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Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
Formato: Tascabile
Pagine: 394 p.
  • EAN: 9788806173913
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Recensioni dei clienti

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    Hodor

    22/11/2016 12.37.50

    Nel mio Pantheon personale tra le grandi opere di narrativa che trattano della morte Rumore Bianco affianca con grande dignità La morte di Ivan Ilic di Tolstoij, Morire di Schnitzler e Il trionfo della morte di D'annunzio. Nel romanzo di DeLillo va in scena la paura della morte e tutti i suoi camuffamenti quotidiani raccontata da una penna precisa e visionaria. Non manca una profonda parodia del rimbambimento generale indotto dall'iperconsumismo e dell'avvelenamento mentale e biologico causato dalla dipendenza derivante dalla tecnologia. Temi che adoro inseriti in un plot vivo ed emozionante. Forse di qualche pagina zeppa di riflessioni non si sentirebbe sentita la mancanza se l'autore avesse deciso di risparmiarcela ma nel complesso si sopporta. Ultimamente si parla seriamente di un adattamento cinematogragico, non vedo l'ora, curioso di come sarà resa su pellicola una vicenda già di suo ricca di immagini.

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    Massimo Mazza

    15/04/2013 17.23.59

    Mai letto nulla di Don Delillo, ma "Rumore Bianco" mi ha favorevolmente impressionato. La sinestesia del titolo racchiude in sè un'appassionante storia dei giorni nostri che si può sintetizzare con l'alternanza e la mescolanza di tre colori: il bianco, il grigio e il rosso. Da una parte la certezza radiante del supermarket (il bianco)che si mescola al terrore del "tossico aereo" e al fantomatico inventore (dalla faccia a cucchiaio) della pillola contro la paura della morte (il grigio. Il tutto trova il suo epilogo sanguinolento della resa dei conti tra il protagonista Jack e l'amante della sua ultima, burrosa, compagna Babette (il rosso). Bel romanzo che alterna fasi di stanca a momenti di vera suspance, il tutto condito da un'ottima capacità narrativa che va dalla vivisezione del carattere dei personaggi all' ansiogena ripetitività degli elenchi: un registro misto che ben raffigura certezze, tensioni e paure del secolo scorso.

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    Alderegus Pedestrozzius

    06/03/2013 16.28.07

    Semplicemente uno dei libri più belli che abbia mai letto.

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    Giuseppe Russo

    20/09/2012 16.40.26

    «White Noise» ha qualcosa di demoniaco, sia nell'idea iperbolica alla base della trama che nell'analisi delle conseguenze della sua applicazione. Per certi versi, è legittimo considerare questo romanzo una "Totentanz" postmoderna, nella quale alcuni soggetti semi-morti che cercano ossigeno nei centri commerciali delle grandi città (visti come templi religiosi) si scontrano un po' per volta con altri zombie, che DeLillo ha voluto vedere nella casta intellettuale dei docenti universitari. Ma non ne scaturisce certo una lotta di classe. Al contrario, la minaccia del pericolo concreto (una nube di gas forse mortale, forse no) smonta tutti i personaggi mostrandone l'immensa miseria umana e quasi facendoli sentire di nuovo parzialmente vivi. Non è certo un caso, se il prof. Gladney è uno studioso dell'ideologia che per eccellenza ha sacralizzato la morte, il nazismo, ma in realtà continua a millantare un credito che non possiede realmente: è anche lui uno zombie che non ha capito di essere morto da molto tempo, come tanti docenti universitari! Un'idea favolosa che l'autore sa sviluppare con una freddezza e una spietatezza assolute, senza alcuna empatia. E così deve essere.

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    Bruno

    07/06/2010 14.02.01

    Un esile spunto affogato in una storia di una noia e di una inconsistenza mortale. Una finta e sbiadita critica del consumismo americano (si salvi chi può - leggere Calvino) che dovrebbe far da contorno alla descrizione dell'atavica paura della morte nel mondo moderno. Una coppia di coniugi pluridivorziati, fintamente beati nel loro amore senza ombre ma anche senza pathos, una caterva di figli e figliastri in tenera età che parlano come filosofi paludati e risultano pedanti oltre che noiosi, due snervanti colleghi di lavoro del marito, i monologhi filosofici ampollosi e logorroici di uno dei quali riempiono pagine e pagine senza dire nulla. Un terzo del romanzo passa senza che succeda nulla. Un altro terzo se ne va con il resoconto di un incidente urbano il cui mistero viene lasciato intristire e ammuffire e non incuriosice mai. La terza parte è riempita dalla storia vera e propria, la cui svogliatezza, imbecillità e assurdità fa cascare le braccia a terra. Il tutto a contorno di un'atmosfera in cui dovrebbe fare da protagonista la paura della morte indotta inverosimilmente nel protagonista da dichiarazioni di sedicenti e misteriosi esperti e di esami medici mai letti, e inspiegabilmente annidata nell'animo della moglie fino a farla precipitare nel baratro della tossicodipendenza e della lussuria fedigrafa, per poi farla ritornare normale come se nulla fosse. Finito di leggere quasi forzatamente in uno sfinimento totale. Meno male che esistono altri autori.

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    Maurizio Ricci

    19/02/2010 17.21.45

    Insignificante. Uno dei rari volumi del quale non mi sia restato dentro niente; la trama, i personaggi, gli eventuali spunti di riflessione, le possibili emozioni....tutto è scomparso immediatamente dopo aver - a fatica - terminato la lettura. Non unvita a proseguire la conoscenza della produzione di questo scrittore.

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    antorizz

    15/01/2010 12.26.04

    quando la critica genera miti.... noioso fino allo sfinimento e ricco solo di quell'arroganza tipica dell'americano pseudo-intelletualoide.

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    elio

    23/12/2009 18.30.39

    DeLillo descrive la società americana attraverso il consumismo e,soprattutto,la paura onnipresente della morte e i falsi (pre)giudizi su di essa. Scritto bene,risulta comunque una lettura pesante e non facile ma alterna momenti soporiferi ad altri veramente belli da leggere.

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    GB

    01/03/2009 14.27.33

    Io della originalità e della grandezza di De Lillo mi do una spiegazione geogenetica. Me la do col fatto che egli è americano di seconda generazione, perché se lo fosse stato di settima o di ottava non avrebbe mai potuto essere parimente convincente e altrettanto avvincente. I suoi genitori difatti lasciarono l’Abruzzo per il nuovo mondo nel 1911 per meterlo al mondo nel Bronk, a New York, nel 1938. Per cui come scrittore ancora è quasi un ragazzo. Per cui avendolo molto apprezzato rimaniamo fiduciosi che egli prima o poi, più prima che poi, voglia fornirci un'altra prova del suo apocalittico talento e della sua straordinaria capacità a guardar in fondo alle cose e a descriverle con sapido stile e straordinaria efficacia.

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    rico74

    07/10/2008 21.40.13

    tanto rumore per nulla.leggerlo e' tempo perso.

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    Daniele

    04/06/2008 14.20.06

    Stile abbastanza ampolloso, trama insulsa e poche sferzate verso l'America contemporanea. Altro che capolavoro!

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    Ardid79

    09/04/2008 22.45.30

    Decisamente moderno, apocalittico e geniale. Un romanzo sulla vacuità della società moderna, sul consumismo esasperato per nascondere la paura della morte, l'unico vero motore del mondo; le luci della TV e i prodotti colorati del sumermarket moderna arma per coprire il rumore "bianco" di sottofondo, che però sempre presente. Lo stile di De Lillo è spettacolare anche senza una trama: lucido, affilato e corposo, una se ogni parola avesse una sua ragione di essere, anche slegata dal contesto. Caustico e feroce nel descrivere le persone e le loro debolezze e paure, traccia cmq un bellissimo ritratto di una famiglia americana e dei piccoli gesti che tengono legate le persone, immerse in un caos totale. In alcuni punti resta un romanzo di non facile lettura, che richiede molta attenzione, ma ne vale la pena.

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    Vittorio Caffè

    07/11/2007 21.24.14

    Questo è il primo libro scritto da DeLillo che puossi definire "grande". DeLillo ha preso Seveso, l'ha trasferito in America, ci ha scritto su un gran romanzo, e ce l'ha rivenduto. Dentro ci ha anche messo cosa resta della vita di una famiglia nel mondo mediatico ed esaurito in cui ci troviamo a vivere, la paura della morte, l'intrinseca debolezza e morbosità di una società che avrebbe tutto e non capisce niente di quel che ha. Aggiungiamo un sano sarcasmo nei confronti delle mitiche università americane, con l'invenzione brillante degli Hitler Studies da parte di un accademico venditore di fumo che neanche è riuscito a imparare il tedesco. Un quadro impietosamente onesto, tracciato con una padronanza della lingua da vero maestro. Scusate se è poco.

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    Cristiana

    18/09/2006 22.56.31

    Capolavoro? Non mi sembra; e perché poi? Per qualche efficace descrizione di un paesaggio o di uno stato d'animo? Mi é capitato di leggere spesso libri migliori di questo sugli stessi soggetti, ad esempio quelli della Oates: ecco quelli sono libri che vi consiglierei

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    Jackal

    12/05/2006 22.44.32

    E' il primo libro di DeLillo che leggo, e credo che non sarà l'ultimo. Mi ci sono avvicinato con un po' di diffidenza ma questa è stata subito fugata. DeLillo espone in modo convincente le paure dell'America (ma anche dell'intero mondo occidentale), estrapolandole da una tipica (o quasi) famiglia americana. Mette alla berlina i miti dell'americano medio, come la tv, il supermercato, le attrezzature elettriche in genere di cui ormai oggigiorno non riusciamo a farne a meno, e ci dimostra come esse a poco a poco si insuinino nei nostri pensieri, modificando il nostro modo di riflettere sul mondo. E' soprattutto di una paura su cui l'autore si sofferma maggiormente, ed è quella di cui tutti noi, consciamente o incosciamente, soffriamo: la paura della morte. Siamo tutti così paralizzati da quest'idea che non riusciamo a vivere in modo normale, i rapporti con la nostra famiglia ne risentono e tutto viene avvolto da questo rumore bianco. Un grande capolavoro che consiglio vivamente.

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