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Edgar Morin

Collana: Minima
Anno edizione: 2001
Formato: Tascabile
Pagine: 122 p.
  • EAN: 9788870786989

Recensioni dei clienti

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    Nicola Spano

    08/09/2016 21.57.38

    Non è una lettura facile. Sicuramente è molto interessante. Ti obbliga a riflettere su quello che è stata forse (da sempre?) la pratica dell'insegnamento "per mancata competenza" e "verso l'incompetenza". Approccio evidentemente "metacognitivo". La conoscenza è protagonista importante del testo (infatti) e della comunicazione. In sofferenza però. Incapace ancora di autodefinirsi; condizionata da errori e illusioni; combattuta fra le certezze e le incertezze proprie delle scienze; frammentata e incapace ancora di realizzare i giusti legami lungo il percorso teso alla definizione di "condizione umana" e "identità terrestre". Ancora inadeguata quindi. Ma con un traguardo comunque da raggiungere, inevitabilmente: quello della condivisione di una nuova etica del genere umano. Uno stile di vita in cui il sistema individuo<>specie<>società possa interagire da protagonista per la presa di coscienza prima e l'affermazione poi del concetto di Terra<>Patria.

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    Gianpiero Lo Bello

    05/07/2009 21.31.59

    Ho appena finito di leggere "I Sette Saperi", e da pochissimo ho letto i commenti al libro su questo sito. Non voglio entrare nella "querelle" filosofico - sociale che una lettura del genere inevitabilmente scatena, ma lascio che a parlare siano i dati oggettivi: il sistema scolastico italiano fa acqua da tutte le parti, e chiunque (come me) abbia un minimo di esperienza di consigli di classe sa benissimo come sindacati, programmazione, privacy, POF e altre facezie del genere vengano prima del vero protagonista della didattica, cioè L'ALLIEVO... Invece di continuare a perdersi in speculazioni filosofiche fini a loro stesse, l'intera classe docente italiana dovrebbe chiedersi se non sia veramente ora di imprimere un deciso cambiamento di rotta, che porti ad un nuovo modo di insegnare. Che poi il cambiamento sia ispirato a Morin o no, poco importa. A livello personale, infine, mi permetto di dire che è stata una lettura piacevole... Sempre meglio del libro di Cassano, che mi guardo bene dal comprare.

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    Mauro Semeria

    09/12/2007 12.22.38

    I precedenti commenti e i "sorprendenti" voti bassi , dal mio punto di vista , fanno capire l'importanza di letture di questo tipo che forse dovrebbero diventare "obbligatorie" per chi per professione fa l'insegnante o l'educatore o il formatore . L'errore e le illusioni , come ci insegna Morin , troppo spesso ci impediscono di essere intelligentemente "umili" e accettare invece punti di vista diversi e stimolanti che comunque ci aiutano a crescere .

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    Valentina Menesatti

    07/03/2005 18.24.12

    L'educatore deve porsi come esempio, ed è proprio dalla sua esemplarità, che l’ educando trae l’ indirizzo grazie al quale sviluppare criticamente le proprie credenze o attitudini. Nietzsche ne fornisce un quadro complesso e ben articolato nel suo “Schopenhauer come educatore”, nel quale emerge una concezione di educazione che si oppone al tempo in cui l’ autore vive. Questa, avversa i tradizionali insegnamenti universitari, la cui accademicità è fortemente criticata poiché sottomessi all’ autorità del libro, dello stato, della scienza o dell’ università come istituzione, al fine di aprirsi completamente alla creazione di una possibile realtà alternativa. Un tempo nuovo in cui l’ affermazione di nuovi valori sia tanto inattuale, poichè demolisce i valori correnti, quanto attuabile, in quanto sperata e resa possibile dagli sforzi dell’ educazione. Schopenhauer si pone come maestro, penetrando nell’ intimità dell’ allievo con “sicurezza e semplicità , raggio e vigore” e con estrema umanità. In questo emerge la differenza basilare tra educazione ed insegnamento, forse persa di vista da Morin. A mio parere ne consegue, in modo abbastanza evidente, una critica che investe anche la parola “saperi” posta nel titolo del saggio. Io penso che sarebbe stato preferibile parlare di “indicazioni”; forse per una mia interpretazione, più o meno discutibile, relativa al termine “sapere”, poiché esso, a mio parere, è un termine onnicomprensivo ed assoluto, non passibile di suddivisioni. Dove c’ è sapere, non c’ è più spazio per la domanda, per la critica e per il rinnovamento, l’ azione dell’ uomo non è più necessaria, la filosofia finisce e per quanto il contributo di Morin sia di sostegno, non credo si possa parlare di un tale grado di saggezza.All' uomo manca la conoscenza della realtà e il desiderio,nonchè la forza di cambiarla.Il sapere è un problema differente.Apprezzabile la struttura ad anelli che torna spesso nel saggio.Nell' insieme una riorganizzazione di pensieri altrui a scopo divulgativo,ma senza cattive intenzioni

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    Gaunilon.

    06/03/2005 20.47.32

    Incipit: «ogni conoscenza comporta in sé il rischio dell’errore e dell’illusione». Capita che qualche libro comporti in sé il rischio della banalità e l’errore dell’illuminismo. Sono convinto che qualsiasi persona con un minimo di onestà intellettuale non possa scrivere pagine di questo tipo, se non sotto il giogo di qualche vincolo economico-editoriale. I sette saperi necessari all’educazione del futuro è un’accozzaglia di vecchie idee rimescolate in modo equivoco. I miti della Ragione e del Soggetto, demoliti dai maestri del Novecento filosofico, rivivono, in questa breve opera, sotto il manto caldo di una critica alla razionalità a dir poco fuori luogo. Sembra totale l’ignoranza delle lezioni niestzschane quando scrive: «il mito e l’ideologia distruggono e divorano i fatti. Tuttavia, sono le idee che ci permettono di concepire le carenze e i pericoli dell’idea. Da ciò deriva questo paradosso ineludibile: dobbiamo ingaggiare una lotta decisiva contro le idee, ma possiamo farlo solo con il soccorso delle idee. Non dobbiamo mai dimenticare di mantenere le nostre idee nel loro ruolo mediatore e dobbiamo impedire loro di identificarsi con il reale. Dobbiamo riconoscere come degne di fiducia solo le idee che comportano l’idea che il reale resiste all’idea. Questo è un compito indispensabile nella lotta contro l’illusione». Non-sense! Ci si trova davanti l’ennesima reazione alla contemporanea parcellizzazione del linguaggio, ma non si capisce come giustificare l’idea, messa in gioco da Morin, di un’umana «disposizione mentale naturale a contestualizzare e a globalizzare». Perché dare per scontato che siamo “animali globali”? Perché toccare con tale leggerezza un tema cruciale come l’educazione? Perché non parlare mai di dialogo? Perché –altro sintomo di banalità– dobbiamo trovare alla fine di un libro con queste pretese un epigramma ad ogni possibile bibliografia? Sopravviene il pensiero che l’homo demens, di cui l’autore ha cantato le lodi, si sia impossessato dello stesso autore in un raptus di slancio letterario.

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