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Salvatore Cafiero

Editore: Carocci
Collana: Università
Anno edizione: 1996
Pagine: 288 p. , ill.
  • EAN: 9788843014163

recensione di Sensales, A., L'Indice 1996, n. 7

I meridionali come scansafatiche, inetti, parassiti, nullafacenti, assistiti: l'elenco dei luoghi comuni sulle popolazioni che abitano il sud d'Italia ha origini lontane ed è stato rinfocolato, negli anni novanta, da egoismi particolaristici e da corporativismi feroci cui è necessario rispondere soprattutto in termini culturali. Quei pregiudizi rappresentano un pericolo per la coscienza italiana, messa in discussione, su un versante, da recrudescenze mafiose e, sull'altro, da spinte separatiste. In questo cimento è impegnato, tra gli altri, Salvatore Cafiero, direttore della Svimez (associazione per lo sviluppo dell'industria nel mezzogiorno) e della "Rivista Economica del Mezzogiorno", che ha pubblicato numerosi scritti sulla questione meridionale e sulla questione urbana nei quali periodizza e problematizza alcune tra le più scottanti contraddizioni italiane.
Il suo ultimo libro intreccia la storia economico-sociale del Mezzogiorno d'Italia con il meridionalismo inteso come consapevolezza etico-politica piuttosto che come rivendicazionismo delle regioni povere rispetto alle ricche. Dallo Stato unitario alla crisi dello Stato liberale, dal fascismo alla creazione dell'Iri (Istituto per la ricostruzione industriale, 1933), dalle politiche di programmazione (Intervento Straordinario, 1950-1993, e Cassa per il Mezzogiorno, 1952-1984) all'attuale crisi della Repubblica (L. 64/1986 che riordina l'Agenzia per la promozione dello sviluppo nel Mezzogiorno; L. 488/1992 e D.lg. 96/1993 che regolamentano l'Intervento ordinario per le aree depresse del territorio nazionale), la partizione proposta da Cafiero approda a un terminus ad quem che è il tasso di disoccupazione giunto nel 1994 al 21 per cento delle forze di lavoro meridionali.
Sotto accusa è l'assistenzialismo clientelare e il vuoto di iniziative in cui langue il nostro meridione: "Una valutazione dei risultati conseguiti nel primo ventennio di intervento [1945-1965] dovrebbe tener conto del fatto che l'intervento nell'area non può essere sufficiente a determinare il decollo dell'economia meridionale: sarebbe non meno necessario che la politica economica generale, in ogni sua articolazione settoriale, sia conforme alla finalità meridionalista, o almeno non in contraddizione con essa".
La forza del libro rispetto ad altre recenti pubblicazioni (come ad esempio Piero Bevilacqua, "Breve storia dell'Italia meridionale", Donzelli, 1993, che ricostruisce l'evoluzione delle strutture economiche meridionali) è nell'analisi delle idee e delle proposte dei meridionalisti, a partire dal Croce della "Storia del Regno di Napoli" che "fa risalire la divergenza nell'andamento storico delle due Italie al XIII secolo, quando si produssero la frattura dell'unità dello Stato normanno-svevo e la conseguente contrapposizione tra l'angioino Regno di Napoli e l'aragonese Regno di Sicilia". Il filo unitario è problematico. A Giuseppe Galasso, che ha integrato e arricchito la tesi crociana, è affiancato Giuseppe Giarrizzo, per il quale l'identificazione tra sud e arretratezza è artificio ideologico per giustificare la durezza con cui la Destra storica governa il Mezzogiorno.
Insieme a Luciano Cafagna, che ritiene il meridione estraneo allo sviluppo industriale del Nord, è menzionato Guido Pescosolido, che sottolinea la partecipazione meridionale ai processi di accumulazione e di industrializzazione settentrionali. Mentre, tra gli ultimi meridionalisti, sono esposte le analisi di Manlio Rossi Doria sull'agricoltura (il "Mezzogiorno nudo" e il "Mezzogiorno alberato", la "polpa" delle campagne e "l'osso" delle zone interne), di Pasquale Saraceno sull'industrializzazione (gli "oneri impropri" e il "fondo di dotazione", gli interventi sul "Progetto '80") e di Francesco Compagna (il "liberalismo puro e duro" della rivista "Nord e Sud", delle costruttive polemiche con gli scritti di Amendola, Alicata, Napolitano e Chiaromonte su "Cronache meridionali" e del meridionalismo europeista "in salita").
Il terminus a quo sono gli albori del meridionalismo, le "Lettere meridionali" di Pasquale Villari che pongono l'accento sulla società e le inchieste Franchetti e Sonnino sulle province napoletane e sulla Sicilia. Alla presa di coscienza della questione meridionale, seguono analisi e proposte legislative: il saggio di Giustino Fortunato sulla riforma tributaria, le leggi speciali per la Basilicata e per Napoli e la legge per l'acquedotto pugliese, Salvemini che critica il giolittismo, Nitti che privilegia le città e le industrie sulle campagne e sull'agricoltura, il federalismo anticapitalista di don Sturzo, la rielaborazione - compiuta da Gramsci in termini leninisti - della salveminiana alleanza operai-contadini, la "Rivoluzione meridionale" di Guido Dorso come azione giacobina di intellettuali.
Per concludere qualche annotazione critica su alcuni eccessi di continuismo: ad esempio, il dirigismo centralista, sviluppatosi lungo l'asse Crispi-Beneduce-Menichella, sembra attraversi indenne il ventennio mussoliniano per approdare alle riforme meridionaliste nel 1950, mentre una maggiore attenzione alla storia sociale avrebbe portato a evidenziare gli aspri conflitti di classe tra latifondisti e braccianti e tra capitani di industria e operai, oppure a sottolineare le differenze interne al fascismo, ad esempio tra gli agrari Caradonna e Postiglione, l'Eraldo Di Crollalanza dell'edilizia e dei lavori pubblici e l'Antonio De Tullio della Fiera del Levante.