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Stefano Rodotà

Editore: Laterza
Anno edizione: 1999
Pagine: 304 p.
  • EAN: 9788842058595

recensione di Balbo, L., L'Indice 1992, n. 5
(recensione pubblicata per l'edizione del 1992)

Nei giorni in cui leggevo "Repertorio di fine secolo" è stata pubblicata su "Newsweek" un'intervista ad Ewa Letowska (che è stata la prima commissaria per i diritti umani in Polonia) intervista che ho trovato densa di singolari corrispondenze con il testo di Rodotà, o meglio, con la lettura che ne faccio io. Il libro tocca infatti un gran numero di temi, e se ne può riferire con approcci diversi. Per delimitare il mio, prendo appunto come riferimento quel breve e rilevante testo: siamo nella pratica quotidiana e faticosa della democrazia, in questa Europa degli anni novanta: est e ovest, diritti e potere, principi e pratiche. Il lavoro di Rodotà riflette articola, amplifica proprio questa fase, questo clima.
"Se si chiede qui in Polonia che cosa significa 'democrazia' - dice Ewa Letowska - tutti hanno una risposta pronta: 'È il governo della maggioranza'. Il problema è che nessuno parla dell'altro fondamentale elemento e, cioè che democrazia è governare in base al principio di maggioranza, rispettando però i diritti della minoranza". Sono due punti che, nella loro essenzialità, possono assai bene guidare alla lettura del libro. E ce n'è un terzo contenuto nella frase conclusiva dell'intervista: "Il mio maggior successo è di essere riuscita a mostrare che, in questo mondo, non tutte le cose vanno come vorrebbero quelli che contano".
Ripartiamo da questo dato, che non sembra variare molto in epoche e contesti diversi: coloro che sono in maggioranza operano per affermare le proprie posizioni, per dirimere le questioni imponendo il proprio punto di vista, per sostenere i propri interessi. Tutta l'analisi di Rodotà - che definirei anche come un "racconto" (di vicende, episodi, questioni) - si dipana sottolineando il dato sociologico di come funzionano i meccanismi della conservazione del potere: le pratiche, la vischiosità, la pervasività delle logiche e degli interessi finalizzati all'autoconservazione e alla riproduzione del potere. O, detto in termini istituzionali e politici, è il dato del deficit di democrazia che riconosciamo nei nostri "sistemi democratici". In più, in parallelo o come contrappunto, sono descritte le regole e le pratiche che tentano di fissare delle norme, dei criteri o parametri. Dunque, è la difficile, ma per praticabile, democrazia che conosciamo. L'analisi si sviluppa su questo tono, ma le tre ultime pagine provano a dire altro: sono le pagine dell"'elogio del moralismo", espressione consapevolmente e volutamente controversa: elogio dell'indignarsi, del reagire, del denunciare. Proprio su come è costruito il contrasto tra le quasi trecento pagine di problematica analisi e le tre della "speranza di cambiare il mondo", penso che ciascuno abbia motivo di riflettere. Ci tornerò più avanti.
Riprendo i due concetti, maggioranza e minoranza, e alcuni aspetti della difficoltà ad applicarli nella fase attuale e nei nostri sistemi sociali. Banale, ma vero, è ricordare innanzitutto che si tratta di categorie concettuali e di strumentazioni formatesi in sistemi sociali più "semplici", o semplificabili: un sistema inizialmente destinato a rappresentare uomini (e non donne, uomini bianchi e non altri, uomini con certe caratteristiche di proprietà, di livello di istruzione).
Lo stesso criterio elementare, costitutivo, che si decide sulla base dei "numeri" (a maggioranza) non può oggi essere accolto come ovvio e indiscutibile: la maggioranza, che corrisponde a un dato ambito territoriale, in un particolare momento storico, che cosa significa rispetto alle generazioni future (i cui diritti le scelte dell'oggi possono drammaticamente compromettere), ad esseri umani collocati "altrove" ma direttamente coinvolti - per esempio, negli effetti di una guerra, di politiche (o non politiche) ambientali, di scelte o (non-scelte) demografiche? Chi decide per chi, chi risponde a chi, come corrispondono regole e procedure della democrazia ad aspetti di cui oggi siamo più che in passato avvertiti, di interdipendenza planetaria, di permanenza nel tempo di atti del presente? Ci pesa addosso, o dovrebbe pesarci, questo dato: che le decisioni prese in un luogo (lo stato nazionale, o eventualmente sedi sovranazionali, da organismi a cui legittimamente è demandato di decidere), hanno implicazioni per l'intero pianeta e per tutta l'umanità, anzi, con un concetto più ampio e più problematico, per tutti gli esseri viventi e per le generazioni future (i cui bisogni e diritti non sono espressi, ma non possono non riguardarci). Nessun meccanismo istituzionale peraltro rende responsabili i decisori in questi termini. Anzi solo da poco e in occasioni non frequenti, il problema viene posto come tale.
L'altra componente del "gioco-democrazia" è la minoranza o, meglio, le minoranze: ancora più preciso è dire società di minoranze, evidenziando, anche qui, il dato sociale strutturale e non solo gli aspetti formali del sistema dei diritti. Nel libro troviamo molteplici riferimenti a questo modello, che è il più appropriato per concettualizzare la società contemporanea. Pluralismo e società di minoranze significano che non si dà, o comunque non funziona, un criterio unidimensionale, o unico, in base al quale identificare la parte che costituisce "la maggioranza" e la parte che costituisce (definita residualmente) "la minoranza": non un criterio economico o di appartenenza di classe; non un criterio politico: tantomeno etnico, razziale, religioso. La situazione attuale di molte società - comprese, evidentemente, quelle europee - o comunque la linea di tendenza è appunto verso società plurali, società di minoranze.
Come si traduce questo dato in regole, decisioni, procedure; come si dà voce a minoranze che per definizione, se si adottano le regole del sistema politico democratico non "hanno i numeri" per essere rappresentate e pesare? Andando ancora oltre, e in positivo: si tratta non solo di non escludere gruppi e categorie sociali minoritari. Si tratta di accoglierli, legittimarli, valorizzarli: "processi di inclusione" si riferisce a questo ben più ambizioso livello di apertura e ridefinizione di un sistema. E ancora di più: non soltanto includere nel senso di aggiungere, addizionare i plurimi soggetti della società delle minoranze, ma ammettere temi, visioni del mondo, valori che possono anche contraddire, o indebolire, e che comunque modificano, il sistema costruito sui principi affermati come maggioritari (però non necessariamente dominanti). I riferimenti, che vengono proposti in questi termini da Rodotà, all'elaborazione delle donne, e alla presenza e al confronto con coloro che vengono da altre culture e religioni e costumi, riferimenti sempre problematici ma non lasciati irrisolti, e mai menzionati frettolosamente e banalmente, costituiscono uno degli aspetti che considero più importanti di tutto questo ricco percorso di pensiero.
Il libro raccoglie e rilegge esempi, posizioni, casi, muovendosi su molti terreni: dalla bioetica alla privacy, dal sistema politico all'informazione, dalle istituzioni della giustizia a quelle della proprietà e del lavoro. Complica: cioè evidenzia e delegittima le semplificazioni. Segnala le tante zone di confine con cui ormai non ci si può non confrontare: dalle questioni di accanimento terapeutico ed eutanasia, ai trapianti, all'uso possibile dell'ecografia per interruzioni di gravidanza selettive. Riprende questioni (disciplinari, politiche, etiche) aperte e scottanti: l'ipotesi di diritti disuguali, la possibilità di concepire la cittadinanza come "geometria variabile", la legge vista come fatto non sempre irreversibile (nel dibattito anglosassone, 'sunset rules') e universale ('lego laws').
Torno allora all'elogio del moralismo, a ciò cui allude questa espressione, volutamente provocatoria. Per parte mia, chiedo se abbia senso indignarsi, e per quanto tempo ancora ci dovremo indignare, in una situazione in cui le cose sembrano "andare sempre come vogliono quelli che contano". Io ho smesso di indignarmi. Tento un'altra strada: penso si debba lavorare a creare condizioni (luoghi, soggetti, processi) tali che diventino visibili, prendano forma, si mettano in moto altri luoghi, soggetti, processi, elementi che facciano resistenza, se possibile spiazzino almeno un poco, destabilizzino, i giochi e i meccanismi di "coloro che contano". Penso in questi termini a iniziative o progetti di innovazione sociale e scelgo di impegnarmi con queste modalità -: un "lavorare" più che dire/denunciare/protestare, e su dati, se così si può dire, strutturali, lasciando stare l'etico.
Una presa d'atto delle condizioni e tendenze attuali (ho in molte occasioni ragionato su un possibile "scenario 'Blade Runner'": non il solo scenario possibile, ma certo non da escludere, per il nostro futuro), e una proposta di resistenza; certamente, io credo ci sono le risorse (intellettuali, politiche) per resistere, ce n'è a sufficienza per costituire una " massa critica". Non vedo viceversa (ancora) quelle per elaborare un modello/ scenario, che sia alternativo e innovativo in modo radicale.
Condizioni per resistere significa anche che, in un contesto minoritario, definiamo gli obiettivi non in astratto, ma sulla base delle risorse (minime), di cui disponiamo; e che contribuiamo ad accrescere queste risorse: cioè tempo, luoghi, cultura, intelligenza individuale e collettiva. Si tratta di rafforzare quei dati del contesto sociale che vanno in questo senso, di rendere agibili alcune strategie. È proprio ciò che nel corso di tutto il libro Stefano Rodotà suggerisce e sperimenta: propone, appunto, condizioni, luoghi, soggetti; propone, qualcuno ha detto, criteri per una "riforma istituzionale della società civile".