale; le innovazioni tecnologiche indotte dallo sviluppo della rete e delle applicazioni multimediali hanno semmai ulteriormente ampliato la fascia dei suoi potenziali lettori.

Il volume prende le mosse da un evento di importanza capitale per la storia del design: la Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations, la prima Esposizione universale tenutasi a Londra nel 1851. La modernità e il progresso della produzione industriale vengono celebrate attraverso il dispiegamento di migliaia di oggetti all'interno di una struttura realizzata con elementi prefabbricati secondo nuovi metodi costruttivi. All'epoca risultava difficile misurare la portata effettiva del nuovo fenomeno e distinguere le stramberie (la bara a tenuta d'aria) dalle innovazioni che avranno una profonda incidenza sulla vita quotidiana del secolo successivo (ad esempio l'electric telegraph di Bakewell, un antesignano del fax, o l'esilissima sedia in legno curvato prodotta da Thonet). Dissolvendo inoltre la tradizionale unità dell'oggetto forgiato da un unico artefice, l'artigiano, viene mostrata la capacità dell'industria di realizzare prodotti a partire da componenti standardizzate e interscambiabili, segmentando i processi di lavorazione. Vitta ci mostra come la produzione di oggetti non solo incida sulle attività umane quotidiane attraverso l'invenzione di oggetti utili a svolgere compiti mai pensati prima d'ora, ma possa provocare anche significativi mutamenti sociali (esemplare il caso della macchina da scrivere, il primo congegno meccanico affidato interamente alle donne che, con essa, fanno la loro comparsa nell'universo impiegatizio).

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    Imma Forino

    19/02/2003 23.00.50

    “Op. cit. Selezione della critica d’arte contemporanea”, n. 113, gennaio 2003, recensione di I. Forino. La prestigiosa collana “Piccola Biblioteca Einaudi (nuova serie)” che, da tempo e con numerose ristampe, accoglie opere come Introduzione al disegno industriale (1972) di Gillo Dorfles, e la traduzione italiana di Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit (1955, L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica) di Walter Benjamin, ospita questa storia e teoria del design di Maurizio Vitta, quasi a contemporaneo contrappunto ideale di due testi ormai classici del disciplina. L'autore è uno studioso dai poliedrici interessi – traduttore di testi sociologici, filosofici e sull'economia aziendale, curatore di introduzioni a opere letterarie (Buzzati, Capuana, Collodi, Fogazzaro, Poe, Verga), critico delle arti contemporanee oltre che di architettura, design e comunicazione visiva, vicedirettore della rivista «l'Arca» –, dato che rientra come personale cifra stilistica nel suo testo più recente. Una delle caratteristiche del volume è infatti il ricorso a una prosa colta e accattivante, con continui riferimenti alla letteratura (numerosissimi i romanzi citati), alla sociologia e alla politica, alle leggi del mercato economico e ai consumi, alla Scienza e alla creatività individuale, al dibattito teorico e filosofico delle diverse epoche, che espandono fluidamente la narrazione rendendola viva e pulsante anche per avvenimenti o aree geografiche a noi più remoti. Oltre che a proporre la registrazione di dati concreti e aggiornati (si arriva fino alla recente mostra Workspheres, curata da Paola Antonelli al Museum of Modern Art di New York), l'autore coinvolge in un'esperienza totalizzante il lettore attraverso una sorta di lunga ripresa del fenomeno a volo d'uccello, con frequenti inquadrature riavvicinate di puntualizzazione. E di «racconto narrativo» è opportuno parlare per questa riflessione critico-metodologica della fenomenologia del design. Si insegue anzi, come egl

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