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«La follia e l'orrore hanno attanagliato la mia vita» scriveva Carrère presentando Un romanzo russo ai lettori francesi. «Di questo, e di nient'altro, parlano i miei libri».
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Scrive l'autore, rivolto alla madre Hélenè: "Racconterò quello che è successo in questi due anni: scriverò dell'ungherese, di mio nonno, della lingua russa, di Kotel' nic e di te, tutto insieme". Il nonno Georges scomparve quando Hélenè aveva quindici anni, di lui non si seppe più nulla. Grande è sempre stato il dolore, mai superato, di Hélènè e per riflesso è un dolore profondo anche per Emmanuel. La madre scrive al figlio:" Emmanuel, so che hai intenzione di scrivere della Russia, delle tue origini russe, ma ti chiedo una cosa, non parlare di mio padre. Non prima che io sia morta". Carrère in questo racconto, con sofferenza, infrange questo tabù: " Ti sbagli ma è anche la mia storia. Ha ossessionato la tua vita, ha ossessionato di conseguenza anche la mia e, se continuiamo così, ossessionerà e distruggerà i miei figli, i tuoi nipoti, succede così con i segreti, possono avvelenare diverse generazioni". Francois figlio di Nicolas, il fratello di Hélenè, 1l 19 aprile 2006 si suicida. Scrive Carrère:"L'ombra di nostro nonno incombe su di noi, e io non posso fare meno di pensare, insieme a Nicolas e mia madre- o meglio contro quello che le piacerebbe pensare-, che il suicidio di mio cugino sia l'ennesima vittoria di quell'ombra".
Doveva parlare dell’ungherese in un ospedale psichiatrico russo libero dopo decenni, poi però diventa un reportage sulla poverissima e brutale provincia russa post-sovietica, ma all’improvviso c’è un racconto porno che si trasforma in un delirio di un amore folle, mentre il fantasma della sparizione del nonno aleggia sulla psiche del narratore che non ha mai risolto il rapporto con la madre ingombrante: meraviglioso! Carrère ti racconta gli affaracci suoi ma ne resti ammaliato.
Incuriosita dalle origini e dalla formazione della madre di Carrère, ho letto questo libro aspettandomi una descrizione della Russia fatta con cognizione di causa. Di “russo”, in questo romanzo, non c’è quasi nulla, e tantomeno una ricostruzione delle vicende del prigioniero ungherese o almeno un affresco storico più ampio. Il romanzo è interamente incentrato sull’autore, che decide di intraprendere un viaggio da intellettuale borghese per documentare il degrado e lo squallore di una piccola cittadina russa. Non avendo un’idea chiara di ciò che vuole raccontare, spesso si ritrova demoralizzato e in una sorta di paralisi, finendo per non fare nulla e lasciando il lavoro nelle mani della troupe che lo accompagna. Nonostante ciò, da questa esperienza nascono sia il romanzo sia il documentario “di Carrère” - e vien da chiedersi come e per chi vengano stanziati fondi per film e documentari -. Imbarazzante il siparietto dell’articolo erotico, in cui traspaiono chiaramente il suo narcisismo e la scarsa considerazione per la sua compagna. In ogni caso, la lettura risulta scorrevole e conferma il talento narrativo di Carrère.
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