Pulp. Una storia del XX secolo

Charles Bukowski

Traduttore: L. Schenoni
Editore: Feltrinelli
Edizione: 13
Anno edizione: 2003
Formato: Tascabile
Pagine: 184 p.
  • EAN: 9788807813641
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Recensioni dei clienti

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    Meris

    02/03/2016 00:05:35

    Non conoscevo Bukowski. E l'ho amato subito. Il suo stile , la sua irriverenza, la capacità di colpire il lettore coi suoi modi bruschi e senza mezzi termini : è davvero la descrizione dell'uomo del XX secolo che vive in una società fatta di finzione...Nonostante il tutto sia immerso in circostanze irreali. Sicuramente sono ancora di più invogliata a leggere di più su Bukowski , ormai la sua tempra m'ha rapito. Buona lettura :)

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    Domenico

    13/01/2014 13:43:55

    Il libro è veramente bello, non è il "genere" di Bukowski, ma è BUKOWSKI! A chiunque dica che non sembra scritto di suo pugno rispondo che non avete mai letto Bukowski allora.. Ha semplicemente cambiato il suo alter-ego. Piccola parentesi a chi dice che bukowski ha copiato gli stili di Fante, Pound ecc.. Chissene? Quando leggete pensate al contenuto o a come è scritto? Quando mangiate una torta pensate all'aspetto o al sapore? Charles ha condotto una vita intensa e meno vana rispetto al 90% di noi. Charles ha vissuto.

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    Sab

    25/02/2013 09:53:49

    Terminato Pulp..Lo consiglio a tutti quelli che vogliono leggere qualcosa di "maledettamente diverso" Ricco di personaggi che fanno dell'alcol uno stile di vita..Alla fine lo scrittore ti porta al suo stato d'animo..lasciandoti l'amaro in bocca sul finale..

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    kine

    25/08/2011 21:54:05

    Idea carina, non il solito Bukowski, ma noiosa... lasciato a metà perchè non andava più giù... Bukowski è altro spessore...

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    lafra

    15/02/2011 16:32:22

    non riesco a capire se l'ha scritto lui oppure era sobrio!! ma sono andata sul sicuro leggendo Bukowski come autore

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    giacomo k

    13/12/2010 16:55:52

    Una lettura piacevole per gli amanti dello stravagante charles. Forse un po' inconsueto per il suo solito modo di scrivere, ma c'è tutto l'animo di bukowski in questo libro.

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    mikarlo

    25/11/2010 10:19:34

    Se non hai letto altro di Bukowsky puoi anche spenderci su un po' di tempo ma se hai già letto qualcosa (soprattutto Panino al Prosciutto e Donne) questo romanzo ti risulterà insignificante e te lo dice un accanito lettore di Fante e C.Bukosky. Anche secondo me non l'ha scritto lui, almeno non la sua anima.

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    LaMelaMarcia

    06/11/2010 14:27:48

    Metti che un amico mi regala questo libro. Metti che me lo dia senza la copertina. Metti che lo incontri dopo averlo letto e che mi chieda: «L'hai letto?» E io: «Si.» E lui: «Piaciuto?» E io: «..mmm.. Si. Divertente.» E lui: «Spara. Chi è l'autore?» E io: «Boh. Volevo appunto chiederti questo. Magari leggo ancora qualcosa di 'sto tizio.» E lui: «Hai già letto di lui. Quasi tutto. Allora, secondo te, chi l'ha scritto?» E io: «Bah.. forse Pennac, da ubriaco?» E lui: «Maddai.» E io: «Queneau sotto l'effetto di sostanze stupefacenti?» E lui: «Sei lontano amico.» E io: «Benni strafatto di marjuana?» E lui: «No. No. No. Bukowski.» E io: «Bukowski? Lo stesso Bukowski che conosco io? Quello di Post Office? Quello di Donne? Di Panino al Prosciutto???» E lui: «Esatto. Charles Bukowski. Lui.» E io: «Cacchio. Non l'avrei mai detto. Però sai che ripensandoci su, forse... Ecco chi mi ricordava Nick Belane!! Henry! Il caro vecchio Hank Chinaski!!! Cacchio, non lo avrei mai detto! E poi: Céline, le sbronze, le gambe delle donne! Come ho fatto a non arrivarci?! E come s'intitola?» E lui: «Pulp.» E io: «Ah, ecco.»

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    SuBurriccu

    08/11/2009 00:34:56

    Credo che Bukowski abbia fatto due cose buone in vita sua. La prima è stata scegliersi dei geni da emulare come Celine, Fante, Ezra Pound... La seconda è aver fatto questo libro. Si perchè dopo miliardi di tentativi, dopo averci venduto per poesie "liste della spesa" e "quote delle corse", finalmente Hank ha capito che non serviva esagerare così tanto tutto...a tratti risultando davvero...Patetico, imbarazzante. Ha capito forse che esagerando il protagonista(se stesso) non si sarebbe mai nemmeno avvicinato ai protagonisti(se stessi) dei libri dei suoi "miti". E il voto alto è proprio per questo, perchè è uscito dalla scia con Pulp, un libretto per carità, mica un capolavoro, ma con un ironia davvero invidiabile. E l ironia non la puoi certo emulare, o ce l hai o tanti saluti. Bukowski ce l ha, e, novità: è anche ricco di idee che non siano botte o sesso, tante idee tutte nello stesso libro. Certo i fan di Buko non saranno d' accordo, come non sarei d'accordo io su una critica al mio autore preferito. Eppure basterebbe leggere con un po' di senso critico e un minimo di obiettività Celine, Fante, Pound...per rendersi conto che il nostro Hank ha passato la sua vita nel cercare un emulazione vana. E non ne è uscito niente se non un esasperazione grottesca di tutti e tre. Ha affascinato troppe persone col suo fare da maledetto, affascinate talmente tanto da far credere di essere pure un asso della scrittura. L ha fatto credere pure a me, a 15 anni, quando lessi tutto di lui pensando fosse chissà chi...poi uno legge altro...si guarda in giro,va oltre... Il quasi 5 a questo libro sembra un paradosso. E invece è sinceramente vero, al Bukowski che senza troppe esagerazioni patetiche mi ha fatto divorare questo libro ironico, ricco, vivace, veloce, sorprendente. Quasi quasi uno potrebbe credere alla tesi letta qui sotto, Non l ha scritto lui! Il mio 4 quindi, come dovrebbe essere(!!!), non va a Bukowski ma a Pulp, e a chiunque l abbia scritto.

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    Gnappo

    07/10/2009 10:52:00

    Avevo già letto Post Office, e non mi aveva preso granchè. Ma questo Pulp! mi è piaciuto molto. Il clichè bukovskiano dell'ubriacone fannullone e maniaco sessuale è inserito in un personaggio che è la gustosa parodia dell'investigatore privato tipico dei noir americani (modello di riferimento è il Marlowe di Chandler). Questa vena parodica dà al romanzo uno spessore che non avevo trovato in Post Office. E nel mezzo di vicende surreali di mariti cornuti, di scrittori francesi che sfuggono alla Morte, di alieni che vogliono colonizzare la Terra, il nostro Belane trova il tempo di regalarci pillole di filosofia disincantata e pessimista (che in un passaggio diventa curiosamente un "pessimismo ottimista": pensare che il mondo non abbia senso significa dargli, in qualche modo, senso), alla ricerca di un misterioso Passero Rosso che, forse, potrebbe rappresentare il senso della vita.

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    by Ax

    24/08/2009 12:26:42

    Bukowski mi diverte, non c'è dubbio, sempre pieno di idee infilate nel mezzo con nonchalance. Qui lo fa con frasi secche, situazioni surreali e la solita ironia che nasconde un uomo che la sa più lunga di quello che vuol far credere.

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    max

    02/07/2009 21:10:45

    Devo ammettere che lo stile non è il massimo. Ma è semplice e non si perde in convenevoli. Cinico e ubriaco come al solito. In effetti la trama sembrano un mucchio di idee infilate ua dietro l'altra, ma non so spiegarmi il perché, ogni volta che leggo questo autore mi sento meno solo.

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    Trixter

    11/06/2009 10:54:43

    Beh, a me questo romanzo è piaciuto parecchio. Ho letto diverse opere di Buk, alcune divertenti e fresche (Hollywood Hollywood) altre noiose e ripetitive (Post Office) o solamente riempitive (Il Capitano è fuori a pranzo). Belane è un personaggio straordinario, i dialoghi e le ciniche riflessioni sulla vita e l'esistenza sono da antologia, l'ironia la fa da padrona ed il richiamo al sesso ed ai cavalli, per fortuna, non è ossessivo e continuo come in altri racconti del grande Charlie. Una lettura che mi ha divertito molto, con mille chicche stilistiche di un autore davvero inimitabile.

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    Davide

    28/06/2008 21:49:15

    Sono d'accordo con Ker, anche per me questo romanzo non appartiene direttamente a Bukowski.l'ha firmato. anche io ho letto tutto del vecchio Hank e sinceramente sono stato delusissimo da questo romanzo che ho faticato a terminare(assurdo considerando che Bukowski dovrebbe essere incluso nel dizionario come il contrario di Noia). Le poesie pubblicate sotto il titolo ''Il Grande'' sn secondo me bellissime e furono anche esse scritte poco prima della morte, come Pulp. Non ci credo quindi alle batterie scariche del nostro beneamato, non era da lui. Per me è inconcepibile che Pulp sia stato fatto da Buk, no non può essere stato lui a scrivere quello. hai ragione Ker, decisamente.

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    Stefano

    29/05/2008 15:11:35

    Compiuto e poco visionario. L'ho trovato un po' staccato da altre opere dell'autore. Si nota comunque la sfacciata indipendenza totale nello stile e nel soggetto, con la consueta autoproclamazione compiaciuta del fallimento personale. Un racconto che non lascia spazio a commenti e interpretazioni. Va assunto così com'è. Secco e liscio giù. Tutto d'un fiato.

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    ale

    29/07/2007 16:01:51

    Forse non il migliore Bukowski. Penso infatti che renda di più in brevi racconti, per quanto a volte essi possano risultare un pò troppo simili. Eccessivamente confusionario e onirico il tutto. Resta comunque una parentesi da conoscere per un autore sicuramente fuori dal comune.

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    luciano

    17/02/2007 21:04:51

    E' il Bukowski che conosco meglio...nessun'altro scrittore sarebbe capace di fare tanto...ammetto che oltre a farmi ridere e sorridere, riesce molto spesso anche a farmi commuovere...e la conclusione ricorda, secondo me, "Il racconto di Arthur Gordon Pym"...e la ricerca di Cèline? o di un presunto sosia? Beh, rispecchia la realtà, dato che ormai le opere dell'autore francese non si trovano più..,lo consiglio a tutti...anche ai molti che non lo sopportano!

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    ker

    08/02/2007 12:37:23

    Sono quasi certo, questo libro non è stato scritto da bukowski. E ho 2 ragioni.La prima: ho letto tutto di buk, compreso quella specie di diario che è "il capitano è fuori a pranzo", scritto sino a pochissimo prima della sua morte.Ebbene, buk rimane in tutte le sue opere sempre estremamente riconoscibile.Il suo animo per quanto un pò più fiacco nel finale è sempre lì, come un'impronta indelebile, un marchio di fabbrica.E in "pulp", non ho ritrovato nemmeno l'ombra dello scrittore che conosco.A me, scusate, ma mi sembra stilisticamente evidente che ci sia un'altra penna dietro Pulp. Seconda ragione: non tutti sanno che è una prassi frequentissima per le case editrici, quella di sfruttare un nome famoso( e compiacente)esclusivamente per far vendere il libro, facendo materialmente scrivere il romanzo ad altri scrittori mercenari. Personalmente conosco 2 scrittori, miei amici, qui a bologna che lo fanno. A parte tutto, pulp mi risulta essere un romanzo scialbo e insignificante, probabilmente "richiesto" dalla casa editrice per battere il ferro del pulp finchè fosse caldo..

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    MARCO DI VR

    30/01/2007 08:34:21

    NON SO PERCHE' MA HO SEMPRE SNOBBATO QUESTO AUTORE.MI SBAGLIAVO.E COME SE SBAGLIAVO.COME PRIMA LETTURA NON C'E' MALE:D'ALTRONDE SI STA PARLANDO DELL'INVENTORE DI UN GENERE CHE HA PERMEATO NON SOLO IL MONDO LETTERARIO MA ANCHE QUELLO CINEMATOGRAFICO E SOCIALE.L'INVESTIGATORE BELANE RAPPRESENTA IL PROTOTIPO DELL'ANTIEROE,INCARNA IN MANIERA IRONICA E BURLESCA LE FRUSTRAZIONI DI UN GENERE UMANO(IL NOSTRO)CHE VA ALLO SFASCIO.

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    Matthia

    17/11/2006 21:30:17

    Che dire una storia stravagante, che però vola via un pò troppo velocemente e non sempre secondo un filo logico, tuttavia in sintonia col personaggio raccontato.

Vedi tutte le 43 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

GREEN, GEORGE DAWES, Il giurato, Baldini & Castoldi, 1995
BUKOWSKY, CHARLES, Pulp, Feltrinelli, 1995
recensione di Papuzzi, A., L'Indice 1995, n. 5
recensione pubblicata per l'edizione del 1995

Ottocento milioni di diritti sulle vendite, due miliardi e mezzo per la cessione dei diritti cinematografici: sono le cifre dell'ultimo mago del thriller americano, George Dawes Green, autore di "The Juror". Come ha scritto Romano Giachetti sulla "Repubblica" da New York, Green batte la pista di Grisham ("Il socio", "Il cliente") ma con delle ambizioni letterarie, testimoniate anche dal suo precedente e unico libro, "The Caveman's Valentine", che però gli ha reso soltanto una settantina di milioni. L'idea è di rappresentare, attraverso il thriller, un antico dilemma: se la legge morale che dobbiamo riconoscere sia ancorata a degli ideali o non sia quella della sopravvivenza.
Ma la forza del "Giurato" è senza dubbio la straordinaria tensione che avvolge il lettore, seguendo la vicenda di Annie Laird, donna normale, senza marito, con un figlio dodicenne, che accetta di entrare nella giuria di un processo contro il mafioso Louie Boffano efficacissimo ritratto di John Gotti, ma viene prescelta da un collaboratore del boss, Vincent o il Maestro, come il punto debole su cui fare leva per convincere l'intera giuria a emettere un verdetto di non colpevolezza. Se non lo farà avrà perduto il figlio. È questo eterno conflitto - la legge del più forte contro le regole della convivenza - a innescare l'escalation di minacce e di paura che è il cuore d'acciaio del thriller.
Che cosa rende emozionante la suspense? L'ambiguità dell'oppressore. Vincent o il Maestro è uno psicotico che controlla la propria psicosi attraverso una razionalità gelida e feroce, alimentata dai pensieri di Lao Tze, perfida esemplificazione di come il taoismo possa rovesciarsi nel suo opposto. L'ambiguità di Vincent si riverbera in un maniacale sdoppiamento della personalità, che gli fa assumere diversi volti, sempre superiori e affascinanti, al punto da riuscire a far innamorare di sé la sua vittima. Ancora una volta carnefice e oppresso sono legati da un groviglio di sentimenti, in cui l'odio non esclude la complicità. Perché Annie Laird non è un'eroina: è una donna che vuole salvare il figlio e che vede lentamente e irrimediabilmente distrutte le sue difese di fronte alla mostruosità di una minaccia che pagina dopo pagina diventa sempre più invadente, come un enorme occhio cresciuto a dismisura dentro la nostra più segreta intimità.
Naturalmente bisogna che anche il lettore sia complice. Come spesso capita col nuovo thriller americano, i meccanismi dell'agguato non sono impeccabili dal punto di vista della consequenzialità dell'azione. In questo "Giurato" il punto meno convincente è il comportamento dell'ispettore di polizia, che arriva a un passo dalla verità senza riuscire ad afferrarla e che si rivela anche umanamente disastroso. Ma in questa chiave è assolutamente funzionale sia allo sviluppo della tensione, sia alla struttura del romanzo, in cui l'individuo deve riconoscersi desolatamente solo, disperatamente solo, di fronte al Male. Anche se sarà la solidarietà a salvare Annie Laird. Ma non nell'America violenta di Vincent o il Maestro.
Se vi sembrasse di esagerare nella complicità coi thriller, allora leggetevi il "Pulp" di Bukowski, così come i maratoneti si facevano il cambio del sangue. Titolo perfetto: 'pulp', polpa, qualcosa di carnoso o vegetale in cui si può affondare. Ti sembra di morderlo ma è lui a risucchiarti. Come accade a Nick Belane, l'investigatore privato "più dritto di L. A.", ciccione navigato, bevitore impunito, picchiatore alla Spillane, grottesco distillato di tutti gli stereotipi del "private detective", da Hammet a Chandler ai giorni nostri, gli occhi gonfi, la bocca impastata, il sigaro masticato, tante donne che incendiano l'aria e nessuna nel letto, e così via.
Poeta e narratore, anni settantacinque, ossessivamente autobiografico, un Henry Miller senza letteratura, Bukowski è diventato un culto in Europa, come si sa, a partire dalla fine degli anni settanta. Naturalmente questo libro non è un poliziesco, ma usa il genere per raccontare di nuovo una delle sue dirompenti "Storie di ordinaria follia" (titolo del libro che lo fece conoscere in Italia nel 1975). Tuttavia oserei dire che l'esplosivo impasto in cui si dimena il povero Nick Belane, fra gangster, sgualdrine, ricattatori, replicanti, vero bazar degli archetipi del poliziesco, contiene anche la giusta miscela di tradizionale suspense: insomma vuol sapere come andrà a finire.
Ma la forza del romanzo è un linguaggio che esaspera il lessico del poliziesco, con effetti esilaranti, senza tuttavia togliere agli stereotipi la loro suggestione di vecchi compagni di buone letture. Preso di mira è naturalmente soprattutto il poliziesco hard, il Mike Spillane, per capirci, di "Ti ucciderò", ma anche la vena romantico-decadente del "Grande sonno". Non resta che esemplificare.
Donne. "Cominciai a guardarle su per le gambe. Mi sono sempre piaciute le gambe. È stata la prima cosa che ho visto quando sono nato. Ma allora stavo cercando di uscire. Da quel momento in poi ho sempre tentato di andare nell'altra direzione, ma con fortuna piuttosto scarsa". E ancora: "Bambola quello non è un didietro! È un camion pieno di gelatina, marmellata e fagottini di mele!".
Duri. "Non mi piace che tu te la prenda con mia madre". "Perché no? Se la sono presa metà degli uomini di questa città".
Dialoghi. Lui: "Non ti preoccupare, ti inchioderò il culo". Lei: "Come investigatore privato ti mancano tre cose". Lui: "Quali?". Lei: "Grinta, iniziativa e capacità di indagine". Lui: "Ah si? Be', ho capito il tuo gioco bambola".
Pistole. "Controllai la fondina. C'era. Nascosta. La migliore erezione che possa avere un uomo".
Impotenza. "Dovevo risolvere la questione da solo. Ma sembrava maledettamente difficile. Forse avrei dovuto non pensarci più per un po'". Oppure: "Mi sentivo introspettivo. Decisi di non fare più niente, quel giorno. La vita ti consumava, ti faceva dimagrire. Domani sarebbe stata una giornata migliore".
Superego. "Ero solo con me stesso. Per quanto fossi disgustoso era meglio che stare con qualcuno, con qualsiasi altro, tutti quelli che là fuori stavano combinando i loro piccoli trucchi e facendo i loro salti mortali. Mi tirai le coperte fino al collo e aspettai".
'Weltanschauung'. "Niente da fare. Tutti restavamo fregati. Non c'era nessun vincitore. Solo vincitori apparenti. Stavamo tutti dando la caccia a un grandissimo nulla".
Naturalmente c'è una fine. Dopo tante risate, è una fine straziante. Ma non se ne parla, è un giallo: "Palle al vento. Ero Nick Belane, investigatore superdritto".