Collana: Penne
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 14 aprile 2016
Pagine: 168 p., Brossura
  • EAN: 9788897089872
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Descrizione
1861: l'Italia (quasi) unita è il caos di una nascente nazione, un guazzabuglio di fazioni in contrasto, tra borbonici, mazziniani, liberali, clero e i Savoia che smantellano il passato regime, introducono tasse e coscrizione. "Sergente Romano" è la storia vera e sgangherata di un manipolo di sbandati che il 28 luglio 1861 assaltò Gioia del Colle, in Puglia, quale primo atto di un'insurrezione popolare che avrebbe incendiato il Sud Italia negli anni a venire. A capo di quel manipolo di grotteschi, lirici rivoltosi dalla parte sbagliata della storia, Pasquale Domenico Romano, ex sergente dell'esercito borbonico, che per casualità, amore e vendetta, finirà per essere ricordato come uno dei più importanti protagonisti del banditismo post-unitario: il più romantico, il più sconosciuto. Tra numerosi documenti storici e una prosa scattante, asciutta, scorre crudo e selvaggio questo romanzo che vuol dare voce ai vinti, quei contadini incapaci di reggere un fucile in mano, che spesso finivano fuori legge quasi senza accorgersene. Il ritratto di un'epoca di transizione che sembra non voler ancora finire.

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Se guardiamo al lato ironico della faccenda, possiamo paragonare l’Unità d’Italia a una partita a carte in cui il più povero ha barato e si è portato a casa anche la moglie del più ricco tra i giocatori. Se utilizziamo la storia e analizziamo i fatti, sappiamo bene che quella fu una tragedia e oggi il Mezzogiorno ne paga ancora le conseguenze. Ma mettiamo i puntini sulle “i”, né il sottoscritto, né Marco Cardetta, autore di Sergente Romano, siamo difensori del “campanile”.

Il libro dello scrittore pugliese, infatti, ha il pregio di dare un tocco romantico alla vita dell’ufficiale borbonico, poi brigante, Pasquale Domenico Romano, morto nel gennaio del 1863 nel corso di una battaglia contro la Guardia Nazionale, consumatasi nelle campagne di Gioia del Colle. Ma oltre alle tinte romantiche, molto delicate e a volte impercettibili, ci sono quelle grottesche, più nette e violente.

Cardetta gioca con tutte queste tonalità e dipinge la tragedia. Ama entrare negli intimi particolari di una “storia sporca” che gli studiosi riassumono in poche righe o nella parola “brigantaggio”, e che un certo pensiero politico “meridionalista”, tutto pasta e fagioli ed epico orgoglio stile Braveheart, usa a proprio piacimento.

Facciamo invece un po’ di chiarezza e diamo al nostro giovane autore ciò che merita. Cardetta scrive un testo magistrale in cui la storia, la letteratura e la fantasia si uniscono e diventano una sola cosa. Mentre leggerete vi sentirete tra questi ribelli, ancora legati a ideali sacri e inviolabili, pronti a morire pur di non tradire il proprio giuramento fatto davanti a Dio e a Francesco II di Borbone. Ma leggendo attentamente queste pagine assaporerete anche quella sottile critica che il nostro autore ha voluto inserire, perché questa ostilità tra il “piemontese invasore” e il “meridionale conquistato” non è svanita. Ancora il Sud è terra di briganti influenzata dai traumi della sconfitta, della privazione e del sentirsi derubati.

Cardetta non nasconde questi traumi. Ce li mostra tutti. Parlano attraverso i suoi personaggi, questi eroi sciancati che credono in un ideale, che lottano contro l’ingiustizia. Ma anche loro sono ingiusti, le loro azioni non sono onorevoli ma rovinano ogni buon proposito.

E allora cosa vuole da noi Cardetta? Perché ci pone queste parole sotto gli occhi? Il suo è un romanzo che parla di esuli e sconfitti. Nella sua prosa si nasconde il senso di tutte le ribellioni che ancora oggi nascono spontaneamente. La rivolta “metafisica” di Cardetta è ancora in atto e si manifesta attraverso la lingua. Come sottolineato nella premessa, l’autore usa un italiano tutto suo, fatto di errori, logicamente leggibile e comprensibile, ma che ha lo scopo di prendere a calci la purezza dell’idioma nazionale. Proprio questa “volgarità” poco romantica, ma grottesca, fa in modo che l’intera opera appaia come una linguaccia rivolta alla storia.
Ma Cardetta si spinge ancora più in là e vi invita a leggere la postfazione, dove spiega il perché di questa scelta. Non lo fa per giustificarsi, ma per farvi vedere di che pasta è fatta la sua fede. Insomma, Sergente Romano non è solo un libro, ma un atto di ribellione. Un esperimento letterario che avrà ottimi risultati.

Recensione di Martino Ciano