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Hans Bots, Françoise Waquet

Traduttore: R. Ferrara
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2005
Pagine: 271 p., Brossura
  • EAN: 9788815104755

69° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Storia e archeologia - Storia - Specifici eventi e argomenti - Storia culturale e sociale

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L'informatissimo bibliotecario del Granduca di Toscana, il "museo ambulante e biblioteca vivente" Antonio Magliabechi (1633-1714), non si mosse mai da Firenze: dormiva completamente vestito, non si cambiava mai d'abito e non apriva la porta della sua casa (zeppa di libri) se non a pochi privilegiati. Un secolo dopo, scherzosamente descritto in una lettera del collega tedesco Georg Christoph Lichtenberg (l'autore dei famosi aforismi), il comportamento sociale del fisico Alessandro Volta appare assai diverso: "È un tipo bello e, in alcune ore assai libere durante una cena in casa mia, nella quale facemmo baldoria fin verso l'una, ho notato che s'intende molto dell'elettricità delle ragazze". Questo "cuscinetto a strofinamento per le signore", tuttavia, non era di passaggio a Göttingen solo per far "baldoria", ma anche per studiare sperimentalmente l'elettricità dell'aria e discutere con il suo ospite le teorie del fluido elettrico. A una serie di Lettres sur la météorologie électrique , indirizzate appunto a Lichtenberg, egli affiderà le sue riflessioni: vicino in questo allo scontroso e sedentario Magliabechi, che intratteneva una fittissima corrispondenza con i dotti dell'Europa intera. Il brillante professore dell'Università di Pavia e il misantropo bibliotecario della Palatina, pur così lontani da tutti i punti di vista, partecipavano entrambi a quella che oggi si chiama la "comunità scientifica internazionale".
Alla nascita e alla formazione di quest'idea, alla sua archeologia e fenomenologia, alla sua interna evoluzione fra Cinque e Settecento, è dedicato lo studio dell'olandese Hans Bots e della francese Françoise Waquet. Ottimo esempio di quella "collaborazione intellettuale" che si impegna a descrivere, il volume obbedisce a un modello non comune in Italia: facendo opera di sintesi e insieme di alta divulgazione, i suoi autori non esitano a tracciare grandi linee e a semplificare i dettagli per far emergere i significati complessivi, con esemplare chiarezza e umiltà. Essi evitano, per esempio, di fare una generica storia degli "intellettuali" europei poiché questo termine, datato alla seconda metà dell'Ottocento, e fortemente connotato in senso ideologico, appare "privo di valore operativo convincente". L'orizzonte della "repubblica delle lettere", fra Rinascimento e Rivoluzione francese, non è infatti un progetto politico, ma uno speciale paradosso "apolitico": un'entità modellata sullo stato, come dice il nome, ma allo stato estranea poiché sovrastatale e sovraconfessionale. Non "intellettuali" quindi, ma piuttosto "dotti, studiosi, eruditi o letterati" sono coloro che in questo spazio si muovono, con determinate attività, precisi comportamenti e concrete opere; nel comune sforzo di realizzare tre principi fondamentali.
In primo luogo vi è il principio della "collaborazione" scientifica, contrapposta alla ricerca individuale, e strettamente legata al nuovo metodo sperimentale. Come dimostra Francis Bacon nell' Advancement of Learning (1606), e nel Novum Organum Scientiarum (1620), lo studio della realtà e della natura, "basato sull'esperienza e sull'induzione", richiede un progressivo perfezionamento delle ipotesi da parte di altri studiosi e al tempo stesso una partecipazione comune a strumenti di ricerca sempre più costosi e sofisticati. Crisi dell'enciclopedismo e nascita dello specialismo significano, nella repubblica delle lettere, la "ricomposizione" dei saperi entro una nuova enciclopedia collettiva.
Alla collaborazione fra i dotti rinvia poi il principio dell'unità ecumenica, capace di scavalcare ogni divisione politica e religiosa, nonché ogni frontiera nazionale. È una "passione per l'universale" che spiega, nel Settecento, lo stretto legame fra cultura europea e cultura massonica. È, più in generale, il sogno di una "conciliazione" che superi le incrinature storiche o individuali, il sogno di Manuzio e di Erasmo, che nel cosmopolitismo del sapere trova la sua immagine e nell'impiego di una lingua unica il suo strumento: sia essa latino, francese, o un ritrovato linguaggio "naturale".
Questa grande illusione di tolleranza e di libertà di pensiero, sotto il segno della humanitas e della philantropia , si unisce infine al terzo principio, che si identifica con un progetto di concordia mondiale. L'Occidente (questo è l'orizzonte geografico della repubblica delle lettere) deve pacificarsi e agire per il "bene comune", aprendosi allo scambio e alla circolazione delle idee: solo così può realizzarsi uno "stato dei dotti" che agisca dentro e sopra i singoli stati nazionali, una "colonia dell'altro mondo" (come diceva Leibniz) o una "comunità intellettuale" separata da quella politica.
Certo, in questo periodo l'ideale si trova di fronte le guerre e le divisioni religiose, la censura istituzionalizzata e l'intervento sempre più massiccio degli stati nazionali nel campo del sapere. La storia s'incarica insomma di spostare la repubblica delle lettere, che dovrebbe essere fondata sulla pace e l'astensionismo, nel regno di Utopia. Più tardi i dotti si trasformeranno in philosophes , mentre l'attività critica si avvicinerà sempre più alla politica. E quando nel Novecento Orwell scriverà 1984 , con la sua guerra totale e il suo controllo permanente, non il sogno ma l'utopia negativa di un incubo apparirà vicinissima al mondo reale.
Il progetto di una repubblica delle lettere è tuttavia sopravvissuto e ci ha lasciato in eredità una nuova e fondamentale percezione del sapere: quella di una struttura aperta, policentrica e reticolare, in cui ogni esperienza può entrare in sintonia con tutte le altre e ogni luogo collegarsi a distanza, formando un sistema davvero globale di comunicazione culturale. Sono i viaggi e i periodici, le università e le accademie, ma, soprattutto, gli scambi epistolari, a tessere i fili di questa rete, trasformando quello che era un genere letterario umanistico in autentico "veicolo dell'informazione scientifica". Quando nel Seicento l'anatomista olandese Jan Swammerdam invia al suo corrispondente francese Melchidésech Thévenot un'ovaia di pidocchio, chiedendo in cambio un esemplare di farfalla, proietta nel microcosmo dei misteri naturali (con curiosità tipicamente barocca) il gesto fondatore della nuova comunità intellettuale.
Proprio sull'epistolografia e sui nuovi strumenti di lavoro, con i quali si realizza in Europa il primo sistema internazionale di rapporti scientifici, la brillante indagine di Bots e Waquet avrebbe potuto allargare agevolmente il proprio orizzonte cronologico. Il panorama che viene qui presentato, soprattutto sei-settecentesco, trova infatti i suoi archetipi nella civiltà umanistica e rinascimentale: basta pensare al ruolo dell'epistolografia e della biografia nell'Italia quattrocentesca, o a quello delle accademie nel secolo successivo. La vastità dei materiali che i due studiosi riescono a controllare è comunque impressionante, proprio nel senso di una ricerca interdisciplinare che rimane aperta a ulteriori ipotesi e approfondimenti. Facendo interagire storia politica e religiosa, storia delle idee e delle lingue europee, storia della tecnologia, del collezionismo e delle istituzioni culturali, gli autori fanno rivivere la mitica erudizione settecentesca che il finale del loro libro evoca con una punta di nostalgia: esemplare e conclusiva incarnazione di una "prodigiosa attività", che la repubblica delle lettere ha alimentato per secoli e che oggi si può dire quasi scomparsa.

Rinaldo Rinaldi