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Mauro Mancia

Anno edizione: 2004
Pagine: 214 p. , Brossura
  • EAN: 9788833957524

Questo libro si colloca nell'intricato crocevia che caratterizza l'incontro tra il passato della psicoanalisi e il suo possibile futuro. È un libro di vasto respiro, che ha il pregio di essere chiaro e che ripercorre i fondamenti della nostra disciplina, integrandoli con alcune formulazioni recenti che aprono nuovi orizzonti di pensiero.

Alla necessità di ripartire dalle radici si rifà infatti il primo capitolo, Oltre Freud: un'introduzione alla psicoanalisi contemporanea, in cui l'autore ripercorre, in modo sintetico e attento, i mutamenti di paradigma che, con l'introduzione dei pensieri innovativi di M. Klein, Bion, Winnicott e Money Kyrle, hanno portato allo sviluppo attuale della psicoanalisi. A un percorso analogo sembra ancorarsi l'ottavo capitolo, dal titolo Una riflessione storico-critica in tema di narcisismo, in cui Mancia, oltre alla disamina critica dei lavori psicoanalitici su questo argomento, porta un suo contributo originale.

Com'è noto, sin dal primo lavoro di Freud (Introduzione al narcisismo, 1914) a oggi questo importante tema è stato variamente affrontato secondo i diversi modelli analitici: tra gli altri, la famosa distinzione rosenfeldiana tra narcisismo libidico e narcisismo distruttivo. Il contributo originale di Mancia a questo tema (sul quale aveva già prodotto un pregevole testo, Nello sguardo di Narciso, 1990) è quello di prospettare l'esistenza di un legame fra trauma originario e struttura narcisistica. A monte di ogni condizione narcisistica ci sarebbe un fallimento relazionale, una catastrofe emozionale che ha portato il paziente all'incapacità di affrontare la realtà e il mondo. Mancia fa riferimento agli autori che hanno illuminato le tappe dello sviluppo infantile, quali Bowlby, Stern, Fonagy e Target, e sottolinea il ruolo dell'ambiente familiare, in particolare dell'oggetto materno (anche per quel che riguarda la relazione con il padre) che si configura in questo caso come fonte di una processualità traumatica, un oggetto-trauma.

Si tratta, in altre parole, di un'ipotesi forte che, facendo tesoro della lezione winnicottiana e bioniana, sottolinea che il piccolo, per poter crescere psicologicamente ed emotivamente, ha bisogno di una mente capace di sostenere lo sviluppo. In mancanza di tale oggetto o, peggio ancora, quando tale oggetto interferisce attivamente con le domande di crescita, il bambino si ritira in un mondo patologico allontanandosi emotivamente dalle figure dalle quali dovrebbe dipendere per lo sviluppo della sua vita psichica. In altre parole, dal trauma relazionale si creano strutture psicopatologiche che possono avere esiti differenti, che Mancia delinea: la psicosi, se l'attacco è diretto all'Io pensante, la malattia psicosomatica, se l'attacco va verso l'Io soma, la malattia ipocondriaca, quando è introiettato un oggetto-corpo invaso proiettivamente. Per la psicosi Mancia delinea in modo più specifico un possibile percorso e sostiene che tale percorso sarà archiviato nella memoria procedurale: una memoria non passibile di rievocazione, che costituisce il contenitore di fantasie e difese patologiche che sono alla base del possibile delirio, destinato a esplodere in qualsiasi momento per situazioni traumatiche che riproducono le caratteristiche specifiche, affettive o emozionali, dell'oggetto-trauma originario.

Ho riportato in modo sintetico il contenuto di uno dei capitoli del libro perchè illumina uno degli assi portanti del libro: l'importanza dell'inconscio non rimosso come sede non solo delle vicende originarie che alterano il potenziale sviluppo psicologico, ma anche come fonte originaria e archivio delle tracce delle prime interazione emotive.

Qui incontriamo ciò che costituisce il tessuto connettivo del libro.

Per Mancia la scoperta neuroscientifica di un doppio sistema della memoria (esplicita e implicita) comporta l'ipotesi di un doppio sistema che organizza l'inconscio: uno collegato alla memoria esplicita, che permette il processo di rimozione, e l'altro alla memoria implicita, che non riguarda la rimozione (inconscio non rimosso), ma che continua tuttavia a operare nella nostra mente per tutta la vita, influenzando i nostri affetti, le emozioni e i comportamenti senza che noi ne abbiamo ricordo, coscienza o consapevolezza. Mancia ascrive all'inconscio non rimosso un ambito molto ampio, che va dalle configurazioni psicopatologiche, fonte di sofferenza psichica originate del trauma relazionale, sino alle modalità "formali" comunicative, che caratterizzano il transfert del singolo paziente. In particolare, la sua voce e il suo linguaggio veicolano affetti ed emozioni che rimandano alle sue esperienze precoci con la madre e l'ambiente in cui è cresciuto. Queste modalità costituiscono la "dimensione musicale" del transfert. Il sogno si costituisce come un potente mezzo che permette, più di ogni altra funzione, di recuperare le esperienze e le fantasie inconsce non rimosse dislocate nella memoria procedurale. Ciò può avvenire in virtù delle capacità trasformative e simboliche del sogno, che è in grado di richiamare e dare espressione alle esperienze (anche traumatiche) che il paziente ha vissuto in epoche precoci del suo sviluppo. In tal modo il sogno rende verbalizzabile e pensabile ciò che all'origine non è disponibile al ricordo consapevole.

Il nucleo ispiratore di questo testo, l'importanza dell'inconscio non rimosso nella clinica analitica, sembra ridurre l'ambito e l'azione dell'inconscio dinamico freudiano. Così nel terzo capitolo, che ha come titolo Memoria implicita e inconscio non rimosso: il loro ruolo nella creatività, nel transfert e nel sogno, il campo dell'inconscio non rimosso viene arricchito sino a includere l'area, molto misteriosa, dell'atto del pensiero inconscio. Qui è d'obbligo un richiamo alle molte intuizioni che hanno anticipato l'attuale valorizzazione della consapevolezza inconscia (come, ad esempio, il concetto di conosciuto non pensato di Bollas o quello di inconscio passato di Sandler).

Mi preme qui segnalare che in questo testo altre aperture sono percorribili negli ultimi quattro capitoli. Il primo dei quali ci parla dell'amore di transfert, il secondo della dolce follia della sessualità, il terzo del piacere e della felicità e l'ultimo del dolore mentale.

Dell'amore di transfert, un argomento molto complesso, Mancia affronta il versante dell'espressione della primitiva emozione idealizzata nei confronti dell'oggetto d'amore, un amore primitivo passionale o finanche erotico, in cerca di modulazione e di espressione oggettuale interiorizzata. Questo va nel senso indicato da Freud, che vedeva nel transfert erotico anche un amore reale per l'analista, che non doveva essere spento o ributtato indietro attribuendolo al passato, ma doveva essere tenuto vivo e aperto per un'evoluzione maturativa. L'amore di transfert è descritto come l'unico modo con cui la/il paziente può legarsi al proprio analista e riportare nell'hic et nunc il più antico bisogno di emozioni e di affetti. Spesso è il trauma relazionale originario che ha soffocato l'esperienza di quegli affetti che trovano nel transfert la loro via di espressione impetuosa e dolorosa.

In merito al piacere, non scordando la sua competenza neurofisiologica, Mancia ci parla inizialmente delle strutture encefaliche deputate a produrre il piacere e della complessa catena neurochimica che lo perpetua. Ricorda anche il famoso esperimento di Olds, del topolino che aveva imparato a procurasi il piacere stimolando in modo autoctono un elettrodo opportunamente infilato nell'ipotalamo laterale. In questo caso il topolino era diventato dipendente dal piacere, come l'uomo diventa dipendente dalle droghe che danno piacere, e come può arrivare a fare il paziente che può autoprodurre il piacere mediante specifiche figurazioni perverse o stati mentali di tipo psicotico.

Molto opportunamente Mancia differenzia nettamente il piacere e la felicità. Il piacere è legato a un'esperienza sensoriale in cui è centrale il corpo, mentre la felicità appartiene alla dimensione psicologica. Il primo non costituisce un'esperienza duratura nel tempo, la seconda può diventare uno stile duraturo di vita. Nonostante tutto (e qui conviene ricordare Freud con il suo acuto pessimismo realistico), Mancia ci ricorda che l'uomo non abbandona la speranza di essere felice sia cercando direttamente il piacere sia eludendo il dispiacere. La felicità non coincide con una relativa euforia destinata a durare lo spazio di un mattino, ma piuttosto con uno stato della mente, espressione di un lavoro di autoconsapevolezza, presa di coscienza che permette il riconoscimento delle parti distruttive di sé, che sono alla base del dolore.

Pur essendo consapevole che queste note non possono esaurire la varietà delle tematiche presenti nel testo di Mancia, desidero sottolineare come il lettore, che condivida o meno le tesi cliniche e teoriche dell'autore, potrà trovare in questo libro alcuni concetti di base e un buon inquadramento sul tema dell'inconscio, un argomento che agita in modo dialettico la psicoanalisi contemporanea. Il quadro delle funzioni inconsce che emerge dalla psicoanalisi del nostro tempo, di cui il libro di Mancia è testimonianza, si presenta infatti con un carattere talmente innovativo e prorompente da richiedere un confronto e una necessaria integrazione con il "sistema psicoanalitico" che gli preesiste e con una giusta collocazione dinamica.

Quel che è certo è che ora l'accento si è spostato dal "rimosso" al "non ancora rappresentato", dallo "scoperto" al "creato", dal paziente all'analista, dal sapere dell'analista alla sua recettività emotiva e al suo rispetto per la comunicazione verbale e non verbale del paziente, quello che Mancia chiama gli archivi sonori della memoria implicita. L'inconscio come memoria somatica e procedurale, consapevolezza emotiva, esperienza intersoggettiva e relazionale ci porta a vedere nuovi mondi attraverso cui operano le funzioni inconsapevoli della mente, di cui cominciamo solo adesso a valutare l'enorme importanza per lo sviluppo della nostra disciplina.