Il regno di Sicilia. Uomo e natura dall'XI al XIII secolo

Salvatore Tramontana

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1999
Pagine: 465 p.
  • EAN: 9788806149222
Disponibile anche in altri formati:

€ 22,83

€ 26,86

Risparmi € 4,03 (15%)

Venduto e spedito da IBS

23 punti Premium

Attualmente non disponibile Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile


recensioni di Musca, G. L'Indice del 1999, n. 10

L’arco temporale che va dalla "conquista" normanna al tramonto della dinastia sveva è stato, per il Mezzogiorno italiano, un periodo nodale, quello che ha visto la nascita di un’istituzione monarchica (1130) che, nel succedersi di dinastie di varia origine, è sopravvissuta sino all’impresa dei Mille e all’Unità italiana. È un periodo ampiamente indagato da storici italiani e stranieri, con un accento particolare sui "protagonisti", con le loro virtù e i loro vizi. Ma accanto alla storiografia dei "grandi attori" si è mossa una storiografia ispirata da più larghe curiosità. Di essa, Salvatore Tramontana è uno degli esponenti più acuti ed esperti.

Cosa è accaduto, in quest’area geografica centrale del mondo mediterraneo, in quei tre secoli? Tramontana lascia da parte, come già note, le vicende politiche – del resto da lui magistralmente trattate in La monarchia normanna e sveva (1983) –, per ricostruire l’affresco di una società in evoluzione che va modificando i suoi rapporti col cosmo religioso e culturale tradizionale, per accedere a una visione del mondo naturale che non ha più come unici punti di riferimento obbligati le auctoritates, ma dà spazio sempre maggiore all’osservazione e all’esperienza.

Guida al volume e insieme alla comprensione organica del mosaico del testo è la scansione in 11 capitoli, i cui titoli sono già un’eloquente indicazione degli interessi e delle curiosità dell’autore. Si parte dalla struttura fisica del territorio (Lo spazio fisico e i suoi valori): la concezione del cosmo ha quadri mentali comuni, in un intreccio di reale e d’immaginario, di spirito d’osservazione e di fede nel sovrannaturale, di magico e sacro, un intreccio sorretto da un nesso fra terra e cielo di cui sono intermediari miracoli e reliquie. Le insicurezze e le paure spingono gli uomini alla ricerca di un dialogo tra le due realtà, e tuttavia della natura spesso minacciosa e ostile bisogna scoprire le leggi. E conoscerne il volto visibile: il geografo musulmano Edrisi descrive, per incarico di Ruggero II, la terra e le sue risorse, una "geografia come guida del fare". I fenomeni della terra e del cielo vanno dunque indagati attraverso l’esperienza, senza rinunciare a quanto anche i musulmani hanno descritto nelle loro opere.

Di questo atteggiamento disponibile a vedere e a descrivere è esponente notissimo Federico II col De arte venandi cum avibus e con le Constitutiones, in un orizzonte mentale in cui gli animali (cap. 2: Uomini e animali) possono essere temibili nemici dell’uomo (cavallette, lupi, volpi, topi, serpenti, parassiti vari), ma anche amici, utili e necessari alla sua sopravvivenza (come buoi, pecore, cani e cavalli). Su tutti, per giungere a comprendere i loro rapporti con l’uomo, è risolutiva la forza degli occhi, capaci di guardare ma soprattutto di capire. È questa l’epoca in cui Francesco d’Assisi guarda persino il lupo con occhi diversi, mentre Federico va a caccia col falcone e si preoccupa della salvaguardia dei boschi, nella cornice di un antropocentrismo che non è soltanto suo ma del tempo in cui vive. L’osservazione del mondo vegetale (cap. 3: Valenze occulte del mondo vegetale) ha infatti valenze ed esiti molteplici. Si scoprono le delizie dello zucchero di canna, s’indagano farmaci e veleni, droghe e afrodisiaci: la botanica si lega alla farmacopea e investe la deontologia medica, che ora si occupa di aborto e contraccezione, gravidanza e parto, concepimento e fecondità, con una spregiudicatezza sorprendente.

Tutto avviene nel quadro di modelli culturali (cap. 4: Modelli culturali e insicurezze collettive) in cui trova giustificazione anche la fatica del lavoro: quella del contadino appare dettata dalla natura, e diviene strumento di governo che garantisce l’ordine sociale, un lavoro che si compie sotto i condizionamenti del clima favorevole o avverso e delle influenze degli astri. La giustizia è necessaria come regolatrice delle tensioni sociali, spesso in conflitto con la Chiesa, e utilizza strumenti duri e coercitivi (come la tortura) contro i trasgressori dell’ordine, tra i quali sono spesso annoverati eretici ed ebrei. Tra i modelli culturali, Tramontana include anche la fame, la malinconia, il tarantismo, l’erotismo malefico della donna con la sua innata lussuria, il simbolismo della capigliatura, i sogni. Su tutti questi modelli, il sovrano pretende di essere un Sole che illumina e regola la vita degli uomini.

Dentro una cornice in cui convergono Dio, uomo e natura si colloca il corpo con le sue esigenze di cibo (cap. 5: Governare il corpo e governare l’anima), che è nutrimento e insieme simbolo, tra i poli opposti della fame, frutto della penuria, e del peccato, frutto dello spreco. Il banchetto, segno di potere, comporta abbondanza di pietanze e dell’onnipresente vino, dalle vigne alle mense e alle taverne. Il corpo va comunque nutrito e curato, anche con bagni terapeutici, pubblici e privati. Le nozioni relative al corpo e alla materia oscillano tra la razionalità e le fughe oniriche nella magia e nell’astrologia, ma non escludono il dubbio come strumento di conoscenza: si fanno avanti la geometria e le scienze sperimentali, in uno spazio dell’esperienza che si va allargando, grazie a una circolazione intensa di uomini e idee (cap. 6: Circuito di scambi e dialogo coi dotti).

La materia (metalli e minerali, erbe e droghe) appare ancora sfuggente e misteriosa (cap. 7: Gioco delle apparenze e gusto del potere), ma del suo uso accorto si ha bisogno per un corpo vigoroso, che tenga a bada la vecchiaia. La quale porta con sé la saggezza, ma alla quale occorre arrivare nel pieno di forze allenate e conservate, così come il perfetto cavaliere coltiva le sue virtù cavalleresche. I corpi vigorosi sono ammirati (Anna Comnena ammira la prestanza di Roberto il Guiscardo, che pure è nemico di Bisanzio); ammirato è il corpo del sovrano di aspetto maestoso e disprezzato quello del sovrano debole (Pietro da Eboli ammira Enrico VI e disprezza Tancredi di Lecce perché di modesta statura); ammirata, oltre le doti morali, l’agilità fisica di Federico II (da cronisti sia ghibellini sia guelfi). Si avverte un nesso strettissimo tra abitudini alimentari e longevità, che dev’essere meritata, poiché il corpo è ritenuto lo specchio dell’anima. Importanti dunque sono i modelli dietetici, che conservano la giovinezza e allontanano l’invec-chiamento con le sue rughe e i suoi malanni (cap. 8: Programmare il tempo e la vecchiaia): le strategie di sopravvivenza combattono la caducità della vita e difendono dalla minaccia sempre incombente della morte.

Occorre allora dominare le forze del mondo esterno (cap. 9: La natura come laboratorio per diagnosi e terapie) per migliorare la vita anche attraverso il costume e la moralità, per regolare gli appetiti e le abitudini. Cresce l’attenzione per il corpo e le sue esigenze, soddisfatte con salassi che combattono il male, con la cura degli infermi, con l’igiene dei desideri anche sessuali, e si condannano gli eccessi di chierici e laici. Le mutazioni del corpo, fisiche e spirituali, si avvalgono anche degli apporti dell’alchimia con i suoi improbabili elisir. E in questa attenzione al corpo entra la fisiognomica come linguaggio leggibile, e i ritratti come specchi della personalità dell’uomo potente.

La più aggiornata metodologia scientifica del tempo non chiude gli occhi su limiti ed errori dei medici e sull’inefficacia delle loro cure. E intanto mutano i canoni della bellezza femminile, che esige ornamenti (anelli, ciondoli, fibbie, spille, cammei, pettini) e cure cosmetiche (creme, balsami, profumi). Entra in scena, con bagni e fontane, l’acqua (cap. 10: L’acqua come principio delle cose e come strumento di benessere), che soddisfa bisogni e procura diletto, purifica corpo e anima con i suoi incanti: i sovrani amano i luoghi verdeggianti, le residenze fastose, i giochi d’acqua. Ma l’acqua è soprattutto strumento di sopravvivenza: ci si preoccupa dei luoghi insalubri, del disordine idrico, degli squilibri climatici, e dunque della regolazione delle acque e delle bonifiche, della cura del territorio, degli impianti idraulici, degli usi agricoli dell’acqua, con i problemi e le urgenze dell’irrigazione.

Nelle città, quali erano i problemi da affrontare (cap. 11: Centri abitati, impianti edilizi e qualità di vita)? Quelli della convivenza di un rilevante numero di abitanti: lo smaltimento dei rifiuti, il deflusso delle acque piovane, la difesa da miasmi e aria nociva, la costruzione di impianti urbani efficienti (cisterne, pozzi, fontane), l’approvvigionamento idrico per uso domestico: insomma una sistemazione del territorio che difendesse dagli inquinamenti e garantisse la salubrità dell’aria e l’igiene pubblica. Non è errato dunque parlare di una sia pur embrionale sensibilità ecologica che si preoccupava di quella che oggi chiamiamo tutela dell’ambiente.

L’intero volume è intessuto di citazioni tratte da uno spettro amplissimo di fonti medievali e di studi moderni (non solo storiografici, e con l’ausilio di testi letterari e poetici), abilmente scandite in uno spartito di singolare ricchezza che indaga e ricostruisce ogni aspetto della vita umana di tre secoli della storia del Mezzogiorno, ma sempre dialogando con un orizzonte più vasto nello spazio e nel tempo.

Come e più di altri noti protagonisti delle vicende di quei tre secoli, Federico II viene spesso alla ribalta, ma non come primo attore o deus ex machina: piuttosto come suggeritore di un testo che l’intera società ha già scritto o va scrivendo, e come attore che sa ascoltare i suggerimenti che vengono dalla platea e li fa propri, o (per uscire dalla metafora) come voce autorevole che codifica le tendenze emergenti in un’età di grande fecondità culturale. È un’avventura in cui sono coinvolti individui di ogni ceto, autori (consapevoli e non) di una storia collettiva, di un tentativo di conciliazione fra Dio e natura, fra fede e scienza, fra tradizione e innovazione.