Settimo non rubare. Furto e mercato nella storia dell'Occidente

Paolo Prodi

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2009
Pagine: 396 p., Rilegato
  • EAN: 9788815130747
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Dopo la dimensione politica e quella della giustizia e del giuramento, Prodi conclude la sua trilogia rivolgendosi al mercato, per indagare ciò che rende unica l'esperienza dell'Occidente. Questa storia di interazioni fra tre personaggi, lo stato moderno, la chiesa e il mercato, segue un lungo processo, comprensibile solo andando alle radici medievali e lavorando sulle connessioni fra i tre sistemi. "La tesi da cui parto è che fra il XII e il XV secolo con la nascita del mercato occidentale è mutato, insieme a quelli di ricchezza e di proprietà, anche il concetto di furto (…) accanto al furto tradizionale appare il furto come violazione delle regole del mercato".
Il mercato si forma come sistema di norme e di relazioni, basate sulla fiducia, e scavalcando confini, favorito e insieme rallentato dal dualismo dei poteri politico e religioso, in conflitto tra loro. Nel XIII secolo appare chiaramente la coscienza che i poli di riferimento del potere non sono soltanto due, ma tre, e che anche il potere economico, con la rivoluzione commerciale, segnerà la superiorità dell'Europa rispetto alle civiltà confinanti.
In polemica con Le Goff, Prodi vede affievolirsi nella chiesa la condanna della ricchezza e del commercio, anche se all'inizio si resiste alla prospettiva francescana a cui "appare peccato contro la carità non la ricchezza in se stessa ma la sua tesaurizzazione improduttiva": il baricentro della discussione sulla ricchezza non si trova più nel concetto di proprietà come entità fissa e atemporale, ma nell'uso di una proprietà mobile e delocalizzata, attenta al bene comune. Nasce precocemente uno jus mercatorum sovralocale, che ridefinisce il contratto del diritto romano sulla base del patto come rapporto fra individui e trasforma progressivamente fin dal primo Cinquecento il concetto stesso di furto e del relativo peccato da appropriazione di cosa altrui a violazione del bene comune, offesa al mercato.
Il mercato, del resto, già nel pensiero teologico del XII secolo era visto come giudice oggettivo che fissa il giusto prezzo, variabile secondo la domanda e l'offerta: non esiste un mercato ingiusto, ingiusto e peccatore è chi viola le regole. La tassazione, i controlli dei prezzi, i privilegi concessi dallo stato divengono un luogo centrale di conflitto fra potere economico e potere politico, ma anche accentuano la separazione tra foro interno della coscienza e foro esterno della giurisdizione civile. I confini del mercato (la non commerciabilità del sacro) contribuiscono a definirlo come campo autonomo che consente una progressiva accettazione del credito come attività essenziale alla sopravvivenza della società. Si divaricano così le concezioni di peccato e reato, mentre il concetto del furto è cambiato: si ha ora una concezione dinamica – che assorbe anche la dottrina sull'usura – come infrazione delle regole della comunità umana nel possesso e nell'uso dei beni e dunque offesa a Dio. E dal XIII secolo, mentre si afferma la fiducia come osservanza dei patti, la restituzione del maltolto diviene condizione per l'assoluzione. E dunque il mercato nella riflessione teologica viene letto con uno sguardo all'intenzione nell'agire economico in cui il contratto lecito consente la partecipazione agli utili e ai rischi.
Se nel Quattrocento la chiesa ormai accetta, sia pur con alcuni limiti, il mercato e il credito, è il rapporto fra capitale finanziario internazionale e potere politico che metterà in crisi le repubbliche cittadine, imperniate sul concetto locale di bene comune: solo le nuove monarchie potranno ritrovare un rapporto dialettico con il potere economico e con il mercato come giudice del valore delle merci, in cui il bene comune e il furto fanno ormai riferimento alla liceità dei contratti. Si entra nella società contrattuale, la società del credito e della fiducia, in cui la chiesa assume come centrale il controllo del piano soggettivo della coscienza e dell'intenzione, mentre il diritto positivo sulla validità dei contratti sarà dominio dello stato.
Con la Riforma si apre l'età confessionale: gli interlocutori del potere religioso sono ormai gli stati e i temi del mercato e della liceità degli interessi finanziari restano in secondo piano nei pronunciamenti teologici. L'etica del mercato è ormai condivisa dall'intera Europa in una prassi unitaria che consente la circolazione di capitali e mercanti indipendentemente dal credo religioso. È semmai lo stato che intensifica il suo sforzo di controllo: nella lotta per il predominio fra le grandi potenze si crea una complementarità tra guerra e finanze che caratterizza lo sviluppo dello stato moderno. E per quanto sia stato all'interno delle economie cittadine che si sono formate le nuove società di capitali, queste operano a livello internazionale, legate ai grandi stati sempre più coinvolti nei mercati finanziari dalle loro crescenti necessità. Vengono affermandosi la proprietà privata e l'individualismo, ma è contemporaneamente lo stato che, cresciuto nello spazio prima occupato dalla chiesa, condiziona ora sempre più la repubblica internazionale del denaro "assorbendo al proprio interno non soltanto le funzioni di modellamento dell'uomo e quindi trasformando il peccato in reato, ma specificamente ridefinendo il furto in funzione non soltanto del mercato ma del proprio interesse".
Accanto all'evoluzione del concetto di furto si sviluppa anche quello di proprietà privata, non frutto del peccato originale ma originata nello stato di natura: per la maggioranza dei teologi riformati, furto è dunque ogni violazione della proprietà privata e del prezzo delle cose sul mercato. E spetta ai magistrati tutelare i contratti e la proprietà: l'autorità politica rimane l'unico vero intermediario tra la legge divina e la legge umana. Malgrado una certa analogia, specialmente nella progressiva sacralizzazione della proprietà privata, in ambito cattolico i contratti continuano tuttavia a formare oggetto di interrogatorio da parte dei confessori, e sul problema del mercato la chiesa mantiene una pretesa di superiorità del diritto di natura, in cui il furto è peccato. Tra 1550 e fine Seicento, nel mondo cattolico, la rivendicazione di una giurisdizione spirituale sul mercato diviene lo sforzo di trovare un equilibrio tra lo sviluppo dell'intervento statale e la rivendicazione di un ordine naturale del mercato rivendicato dal mondo finanziario internazionale.
Il dibattito sulle imposte, sulle assicurazioni, sui monopoli e sui mutui continua, ma tra metà Seicento e metà Settecento i teologi, di fronte allo sviluppo dei problemi finanziari dei grandi stati, hanno ormai rinunciato alla teoria aristotelica dell'infertilità del denaro e delegato alle autorità civili ogni potere giurisdizionale, in un'alleanza basata sulla sacralizzazione della proprietà privata. La liceità oggettiva del prestito è ormai ammessa.
Ma, accanto al dualismo fra chiesa e stato se ne è sviluppato un altro: quello fra stato e repubblica internazionale del denaro. Nel corso del Seicento si affrontano la giustificazione di un intervento sempre più deciso del potere politico nel determinare le regole del mercato e la tesi di una base unicamente razionale del diritto sovranazionale dei contratti. Il giusnaturalismo definisce la legge del mercato come legge di natura, che regola la società autonomamente dalla gestione del potere. Si apre così un territorio fra interessi geopolitici e mercato in cui non si può parlare di peccato né di reato come violazione della legge civile. Di fronte all'illecito nasce piuttosto un forte senso di condanna sociale: la colpa come violazione del diritto naturale eterno, diversa dal reato, storicamente determinato. La colpa è riferita al soggetto giuridico, alla persona titolare di proprietà, al galantuomo come unico soggetto capace di diritti universali. Il furto diviene così una lesione della persona e il perseguimento dell'interesse individuale coincide con il perseguimento del bene comune, in una società basata sulla fiducia. Le radici teologiche dell'economia politica in Adam Smith si esprimono nella progettazione di una società umana come comunità morale fondata sull'interdipendenza dei bisogni e sull'equilibrio fra stato e mercato. La ricchezza dello stato dipende da quella dei sudditi, dunque accrescere la forza dello stato implica il rispetto della proprietà privata e dell'autonomia del mercato.
Il giusnaturalismo riuscirà a porre un limite allo strapotere dello stato con l'inserzione dell'etica dei diritti universali nel diritto positivo, facendo della proprietà privata il valore fondamentale del diritto penale del nuovo ordine culminato con il Code Napoléon. Ma nel corso dell'Ottocento, con l'identificazione fra stato e nazione, si tenderà ad annullare ogni autonomia del mercato, cancellando l'antica etica basata sull'autonomia dell'economico.
Sulla lotta e sulla complementarità dei tre sistemi, Prodi ricostruisce così il processo che porta l'Europa alla modernità, allo sviluppo, all'affermazione delle libertà costituzionali e dei diritti. Solo nel rapporto di equilibri e di tensioni, senza sopraffazione fra stati, chiese e mercato si evitano il totalitarismo o la crisi. Il pluralismo dei piani normativi ha costituito il nostro codice genetico come individui occidentali, oggi minacciato da "un nuovo monismo in cui il sacro, il politico e l'economico tendono a fondersi", in cui il potere economico globalizzato prevale su quello politico, che rimane ancorato agli stati nazionali, e un mercato onnipotente e senza regola cancella il confine tra il lecito e l'illecito.
È un libro affascinante, che tuttavia non convince del tutto. L'uniformità sostanziale delle esperienze dei paesi cattolici e dei paesi protestanti dimentica la diversa immagine della sacralità del potere politico, che è uno dei nodi fondamentali che dividono i paesi riformati dai paesi cattolici e diversificano le loro storie. Nei paesi cattolici la convivenza di due poteri normativi in conflitto, lo stato e una chiesa fortemente strutturata, ha prodotto un dualismo specifico che ha di fatto indebolito i sistemi istituzionali. La debolezza delle strutture politiche e amministrative dell'Italia sono conseguenza proprio di un irrisolto dualismo che ha reso fragile non solo le strutture statali, ma anche la capacità organizzativa di un'opinione pubblica che, in luogo di difendersi dallo stato, eserciti un controllo consapevole sul potere politico.
Ai tre personaggi se ne dovrebbe aggiungere un quarto, che è appunto la società civile come sistema di controllo e di contrasto del potere politico, struttura debole in Italia, dove solo la partecipazione elettorale non basta certo a sostenere un sistema democratico efficace. La libertà che si crea nel conflitto fra la pluralità di poteri non contrasta con la democrazia, ma può generare estraneità agli affari pubblici e non di rado esperienze autoritarie.
Giovanni Levi