Saggi sulla letteratura e sull'arte

P. Paolo Pasolini

Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 1999
Pagine: 2 voll., 3344 p.
  • EAN: 9788804456865
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Pasolini, Pier Paolo, Saggi sulla letteratura e sull'arte, Mondadori , 1999
Pasolini, Pier Paolo, Saggi sulla politica e sulla societ…, Mondadori , 1999
recensioni di Onofri, M. L'Indice del 2000, n. 03

Comunque si vorrà giudicare la pubblicazione integrale dell'opera di Pasolini nei "Meridiani" Mondadori (monumento equestre, opus magnum e imprescindibile, monstrum, documento estremo di una metastasi del corpo della lingua, autobiografia della nazione allo snodo del suo primo trentennio repubblicano), non credo ci si potrà esimere da un infinito senso di gratitudine nei confronti dei due curatori, Walter Siti e Silvia De Laude. Non dico dei due eccellenti saggi premessi da Siti ai due tomi dei Romanzi e racconti (1998). Dico proprio delle foltissime Note e notizie che accompagnano puntualmente ogni volume e che ricostruiscono, tra testo e contesto, la vita di una società letteraria oggi lontanissima, non sempre da rimpiangere, a ogni modo mai da mitizzare. Prendete, che so, a pagina 3028 del II tomo di questi Saggi sulla letteratura e sull'arte, dove si dà conto della Lettera a Guttuso su Delfini e il Premio Viareggio, che Pasolini pubblicò sull'"Unità" del 4 settembre 1963 in risposta al pittore che, su quel giornale, aveva lamentato la mancata assegnazione del premio a Piovene per motivi politici (il passato fascista dell'autore delle Furie): vi troverete, assemblato benissimo, tutto il materiale per intendere una polemica che, seppure in velocità, seppe investire la questione del rapporto fascismo-comunismo (e delle facili conversioni dal primo al secondo), non senza implicare un giudizio su Delfini e i suoi legami con la cultura degli anni trenta.
Di una cosa, comunque, possiamo dirci certi: sarà difficile evitare, ad ogni arrivo in libreria dei volumi, una riapertura del caso Pasolini. È già accaduto con i due tomi dei Romanzi e racconti(cfr. "L'Indice", 1999, n.4): ma stupisce che non si sia ancora avvertito con chiarezza (tranne qualche precoce eccezione, da Fortini e Baldacci a Guglielmi) il violento sbilanciamento provocato da Petrolio, l'unico vero e drammatico accertamento, a tutti i livelli, di una vita sociale postuma. Di Petrolio, oggi, si potrebbe dire quello che lo stesso Pasolini scrisse, in Descrizioni di descrizioni (1979), del Maurice di Forster, pubblicato per volontà dell'autore dopo la morte: "I capolavori scoperti o pubblicati in ritardo, forse non riusciranno mai ad 'agire' come tali nelle coscienze". In Petrolio Pasolini porta a compimento un processo che aveva avuto come esito il suo film più terribile, Salò: per ritrovarsi entro un universo che elabora i dati della realtà sino alla follia, la follia di un'autodistruzione euforica e collettiva. Ne è venuto fuori un libro singolarissimo in cui tutto si riduce a magma, e che atrocemente realizza, per così dire, alcuni postulati dell'arte informale, di una forma del vivere che attinge al mostruoso, all'informe appunto.
Ecco adesso, insieme ai citati Saggi sulla letteratura e sull'arte, i Saggi sulla politica e sulla società, con un'intensa e partecipe prefazione di Piergiorgio Bellocchio: vi sono raccolti tutti gli interventi del polemista "corsaro" e "luterano", celeberrimo e troppo rimpianto, fin quasi all'autoflagellazione e al piagnisteo, quelli controcorrente sulla contestazione studentesca, sull'aborto, sull'orrendo carisma della tv, quelli delle metafore brillanti e mediaticamente irresistibili ("la scomparsa delle lucciole", "il Palazzo"). Fa una certa impressione leggerli adesso, a cominciare da quello straordinario del 14 novembre 1974, laddove si ipotizza il giorno in cui i nomi dei responsabili delle stragi verranno finalmente pronunciati: "Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato". Sono parole dentro cui passa la storia italiana di questi ultimi dieci anni - la vicenda Andreotti, il caso Craxi - e che dichiarano con largo anticipo il fallimento della rivoluzione italiana, l'impossibilità di un passaggio dalla prima alla seconda Repubblica.
Non m'è mai parso il caso d'impiegare una categoria religiosa come quella di profetismo, ché troppo facilmente libera da responsabilità tutti gli altri, che profeti non volevano essere: mentre si trattava di vedere quel che c'era semplicemente da vedere, senza occhiali ideologici. Di sicuro, non si potrà scrivere la storia di questo paese, degli anni dell'egemonia democristiana, a prescindere da Pasolini. Ma questo non mi esonera dal dire che si tratta di una storia deposta: che è, credo, la stessa conclusione di Bellocchio. Pasolini aveva delle illusioni: a noi non è più consentito d'averne, anche in considerazione del fatto che la sua parabola umana s'è chiusa proprio col falò di tutte le vanità, e col pagamento d'un dazio altissimo. Eppure, tali illusioni, a cominciare da quella, supremamente rousseuiana, di un mito delle origini (in primis friulane), sono state il nucleo irradiante della sua prepotente vocazione critica, il catalizzatore delle sua peculiarissima febbre intellettuale: la febbre che gli impediva una normale messa a fuoco dei concetti, ma che li distorceva entro un'ottica speciale, ove metodi e ideologie potessero valere solo dentro una loro perenne mobilità, il loro stesso superamento. Non credo sia possibile intendere il Pasolini critico senza implicare in ogni sua pagina come una sorta di anamnesi muta (il ricordo di un tempo leggendario, di un non tempo, in cui la vita fu vera e degna d'esser vissuta), qualche volta tradotta in avvertimento utopico, ma che ha via via assunto la qualità d'una ferita, conferendogli una durezza e una lucidità senza scampo. Una specie di precomprensione, questa, che gli ha dato un certo vantaggio nel corpo a corpo coi libri degli altri e gli ha garantito risultati critici eccezionali: a partire dagli scritti su Pascoli e Montale, i saggi sulla poesia popolare e in dialetto, le pagine su Penna, Bertolucci, Caproni, Volponi, di Passione e ideologia (1960), sino a tutti gli interventi di liberissima intelligenza, e metodologicamente incatalogabili, di Descrizioni di descrizioni.
Dico questo per volgere a credito quello che - prima Fortini nei Poeti del Novecento (1977), poi Mengaldo nei suoi Profili di critici del Novecento (1998) - gli hanno ascritto a debito: il non aver saputo maturare "un linguaggio critico compatto, dal registro sicuro e non ondeggiante, e trasmissibile". Prendiamo il suo rapporto con la semiologia che, è vero, fu tutt'altro che rigoroso: per Pasolini i segni, a volte anche sbrigativamente, valevano come sintomi di una patologia più vasta. Ma ciò gli impedì di far propria quella pericolosa equazione che induceva a ritenere il nodo di una cravatta o un verso di Dante come elementi interscambiabili di uno stesso macrosistema. E ciò resta tanto più vero se, nella prefazione ai Saggi sulla letteratura e sull'arte, uno strutturalista d'ordinanza con tutte le carte in regola come Cesare Segre, può restituirci un Pasolini così depurato dalle sue scorie da sbiadire nell'insignificanza: in un ritratto troppo giocato su Passione e ideologia, facilmente scomponibile in ideologemi fuori corso, senza una parola su Descrizioni di descrizioni. La verità, e qui ha ragione Segre, sta nel fatto che quello di Pasolini critico fu sempre un "biocentrismo": magari misurato, quanto a dialettica tra fisiologia e cultura, nel rapporto con due maestri indiscussi (Longhi e Contini), e con tanti sodali-fratelli (Moravia, Fortini, Calvino, Sciascia, la Morante).
Andate a leggervi il primo degli scritti qui raccolti, un inedito del 1941, dedicato a Soffici. Nessun accenno al Soffici che conta, quello europeo di Scoperte e massacri: tanto per dire che Pasolini è stato sin da subito uno scrittore eminentemente italiano (uno dei motivi, questo, per cui piace molto agli intellettuali della destra tradizionalista). Non so se fu un bene, certo fu un fatto: ma che gli impedì di ritornarsene da una gita a Parigi (o da Chiasso), "solo per poter meglio affondare il cucchiaio nella domestica pasta e fagioli", come scrisse sprezzantemente una volta Fortini a proposito del cosmopolitismo dei letterati italiani. Ma quel che colpisce è l'accanimento con cui Pasolini ragiona sull'"insincerità della sincerità" di Soffici, quello del Giornale di bordo. Il giovanissimo Pasolini critico ha capito già che quella della sincerità può essere la più pericolosa delle maschere: ma sa che è proprio qui, dentro questo teatro, il luogo di metamorfosi della verità.