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La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi
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La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi - Salvatore Lupo - copertina
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La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi Salvatore Lupo
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Descrizione


Quando si parla dell'Italia contemporanea, la "questione" per antonomasia non può che essere quella meridionale. E la questione è tale - così di solito si pensa - proprio perché è sempre la stessa, proprio perché da centocinquant'anni il Mezzogiorno è fermo, è "rimasto sempre lì". Ma è davvero così? E il fatto di continuare a riproporre la questione ci è davvero di aiuto per comprendere la storia del Mezzogiorno e quella del nostro Paese? In effetti, se è innegabile che per molti versi il Sud è rimasto indietro (rispetto al Nord), d'altro canto sembra difficile non vedere che nel contempo esso è anche andato avanti (rispetto al suo passato). In realtà, quando parliamo di divario tra Nord e Sud - come facciamo ormai da un secolo e mezzo - ci riferiamo a un concetto composito, che comprende fasi storiche differenti, e che non tocca solo l'ambito dell'economia, ma riguarda anche la società, la sfera pubblica, la politica, il costume. Questo nuovo libro di Salvatore Lupo prova a districare il groviglio, risalendo alle origini di una "questione" che tuttora impera nel dibattito pubblico e che è divenuta un vero e proprio mainstream storiografico.
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Dettagli

2015
1 ottobre 2015
200 p.
9788868432324

Valutazioni e recensioni

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Antonio
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Salvatore Lupo è uno storico raffinato. Il suo approccio, mi par di capire, è di utilizzare la sua analisi per infilarsi nei temi più controversi e confutare stereotipi e luoghi comuni. Ad esempio quello che vorrebbe rinchiudere tutta la storia del Mezzogiorno unitario dentro la questione Merdionale. Lupo non ci sta e in questo libro lo proclama nel titolo e lo dimostra in duecento pagine dense ma di lettura non sempre agevole. Due sono i motivi che, a suo avviso, impongono una visualizzazione della storia del Mezzogiorno non più solo intermini di dualismo economico e divergenza rispetto al Nord: il Sud è cambiato e ha avuto la sua modernizzazione ( poi discutiamo pure di che tipo); secondo, il Sud ha fatto la sua parte propulsiva nel definire la storia dell' Italia unita, in particolare, ma non solo, attraverso l'opera dei suoi uomini migliori ( uno per tutti Francesco Saverio Nitti). Nelle dinamiche socio-politiche locali del primo sessantennio unitario ma anche in quelle economiche, sempre locali e quindi analizzate dal basso, Lupo individua un dinamismo e una mutevolezza degli assetti che poco hanno a che fare, a suo avviso, con gli stereotipi dell' immobilismo perpetuo dei latifondisti agrari intesi come unica chiave di lettura della realtà meridionale. Puglia e Sicilia sono due regioni profondamente attraversate da queste dinamiche. Ma non è solo questo. L' interazione tra istanze provenienti da esigenze diverse, quelle giustamente protezionistiche dell' industria nascente al Nord e quelle più libero scambiste dell' agricoltura di punta del Sud ( agrumeti, vitivinicoltura) ha definito la politica commerciale dell' intero paese. Rifiutando la sintesi e le generalizzazioni di schemi interpretativi che possano apparire fin troppo risolutivi, l'autore punta diritto sulle questioni più controverse; non per dare loro una risposta definitiva ma per dimostrare che nulla, nella mutevolezza della storia, può cristallizzarsi in cliché buoni per sempre.

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Voce della critica

  Salvatore Lupo, uno dei fondatori della rivista "Meridiana", ha scritto un libro intrigante che non chiama in causa solo gli storici, ma anche i ricercatori sociali (economisti, sociologi, politologi, antropologi) che si sono occupati di Mezzogiorno. Più o meno esplicitamente, costoro hanno utilizzato la categoria del dualismo, contrapponendo il nord (o il centro-nord) al Mezzogiorno, implicando le contrapposizioni tra sviluppo e sottosviluppo, modernità e arretratezza, dinamicità e immobilismo, efficienza e inefficienza, universalismo e particolarismo, ecc. Egli propone di mettere da parte questo concetto perché inevitabilmente induce una rappresentazione distorta e stereotipata della realtà del Mezzogiorno. Bisogna ammettere che Lupo adduce buone ragioni per sostenere la sua proposta. In primo luogo, le dicotomie rendono invisibili le grandi differenze che la storia ha prodotto tra le regioni meridionali. A parte il, tutto sommato breve, dominio borbonico, ad esempio, Campania e Sicilia avevano percorso nei secoli tragitti molto diversi e ancora più diversi erano stati i destini della Sardegna, della Puglia e dell'Abruzzo, per non parlare delle differenze tra la Sicilia orientale e quella occidentale. Parimenti, il dualismo costringe a mettere insieme nord-ovest, nord-est e centro e questa, anche alla luce degli studi sulla terza Italia, è certamente una forzatura altrettanto inaccettabile. In secondo luogo, tende a semplificare una realtà complessa, fatta di tensioni e conflitti tra classi, frazioni di classi, partiti e frazioni di partiti dall'esito spesso incerto e mutevole. Infine, e questa è certo la ragione più importante, le visioni dicotomiche sottendono giudizi di valore di superiorità-inferiorità civile e morale e quindi tendono a produrre, o almeno ad avvalorare, stereotipi e pregiudizi oggi giustamente improponibili. Lupo ricostruisce con cura come la questione meridionale, che sta all'origine delle concezioni dualistiche, sia nata e si sia sviluppata nelle varie fasi della storia post-unitaria fino al fascismo. La sua analisi risulta convincente se vuole mettere in luce gli inconvenienti di un uso indiscriminato del costrutto teorico del dualismo, ma io non lo butterei via troppo sbrigativamente e ciò essenzialmente per almeno tre ragioni. La prima è che il caso del Mezzogiorno è piuttosto singolare se si studiano gli squilibri regionali presenti, in una forma o nell'altra, in tutti i paesi europei. Se prendiamo l'indicatore (grossolano, ma tuttavia per il momento ancora indispensabile) del pil pro-capite vediamo che Regno Unito, Portogallo, Spagna, Polonia, Irlanda, Belgio, Germania e Italia presentano tutti scostamenti tra la regione più ricca e la regione più povera di ampiezza notevolissima. Perfino in Svizzera tra il cantone di Zurigo e il Vallese c'è una bella distanza. Vi sono solo due paesi per i quali la disuguaglianza economica si presenta sotto forma di una configurazione di due ampi territori contigui nello spazio, si tratta dell'Italia e della Germania. Se elenchiamo, per la Germania, i Länder con reddito più basso ci accorgiamo che sono tutti collocati a est, sono tutti i nuovi Länder, acquisiti dopo la unificazione. E per l'Italia sono tutti a sud fin dall'epoca dell'unificazione nazionale nel 1861. Disuguaglianze territoriali che comportano contiguità geografica e persistenza nel tempo non possono essere soltanto il prodotto di modi arbitrari di trattare i dati. Il divario est-ovest in Germania e nord-sud in Italia si prestano quindi a uno studio comparativo per cogliere eventuali affinità, oltre a ovvie differenze. La seconda ragione è che, nel caso italiano, la distribuzione delle regioni in relazione alla variabile del reddito mostra un'ampia corrispondenza con la distribuzione di quello che i ricercatori sociali hanno battezzato "capitale sociale", una quantità nella quale si riassumono sia la qualità delle prestazioni delle istituzioni (istruzione, sanità, giustizia, ecc.), sia fattori come la lettura dei giornali, la partecipazione elettorale, l'associazionismo volontario, la presenza di comportamenti pro-sociali, come la donazione di sangue. Lupo ironizza nei confronti delle ricerche (da Edward C. Banfield, a Robert D. Putnam, a Roberto Cartocci) che hanno messo in luce questa non casuale corrispondenza territoriale tra variabili economiche e sociali. Lupo ha ragione nello stigmatizzare alcune arrischiate interpretazioni (soprattutto di Putnam) che fanno risalire il divario alle epoche remote del medioevo, ma è difficile non prendere, con cautela, ma anche con preoccupazione i dati che segnalano una spaccatura territoriale abbastanza netta quale quella tra il Mezzogiorno e il resto del paese. Abbastanza netta non vuol dire nettissima. Cartocci, ad esempio, rileva che per quanto riguarda la distribuzione della civicness diverse province meridionali si collocano allo stesso livello di alcune provincie settentrionali. Ed è ormai noto che fenomeni di criminalità organizzata che avevano nel sud la loro origine si sono ampiamente estesi anche alle regioni del nord. Prudenza quindi nell'interpretazione dei dati, ma non dobbiamo nasconderci che il divario, purtroppo, c'è ed è piuttosto persistente. La terza ragione, infine, per non buttar via il costrutto del dualismo, è che non bisogna smettere di ricordare alle classi dirigenti di questo paese (quale che sia il loro luogo di nascita) che disuguaglianze territoriali così estese, marcate e persistenti non sono degne di un paese civile.     Alessandro Cavalli

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Conosci l'autore

Salvatore Lupo

Nato a Siena nel 1951, è ordinario di Storia contemporanea all'Università di Palermo e presidente dell'Imes (Istituto Meridionale di Storia e Scienze sociali) di Catania. Lupo è uno dei più quotati studiosi della mafia, autore di numerose pubblicazioni sul fenomeno criminoso; grazie al suo testo "Quando la mafia trovò l'America" ha vinto, nel 2009, il premio letterario Vitaliano Brancati. Tra le sue opere: "Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri" (1993), "Andreotti, la magia, la storia d'Italia" (1996), "Partito e antipartito. Una storia politica della prima Repubblica" (2004), "Che cos'è la mafia. Sciascia e Andreotti, l'antimafia e la politica" (2007), "L'unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile (2011), tutte pubblicate...

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