Rosso nella notte bianca

Stefano Valenti

Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 31 marzo 2016
Pagine: 122 p., Brossura
  • EAN: 9788807031793
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Descrizione

Valtellina. Novembre 1994. Il settantenne Ulisse Bonfanti attende Giuseppe Farina davanti a un bar e, quando arriva, lo ammazza a colpi di piccone. Alla gente che accorre dice di chiamare i carabinieri, che vengano a prenderlo lui ha fatto quello che doveva.

Erano quarantacinque anni che Ulisse mancava da quei monti. Dopo aver lavorato tutta la vita con la madre Giuditta in una fabbrica tessile piemontese, è tornato e si è rifugiato nella vecchia baita di famiglia, o almeno in quel che ne è rimasto dopo l'incendio appiccato nel 1944. Non un fiato, non un filo di fumo, non una presenza tutto intorno. In questo abbandono, tormentato da deliri e allucinazioni, Ulisse trascorre le sue ultime giornate di libertà camminando nei boschi, sdraiato davanti al camino, rivivendo la tragedia che ha marchiato la sua intera esistenza. Dimenticato da tutti, si rinchiude come un animale morente in quella malga dove nessuno si è avventurato da decenni. I ricordi della povertà contadina, della guerra, della fabbrica, dell'emigrazione e delle tragedie famigliari si alternano in una tormentata desolazione. Una desolazione che nasce dal trovarsi nell'abitazione dalla quale, cinquant'anni prima, è stata portata al cimitero la bara con il cadavere della sorella Nerina...

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Sangue e montagna. Questi sono i due elementi che si danno battaglia nel secondo romanzo di Stefano Valenti, già autore di La fabbrica del panico, sempre per Feltrinelli. Le montagne sono quelle della Valtellina, raramente descritte in modo così cupo e aspro. Il sangue è quello di una vendetta lungamente covata dentro di sé dal protagonista, Ulisse Bonfanti, fino a diventare un’ossessione. Negli anni Trenta il mondo contadino era ancora relegato in una condizione di durissima e impietosa povertà, a cui il lavoro nei campi di donne e uomini non riusciva a porre rimedio. Ulisse, la madre Giuditta e la sorella più giovane Nerina sono nati in quel mondo montano, caparbiamente legato ai pochi riti religiosi e a un minimo di solidarietà tra vicini. Lo scoppio della guerra mette a repentaglio quel poco su cui si fonda la sopravvivenza della famiglia, fra ribelli che si rifugiano in quota e rastrellamenti italiani e tedeschi. Ecco che si consuma il dramma destinato a segnare la vita di Ulisse, nel frattempo unitosi ai partigiani. Nerina non resiste a lungo alla vergogna per le violenze subite e compie un tragico gesto. Subito dopo Giuditta e Ulisse abbandonano la Valtellina per diventare operai di un cotonificio. Anche in fabbrica le condizioni di lavoro sono molto dure, nonostante qualche significativa conquista sindacale. Ma il tarlo della vendetta continua inesorabile a farsi strada nella mente di Ulisse, «come un roditore che rosicchi dentro il cranio». Forse, però, le radici del trauma affondano ancora più indietro nel tempo, in un’adolescenza contrassegnata da strane visioni allucinate, da incubi di natura religiosa.
Dalla citazione in apertura («Li ammazzeremo tutti», disse Milton. «Siamo d’accordo»), il modello dichiarato, forse troppo ambizioso, specie dal punto di vista linguistico, è Beppe Fenoglio, e in particolare
 Una questione privata. Di storie sulla Resistenza ne abbiamo lette tante negli ultimi anni, a volte troppo sbilanciate sul versante sentimentale, a volte sulla nuda cronaca storica. Rosso nella notte bianca prova a essere entrambe le cose, ma le parti migliori sono quelle in cui risalta la dolorosa psicologia del protagonista, che non ha mai trovato pace nell’arco della sua lunga vita. Certo, la guerra partigiana è una tappa fondamentale, ma scavando più a fondo si trovano la religione, la famiglia e un sistema di valori irrigidito, inteso come àncora di salvezza a cui aggrapparsi.

«La mia vita è una condanna perché è una condanna l’ordine in cui viviamo, l’ordine del mercato, dice Ulisse, e dice che questo è l’ordine più inumano di tutti, di tutti gli ordini, un incubo per chi non ha patrimoni, non nasce in famiglie che hanno influenza e non può contare altro che sul proprio lavoro».

Recensione di Damiano Latella