Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Anno edizione: 2018
Pagine: 288 p., Brossura
  • EAN: 9788845932717
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Descrizione
«La follia e l'orrore hanno attanagliato la mia vita» scriveva Carrère presentando Un romanzo russo ai lettori francesi. «Di questo, e di nient'altro, parlano i miei libri».

"Hai creduto che l'amore di Sophie, la lingua russa, le ricerche sulla mia vita e sulla mia morte ti avrebbero liberato, ti avrebbero permesso ti chiudere i conti con un passato che non è il tuo ma che si ripete in te in modo ancora più implacabile proprio perché non ti appartiene. Ma l'amore ti ha mentito, ancora non riesci a parlare russo correttamente e quello che in me era irrimediabilmente infetto continua a infettare anche voi, i miei nipoti, e vi sta uccidendo l'uno dopo l'altro. Per morire non c'è bisogno di saltare dalla finestra, ci sono quelli come te che muoiono restando vivi. Per te non c'è liberazione. Ovunque tu vada, qualunque cosa tu faccia, ti aspettano l'orrore e la follia."

Un giorno, però, dopo aver concluso la stesura dell'Avversario, alla follia e all'orrore decide di sfuggire. Trova un nuovo amore e accetta di realizzare un reportage su un prigioniero di guerra ungherese dimenticato per più di cinquant'anni in un ospedale psichiatrico russo. Arriva così in una cittadina a ottocento chilometri da Mosca, dove tornerà poi una seconda volta, ad aspettare, quasi in agguato, che accada qualcosa. Qualcosa accadrà: un delitto atroce. La follia e l'orrore l'hanno dunque «riagguantato». Anche nella vita amorosa: un racconto erotico scritto per gioco, per «fare irruzione nel reale», precipita lui e la sua compagna in un incubo destinato a devastare le loro vite e il loro amore. Nel frattempo, il viaggio in Russia ha messo fatalmente in gioco le sue origini e il suo rapporto con la lingua della madre – e così Carrère comincia a indagare su quello che, non solo implicitamente, gli «è stato proibito raccontare»: la storia del nonno materno, il quale, dopo un'esistenza segnata dal fallimento e dalle umiliazioni, è scomparso nell'autunno del 1944, ucciso probabilmente per aver collaborato con l'occupante. «È il segreto di mia madre, il fantasma che ossessiona la nostra famiglia». Per esorcizzare quel fantasma lo scrittore compie «un oscuro percorso nell'inconscio di due generazioni», che lo porterà alla resa dei conti con un retaggio «di paura e di vergogna» e al tempo stesso alla riconciliazione con l'incombente genitrice – e marcherà la disfatta (sia pur soltanto provvisoria) di quel nemico ghignante, crudele e mostruoso che da sempre lo assedia.

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    melissa

    22/09/2018 13:03:01

    La prosa di Carrère è sempre buona, qui c'è la novità del romanzo autobiografico, a tratti anche impietoso. La sua ossessione prende spunto dalla vicenda di un russo, dato per morto, che ricompare dopo più di cinquant'anni. Carrère comincia allora la ricerca del nonno materno, prelevato (da chi?) da casa negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale e del quale non si avevano mai più avute notizie. La mamma non incoraggia le sue ricerche, poiché la verità può far paura: forse il nonno era un collaborazionista dei tedeschi e il timore di scoprire una verità così vergognosa è più forte del desiderio di sapere che ne è stato di suo padre. Nella narrazione dei suoi molteplici viaggi in Russia, sempre alla ricerca di tracce del nonno, si insinua anche la sua storia d'amore con Sophie, storia molto passionale, spinta all'eccesso, tormentata, a tratti talmente osé da risultare imbarazzante.. Linguaggio e storia senza sconti, a volte brutale e impietoso. Bel libro.

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Ossessioni erotiche e tormenti familiari del vanesio Carrère

Un romanzo di oggi, alla Emmanuel Carrère ultima maniera, anche se lui a un certo punto, verso la fine, assicura di non scrivere un romanzo; uno di quei celebratissimi libri che – da Limonov in poi, almeno in Italia – hanno acquistato velocemente i contorni del “caso”, consolidato un pubblico fedele e fatto spellare le mani a buona parte della critica. Un romanzo russo (283 pagine, 19 euro) non è una novità, aveva già visto la luce con Einaudi nella traduzione di Margherita Botto, ma torna con Adelphi, casa editrice della svolta per lo scrittore francese in Italia, e in una nuova traduzione, firmata da Lorenza Di Lella e Maria Laura Vanorio.

Ossessioni erotiche, instabilità e imprevedibilità, tormenti familiari e fallimenti personali, anzi sentimentali, alimentano le pagine di Un romanzo russo. Il nonno georgiano di Carrère, Georges Zurabišvili, forse collaborazionista in Francia, scomparso misteriosamente a Bordeaux, dopo la fine della seconda guerra mondiale, sul cui passato indicibile la madre dello scrittore ha voluto far calare il silenzio è uno dei nodi da sciogliere. Lo scrittore lo rincorre, forse per esorcizzarlo, e intreccia la sua ricerca al consueto narcisismo e alla sincerità estrema, sciorinati soprattutto quando accende le luci sulla sua relazione con Sophie (della cui bellezza è fiero, pur vergognandosi del gap culturale e professionale), fra crudeltà, gelosie, volgarità e un racconto erotico che lo stesso Carrère le dedica e pubblica su Le Monde (a distanza di alcuni anni ha confessato il rimorso per averla tirata in ballo senza alcun consenso…).

Scavando chirurgicamente e ossessivamente nel passato l’autore s’imbatte in varie storie, in particolare quella della sua famiglia, su come dopo la rivoluzione russa sia arrivata a stabilirsi in Francia, e un videoreportage da realizzare, che lo spinge ad andare in compagnia di una troupe in un remoto paesino russo, Kotel’nic, per indagare la storia di un soldato ungherese, senza memoria, Toma Andràs, anche lui collaborazionista dei tedeschi, relegato in un ospedale psichiatrico per oltre cinquant’anni –  abbandonato come un bagaglio smarrito che nessuno cerca – durante i quali non ha imparato il russo e ha solo farfugliato parole di una lingua incomprensibile.

È spietato il terapeutico gioco di mettersi a nudo, di raccontare, con lunghe parentesi personali, i propri fallimenti e la riconciliazione con le origini (e col nonno, difeso contro gli eccessi del politicamente corretto) e con la lingua russa (parlarla in modo corretto significherebbe intercettare pezzi della propria interiorità che ancora sfuggono a Carrère, «mi dico che scrivere in russo è come comprare il biglietto per dare a Dio la possibilità di salvarmi»), tra follia e paura, vanità ed egocentrismo, desiderio di indagarsi in profondità e liberarsi dai conflitti interiori. Di volta in volta l’autore dialoga con se stesso o con il lettore, si rivolge alla compagna, scrive alla madre, in un sottile gioco a incastri, che prevede un poco sottile e piuttosto struggente abbattimento dei muri fra vita e letteratura, senza che necessariamente certi fantasmi finiscano di tormentarlo.

L’equilibrio dell’insieme narrativo – cose piuttosto disparate e dai flebili legami, avvenute nel giro di qualche anno – è tutt’altro che perfetto. I rischi sono qualche eccesso di manierismo, qualche pagina erotica gira a vuoto, perfino lo sgambetto delle banalità che a volte va a segno. Nel complesso però Carrère è a suo agio in pagine che davvero si muovono sul solco della tradizione letteraria russa e che sono, in qualche modo, un autoritratto, pur se irrisolto e pieno di sbavature. Il finale è una lettera alla madre, Hélène Carrère d’Encausse, intellettuale di primo piano in Francia e protagonista sotterranea ma incombente del libro; libro che, confessa nell’ultima pagina, è come nuotare verso la madre, l’immagine di un ricordo d’infanzia che è efficace sintesi.

Recensione di Micol Treves