Traduttore: A. Guetta, E. Loewenthal
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1997
Pagine: 480 p.
  • EAN: 9788806136482
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Recensioni dei clienti

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    Stefano

    03/01/2015 17:05:37

    Mi trovo d'accordo con quasi tutti i commenti. In realtà non l'ho trovanto nè prolisso nè sfuggente. L'autore racconta quello che deve essere raccontato per la comprensione della trama del romanzo. Non è importate come e perche Benji si innamora di Dori, succede e basta; è tutto quello che ruota attorno a questo fatto comunque fondamentale che costruisce il romanzo, assieme al carattere denso di contraddizioni ed indecisioni del protagonista. Anche se mi sarei aspettato qualche paragrafo in più sulla vicenda personale di Dori nel momento del rifiuto definitivo. Credo che sia uno dei romanzi che mi hanno più coinvolto ed incuriosito.

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    giorgio g

    03/09/2014 15:29:44

    E' un libro-fiume che ti trascina con se, come i fiumi dell'India, primo tra tutti il Gange, così vividamente descritti. Anzi, la prima parte del libro, relativa al viaggio del narratore nel subcontinente per riportare a casa in Israele, la giovane Inat, ne è la parte più riuscita. Poi la narrazione si avvita su se stessa con l'improbabile innamoramento del protagonista per la moglie del suo primario (entrambi lo avevano accompagnato nel suo viaggio in India) e le complicazioni relative. Due le cose degne di nota: la conoscenza da parte dell'autore delle tecniche operatorie (dimenticavo di dire che il protagonista è un chirurgo-anestesista) e la spiritualità ed il rispetto per credenze indù che permea la narrazione.

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    licia

    17/05/2008 14:55:48

    Meno convincente di altri di Yehoshua, in particolar modo dell'ultimo ("Fuoco amico"). L'ho trovato prolisso, in alcuni punti poco convincente (la trasmigrazione in Benji dell'anima di Lazar) inutilmente criptiche le introduzioni ai capitoli. Secondo me c'e' anche una traduzione non eccezionale che rende affannosa la lettura, abusando di virgole ed evitando gli a capo. Comunque e' sempre Yehoshua, la tensione narrativa resta alta e le contraddizioni di Benji intrigano abbastanza perche' valga la pena di leggerlo.

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    francesca

    13/04/2008 20:00:05

    Che fatica!...A tratti davvero prolisso, sfuggente invece su questioni che della trama sono parte fondamentale (l'innamoramento improbabile di un giovane per una non certo attraente donna di mezza età). Si ha come l'impressione che per romanzare tutti gli aspetti relativi alla vita sociale della buona borghesia israeliana si salti a volte di palo in frasca senza una reale "consecutio" nello svolgimento della trama. E' il primo libro che leggo di quest'autore e credo che sarà anche l'ultimo...

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    paola del vitto

    09/06/2005 16:50:43

    In tutto il libro ho percepito esattamente le sensazioni che Michela descrive al marito dicendogli cosa l'attrae dell’ India…la percezione del tempo, laggiù il tempo è libero, aperto non finalizzato ad uno scopo, senza ansie… Mi è sembrato che pur standoci poco Rubin abbia perfettamente colto e applicato alla sua vita quelle sensazioni e percezioni che si sono “concretizzate” al suo ritorno dall’ India. Bellissimo e intenso da leggere assolutamente

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    Orlando

    01/09/2004 19:54:05

    A volte troppo prolisso o poco convincente, traccia però un quadro nitido della vita medio borghese in Israele. La storia d'amore sembra quasi essere comprimaria alle vicende e l'autore sembra cercare di inserirla spesso a forza nel romanzo che già scorrerebbe da se'. Nel complesso è ben fatto e avvincente. Consiglio la lettura.

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    rosanna segre

    12/01/2001 12:08:03

    questo è il romanzo di yehoshua che, in proporzione agli altri, mi ha convinto meno. Ha molti spunti interessanti ma l'innamoramento di Benji per Dori (un passaggio decisivo e scatenate del romanzo) mi è sembrato poco convincente. Certo un innamoramento è sempre difficile da spiegare, ma in un romanzo tanto lungo mi sembra piuttosto repentino, come sbigativo è alla fine il ribaltamento del carattere di lei, tutto sommato meno interessante di altri personaggi femminili di Yehoshua. I personaggi secondari (i genitori di Benji, gli amici) sono ben descritti nel corso del romanzo, ci sembra quasi di conoscerli e capirli meglio dei protagonisti. Dopo le autorevoli recensioni dell'Indice non aggiungo altro, e comunque consiglio la lettura del romanzo.

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    Franco

    18/10/2000 14:20:46

    E' successo anche a me, anche se non sono medico. ho fatto leggere a lei il libro. Le è piaciuto molto.

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recensione di Orsi, A., L'Indice 1997, n.11

"Mi immaginavo una cosa rapida, magari perfino un po' avventurosa: due uomini che, malgrado i vent'anni di differenza, stabilivano una forma di affiatamento, come capita nell'esercito in piccole unità di riservisti. Ma se viene anche la moglie? Non c'è il rischio, pensai con preoccupazione, che alla fine risulti uno sfiancante e noioso viaggio insieme a una mamma e un papà?". Il dubbio assale Benyamin Rubin, giovane medico israeliano a cui viene proposto un incarico semplice quanto insolito: accompagnare in India Lazar, il direttore sanitario dell'ospedale in cui lavora da praticante, per portare in salvo la figlia che si è ammalata di epatite. Un dubbio che è fin dall'inizio il tratto distintivo del suo carattere, indeciso, insicuro, a dispetto della sua professione che richiederebbe fermezza, determinazione, certezza se non addirittura fede nelle proprie capacità. Un dilemma comprensibile: partire sarà un passo indietro nella sua carriera o invece una possibilità in più di conquistare il posto in ospedale? E inoltre: come dovrà gestire il rapporto con la madre della malata che si presenta, fin da subito, anche come moglie apprensiva e invadente? Ma se l'inquietudine è la strada che ci introduce nella psiche di Benji, sono proprio i suoi tormenti la chiave per accedere ai diversi piani del romanzo, che sono e resteranno molteplici fino alla fine, dietro lo sviluppo di una trama tutto sommato lineare, la storia di un amore impossibile perché asimmetrico e, dunque, trasgressivo.
La presenza della moglie di Lazar - ingombrante fin dalla descrizione del suo fisico, "bassa e appesantita, con i capelli un po' spettinati, il volto pallido, il sorriso scintillante degli occhi appannati dietro le lenti" - genera infatti in Benji un immediato senso di ripulsa, ma anche la percezione che proprio da lei, più che dalle difficoltà di un viaggio disagevole verrà il pericolo, un pericolo ignoto e perciò ancor più temibile.
Viaggio e rivelazione sono così i primi due piani del romanzo che corrono paralleli nella prima delle quattro parti in cui è suddiviso il libro, "Innamoramento", - cui seguono "Matrimonio", "Morte" e "Amore". In questo viaggio Benji scoprirà che il suo disagio è dovuto al sentirsi una pedina nelle mani di una coppia che fa della simbiosi uno strumento di potere e controllo, perfino sui suoi movimenti fisici: la scelta dei mezzi di trasporto, degli alberghi, dei modi e dei tempi del trasferimento della malata, Inat, in Israele. Benji dovrà lottare per trovare uno spazio per sé, per non subire passivamente tutte le decisioni dei Lazar, pur assecondando il loro bisogno di conforto e protezione. E in quegli istanti "rubati", fuori dal nucleo avvolgente di marito e moglie che ormai lo fanno assistere anche ai momenti più intimi della loro vita, Benji si sentirà solo, visitatore impreparato di fronte allo spettacolo di un paese che non offre possibilità di mediazione, immagini che confliggono con l'impostazione ordinata della sua vita "occidentale".
Solo quando la situazione gli imporrà di affrontare una scelta professionale - effettuare una trasfusione a Inat, troppo debole per un ritorno così frettoloso - la sua decisione avrà un significato per la vita di tutti, ma in primo luogo per lui. Ed è in questa occasione che il viaggio si fa metafora della rivelazione stessa, in un cortocircuito psicologico reso evidente dal passaggio di sangue da madre a figlia. Il disagio di essere stato protagonista di un'idea altrui - la malcelata speranza dei Lazar che Benji potesse innamorarsi di Inat - si trasforma nella consapevolezza di essere ambasciatore di un amore inconfessabile; innamorato sì, non della figlia bensì della madre.
Come si può amare chi si è detestato? Come conciliare una passione incomprimibile con il rifiuto, addirittura fisico, dell'oggetto d'amore? E, soprattutto, come amare chi non si "può" amare? Amore marcato dall'impossibilità, circondato da un alone di mistero: non è certo una novità per uno scrittore come Yehoshua, che lo ha sviluppato in molte delle sue trame, e mirabilmente soprattutto ne "L'amante".
Dal modo in cui abbiamo conosciuto il dottor Rubin, ci aspetteremmo ora un logorio malinconico, un lento struggimento sentimentale vissuto per lo più passivamente, in attesa di una rara se non impossibile "occasione esterna" che gli permetta di confessare il suo amore per poi reprimerlo immediatamente, ammettendo un'infatuazione fin troppo evidentemente edipica. E invece è in questo ribaltamento dell'ordine interiore che scopriamo un disegno finora nascosto, già intessuto nella trama del romanzo, ma con toni rimasti per lo più incomprensibili e misteriosi, anche se sapientemente annunciato stilisticamente dalle introduzioni in terza persona di alcuni capitoli chiave. "Sarà giunto il momento di parlare apertamente di innamoramento? Perché l'innamorato non è cosciente del suo stato, finché esso non penetra nottetempo e gli accarezza il cuore, e lui si sveglia di soprassalto, come se l'innamoramento fosse una nuova forma di dominio e non anche una servitù che può condurre a perdizione l'innamorato ostinato".
Da quel momento in poi è il sentimento a dominare il suo pensiero e le sue mosse, egli ne è posseduto come succede con una malattia. Una malattia che però non sa curare. Il giovane medico "senza qualità", i cui interessi si erano limitati all'impegno professionale e a poche, quanto insignificanti, avventure, scoprirà che la passione d'amore è ciò a cui non si sfugge, il centro attorno al quale ruota la propria esistenza. Ed è un'ossessione che ne trascinerà altre. Non a caso il libro che il padre gli aveva regalato all'aeroporto prima di partire per l'India, finora distrattamente sfogliato senza troppa convinzione, diventa l'occasione per pensare a cose che non avevano mai sfiorato la sua mente. Le teorie sulle origini dell'universo esposte da Stephen Hawking nella sua "Breve storia del tempo" sono la cartina di tornasole del suo tormento, un'ansia fino a quel momento sconosciuta che lo ha assalito per le strade di Benares e che ora non si placa. Invano cercherà di confrontarsi con un amico d'infanzia, un fisico che potrebbe aiutarlo a dissipare i suoi dubbi, ma in realtà Benji ha già trovato una "sua" verità sui famosi "primi tre secondi del Big Bang" e non intende metterla alla prova. "La fisica è senza risposte di fronte a quei primi tre secondi, semplicemente perché quella frazione di tempo è fuori dalla fisica. Essa è l'anello di congiunzione fra lo spirito e la materia". Ecco la seconda ossessione, generata nel paese della ritualità mistica: trovare un anello di congiunzione tra la razionalità della scienza - e quindi anche della medicina - e l'irrazionalità dei sentimenti.
Stabilita la connessione, egli percepisce di potersi "dare" in modo ineluttabile e senza riserve anche quando tutto gioca contro di lui: età, stato civile, ruoli sociali. E infatti gli avvenimenti che seguiranno a questa sorta di illuminazione - che saranno molti e densi e significativi, perché Benji cambierà reparto, poi ospedale, si sposerà, avrà una figlia, si trasferirà a Londra, farà ritorno... - verranno trainati da questa sorta di irrazionalità conquistata, secondo la quale ogni sua azione avrà come unica e ultima finalità l'amore per Dori, dichiarato e vissuto appassionatamente per un indimenticabile pomeriggio e poi da lei subito represso.
Anche sul piano professionale, la svolta che ha scombussolato la sua coscienza lo porta a guardare con altri occhi al suo lavoro di medico. Se prima del viaggio era preoccupato per la sua carriera, al suo ritorno Benji accetta di abbandonare la chirurgia, specialità per cui il suo primario non lo trova adatto perché troppo riflessivo e verrà attirato dall'attività di anestesista in una clinica privata in cui lo coinvolge un medico più anziano. "'Ma non ho nessuna esperienza in anestesia' osservai stupito. Al che Nakash spiegò che la specializzazione in anestesia era alla portata di chiunque, la parte tecnica era facile e la si assimilava rapidamente, mentre la cosa più importante era non abbandonare l'anestetizzato, pensare anche alla sua anima, oltre che al suo respiro."
Non che Benji si pieghi al misticismo, sia chiaro. Anzi, si ostinerà a ricondurre nell'alveo della scienza ogni oscillazione irrazionale, ogni tentazione di trasformare in percorso iniziatico il suo cammino interiore. Emblematico, in questo senso, il rapporto con la moglie Michaela, "giovane donna dagli occhi grandi", lei sì totalmente stregata dall'India, da cui torna per portare ai Lazar la notizia della malattia della loro figlia. Così diverse sono le esperienze di quel paese che tra Benji e Michaela il confronto è pressoché impossibile. Eppure è forse per questo che Benji si lascia andare a una storia che sa essere non d'amore. Michaela crede "davvero" a quello che affascina Benji e, al tempo stesso, diventando ufficialmente sua moglie, gli permette di tenere vivo il suo segreto. Benji cova infatti una speranza inconfessata: che la costruzione di una coppia porti lui e Dori su un piano di parità. Ma così non è, e la morte di Lazar sancirà una volta ancora la definitiva asimmetria della loro storia. Ma anche in questo caso, l'ossessione d'amore ricongiunge il piano sentimentale con quello pseudoscientifico, che qui è per la prima volta decisamente irrazionale: "Ti prego Michaela, anch'io ho bisogno di te. Solo a te potrei spiegare quello che mi sta succedendo, solo tu sei in grado di capire che l'anima di Lazar si è incarnata in me".
Nonostante questa affermazione venga successivamente ridimensionata, essa contiene tuttavia un'altra verità, rilevante soprattutto per quel che riguarda non più lo sviluppo della trama - che non avrebbe senso continuare a rivelare - quanto l'architettura di questo romanzo, così diverso dalle precedenti opere di Yehoshua, e non solo, come ha già detto qualcuno, perché per la prima volta Israele resta sullo sfondo, quasi fosse un paese diventato "normale", e che non ha più bisogno di trasfigurazioni.
Che a vivere il travaglio psicologico di un percorso di formazione, sia pure in senso molto estremo, sia un esponente del mondo della scienza non è certo un elemento di particolare rilievo letterario. Ma che costui si arrovelli di punto in bianco sulle origini dell'universo e si accorga per la priva volta che la "sua" scienza, la medicina, è davvero ai confini con la magia, questo è a mio parere indice di qualcosa che va oltre l'espediente narrativo. È forse esagerato parlare di una tendenza, ma non vi è dubbio che in molti romanzi recenti di alcuni tra i maggiori scrittori contemporanei la figura dell'uomo di scienza compaia in vesti problematiche, riproponendo quesiti filosofici sotto forma di strategie di sopravvivenza. In modo molto diverso tra loro, Amitav Ghosh ne "Il cromosoma Calcutta", Monika Maron in "Animal Triste", Antonia Byatt ne "La torre di Babele", Ian McEwan ne "L'amore fatale" (cfr. la recensione a p.9), incorporano nella trama gli interrogativi posti dal paradigma scientifico, che si tratti di interpretare un evento o, addirittura, le origini dell'universo. Soprattutto McEwan sembra giocare a mettere in scacco il proprio personaggio, quasi che, alla fine, l'intento debba proprio essere quello di dimostrare che la scienza non esiste avulsa dal soggetto che la esamina e che quindi ne influenza in modo determinante gli esiti.
In Yehoshua la domanda è di ordine etico, riferita non solo a una crisi del soggetto, ma dell'ordine morale che deve ritrovare un suo centro "dalle parti" della religione, sia pur non abbandonando un'ispirazione laica. Molte potrebbero essere le ragioni che in modo più o meno diretto inducono a tematizzare in forme ugualmente dense e stilisticamente originali il pensiero scientifico: dall'incombente fine millennio al recente tramonto delle ideologie, dalla divulgazione scientifica come fenomeno di massa all'aumento delle scoperte scientifiche vicine alla vita quotidiana dei singoli. Eppure, nella narrativa di fine secolo che si muove tra i due poli di "ragione" e "sentimento", l'unica novità è ancora una volta il linguaggio.

recensione di Cavaglion, A., L'Indice 1997, n.11

Nell'opera di Yehoshua la realtà politica, pur trasfigurata, appare sempre nella sua drammaticità: i nodi della questione arabo-israeliana di norma ci vengono offerti senza falsi timori, quando non addirittura denunciati con coraggio. Nel volumetto "Il poeta continua a tacere", che ci ha fatto conoscere Yehoshua (Giuntina, 1990), precisamente nel racconto "Di fronte ai boschi", incontriamo un giovane intellettuale che, per portare a termine una ricerca erudita sulle crociate, sceglie di isolarsi e va a fare la vedetta del Fondo Nazionale, ma poi s'accorge che il bosco dove lavora - divenuto nel frattempo meta di spensierate escursioni - sorge sulle rovine di un villaggio arabo.
Sia consentito a chi scrive un guizzo di orgoglio: quella prima edizione italiana dei racconti, nell'ormai lontano giugno 1990, fu recensita sull'"Indice" quando da tutti il nome di Yehoshua era ignorato (anzi i più ritenevano, sbagliando, che fosse Grossman il vero talento israeliano). Quel giovane intellettuale-vedetta è un po' come se fosse l'alter ego di Yehoshua, uno scrittore che da allora non ha più smesso di fare la vedetta e vedere bene. Sceso dall'albero (dove si era rifugiato per insegnare letteratura all'università di Haifa), ha incominciato a scrivere romanzi nei quali la società israeliana ci viene presentata senza infingimenti: straordinaria la sua capacità di coinvolgerci con storie di gente comune, inimmaginabile la sua potenzialità di narratore, che sfiora la crudeltà perché non ci dà riposo fintanto che non arriviamo all'ultima pagina, e così egualmente inconfondibile è la sua dote di farci toccare con mano sentimenti delicati, femminili più che maschili, con una precisione quasi fotografica che altri scrittori israeliani non conoscono.
Oltre che autore di fortunati romanzi, come si sa, Yehoshua ha continuato a essere un osservatore appassionato, direi quasi spietato, della società in cui vive. Finzione e realtà sono due elementi che in lui hanno seguito itinerari diversi, ma si trovano oggi a un punto di svolta forse decisivo. Il suo impegno etico-civile è ben noto in Italia attraverso i libri di saggistica, più esili rispetto ai fluviali romanzi ("Elogio della normalità", Giuntina, 1992, e "Diario di una pace fredda", Einaudi, 1996). Tanto provocatorie le sue tesi sull'attualità, quanto sapientemente classica è la sua narrativa che si sviluppa lungo il solco della tradizione del romanzo europeo del secolo scorso. Nei romanzi e nei racconti sembra quasi che Yehoshua si sforzi di dare una compostezza balzachiana alle idee elettrizzanti e disomogenee che nei saggi assumono una forma più grezza e fanno emergere l'inquietudine del vecchio pioniere socialista amareggiato dalle tante sconfitte.
Ecco così la provocazione (poi parzialmente ritrattata) contro l'ebraismo diasporico, non solo americano, ritenuto anacronistico e superato dalla storia del giovane Stato d'Israele; ecco così, dopo l'ennesimo affronto agli accordi di Oslo, l'idea - forse tutt'altro che impraticabile, nella sua sgradevolezza - di erigere un muro che finalmente separi palestinesi e israeliani; ecco, per ultima, è di questi giorni (ne hanno riferito i nostri quotidiani), la provocazione estrema sull'arte che non saprebbe più esprimere i valori della religione: la letteratura si è isterilita nello stesso momento in cui la religione è finita vittima dell'integralismo. La prima catastrofe, in Italia, ci è familiare. La seconda un po' meno, ma in Israele, e forse non soltanto in Israele, deve essere andata purtroppo così.
L'indignazione ha sempre fatto di Yehoshua un saggista nervoso, scattante; per capire meglio ciò di cui stiamo parlando il lettore italiano dovrebbe lasciare il clima di bonaccia che si respira da noi oggi e per analogia pensare - e non sbaglierebbe - a Salvemini e a Gobetti quando parlavano della crisi italiana dopo la Grande Guerra o a Ernesto Rossi quando fustigava i costumi dell'Italia democristiana. Stilisticamente siamo agli antipodi della prosa ariosa di "L'amante"; in questo ultimo libro come nel precedente "Signor Mani", gli eventi si succedono secondo uno schema di cause e di effetti, in un'idea di sviluppo della trama che non conosce interruzioni.
E allora? Deve essere realmente grave la situazione in Medio Oriente, se questo poeta-vedetta ha deciso oggi, in buona sostanza, di risalire sugli alberi e di lassù parlarci di Benares o dei santuari indiani, in un grandissimo romanzo, come certamente è "Ritorno dall'India", da cui non ci si separa fino a che non si ar- riva in fondo, dominato però da un desiderio di fuga che sarebbe grave errore pensare come esclusivo appannaggio di Benji Rubin, il giovane medico protagonista del libro, e non anche come un'esigenza avvertita come vitale dallo stesso Yehoshua.