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Mario Rosa

Editore: Marsilio
Anno edizione: 1999
Pagine: 312 p.
  • EAN: 9788831770040

recensioni di Caffiero, M. L'Indice del 1999, n. 11

Sarebbe ingiustificato e poco utile contrapporre questo libro al monumentale Settecento riformatore di Franco Venturi a cui il titolo sembra peraltro alludere e che l’autore stesso richiama nella sua premessa.

Innanzi tutto perché il Settecento religioso di cui tratta questa bella raccolta dei saggi con i quali Mario Rosa, a partire dagli inizi degli anni ottanta fino alla metà degli anni novanta, è venuto elaborando una compiuta e unitaria riflessione storiografica, è anche e soprattutto un Settecento riformatore. L’attenzione dello storico è infatti volta in prevalenza a quelle tendenze interne al mondo cattolico e a quegli autori che nel corso del secolo si andarono collocando in linea con le proposte di una religiosità razionale e "regolata" e di una "politica della Ragione" che non entrasse in conflitto aperto con le istanze della cultura moderna dei Lumi e che sollecitasse dall’interno della Chiesa stessa una riforma dottrinale e disciplinare. In questa direzione di ricerca si ritrova così, come già era avvenuto nell’opera di Venturi, la centralità del ruolo culturale svolto da Ludovico Antonio Muratori, qui analizzato dal punto di vista dell’influsso esercitato negli ambienti dei riformatori ecclesiastici attraverso opere come De ingeniorum moderatione in religionis negotio (1714), De superstitione vitanda (1740) e Della regolata divozione de’ cristiani (1747): opere, cioè, utilizzate lungo tutto il corso del secolo per fondare la lotta contro gli "eccessi di devozione" e le forme più facili ed esteriori del culto e della pratica religiosa.

In secondo luogo, il rapporto politica-religione si declina in questo libro attraverso vie diverse e nuove: nuove anche rispetto ai precedenti lavori dell’autore stesso. L’introduzione della dimensione socio-religiosa, attenta all’analisi della pratica religiosa e ai temi della mentalità, della cultura, dello scarto tra alto e basso, innerva infatti la dimensione del "politico" di una sostanza nuova, che non intende soltanto adeguare la ricerca e i suoi paradigmi ai mutamenti intervenuti nel quadro storiografico, come asserisce l’autore, ma che si rivela in realtà anche capace di disegnare una linea di sviluppo complessivo del Settecento differente da quella tradizionale e innovativa anche sul piano della scansione cronologica. Una linea di sviluppo dalla prevalente impronta razionale e politica che si dipana dalla battaglia antimistica tardosecentesca fino al moderato razionalismo nutrito di erudizione storico-critica e di pensiero scientifico di metà secolo, per dispiegarsi ancora nello scontro tra cattolicesimo e modernità che, delineatosi a partire dagli anni sessanta del Settecento, culmina nel dramma rivoluzionario e si prolunga nei primi decenni del secolo successivo. Tuttavia, tale linea è continuamente intersecata da una "religione del cuore", da una sensibilità religiosa popolare, affettiva e sentimentale, erede persistente della pietà barocca, che reagisce ai processi di secolarizzazione della società: una modalità religiosa che, alla fine del secolo, finirà per imporsi e per confluire nei programmi antimoderni e restauratori della politica di riconquista della Chiesa e del papato.

In tale percorso complesso e articolato tra istanze diverse, e che appare riduttivo definire come la ricerca di un "altro Illuminismo" dal momento che sta tutto dentro all’Illuminismo, due sono i poli che si potrebbero definire i conduttori di questa corrente alternata che percorre l’intero secolo: la categoria di Aufklärung cristiana e cattolica e il motivo affettivo della devozione del Cuore. Con il concetto di Aufklärung sono designate quelle correnti che nell’Europa cristiana settecentesca elaborano, sotto la spinta dei mutamenti in atto, un autonomo progetto di riforma della Chiesa e della società che assume non pochi spunti della cultura moderna e illuministica, ma che insiste sulla funzione civilizzatrice e socializzatrice della religione e sulla possibilità di accordare ragione e fede all’interno di una "filosofia cristiana" operante in vista della felicità e dell’utilità sociali. Un progetto culturale, questo, in cui il peso della componente giansenista e antigesuitica si rivela determinante e che finirà per sfociare nei tentativi di dimostrare la conciliabilità di cristianesimo e democrazia avviati nell’età rivoluzionaria da alcuni settori ecclesiastici inclini a individuare nella "Grande Rivoluzione" politica una grande occasione di "rigenerazione" religiosa, vissuta spesso in termini di palingenesi millenaristica.

Su un opposto versante sta invece la religione come sentimento e devozionalità affettiva e collettiva, con i suoi simboli di rassicurazione e insieme di battaglia e di militanza, come appunto il simbolo del cuore. Analizzando la nascita e lo sviluppo della devozione al Sacro Cuore di Gesù a partire dalle visioni della mistica visitandina francese Margherita Maria Alacoque, alla fine del Seicento, l’autore individua un diverso ma altrettanto forte nesso tra religione e politica; esso si declina in direzione dell’esaltazione del potere regio, cui allude la figura del Cristo-re, proprio attraverso la forza suggestiva e aggregante di una devozione, quella del Cuore, assai contestata proprio dalle correnti riformatrici cattoliche ma fortemente sostenuta dai gesuiti. Una devozionalità "regale" e monarchica, dalla funzione legittimante e legittimista, che diventerà nel tempo il segno distintivo dell’identità cattolica contro ogni minaccia e "nemico" e il tramite di precise scelte politiche della Chiesa romana, dirette via via contro i processi di secolarizzazione della società, contro la cultura dei Lumi, contro il cattolicesimo riformatore e filogiansenista, infine contro la Rivoluzione francese: insomma, contro il mondo moderno. Proprio la temporanea sconfitta subita dai gesuiti – con la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 – farà della devozione tenera e sentimentale del Cuore il vessillo della Compagnia operante per la propria resurrezione e il simbolo di una identità religiosa in via di riscossa e di affermazione, arricchita di elementi profetici e apocalittici.

Paradossalmente, dunque, entrambi i poli entro i quali si gioca il rapporto tra politica e religione nel Settecento finiranno per confluire, sia pure da sponde e modi diversi e con significati opposti, in quell’attesa palingenetica di una nuova era e in quell’ondata di profetismo dalle valenze utopiche ma anche profondamente politiche che caratterizzano il declinare e la fine del secolo: di fronte a eventi storici nuovi e traumatici, che apparivano interpretabili e comprensibili – e dunque meno minacciosi – soltanto alla luce delle Scritture e attraverso simbolismi escatologici, sia la politica della Ragione sia la religione del cuore, pur attive e operanti con un proprio programma nella temperie rivoluzionaria, sembrano sprovviste di reali strumenti di comprensione.