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Descrizione


Nell'anno drammatico della rivoluzione, Kapuscinski è in Iran per uno dei suoi più brillanti e memorabili reportage, in cerca di risposte. E riesce a temperare, con impeccabile stile, la complessa ricostruzione storico-giornalistica con un'appassionante capacità narrativa. Non fa lezione, non sale in cattedra. Al lavoro nella sua stanza d'albergo, ingombra di giornali, di ritagli, di foto, filmati e nastri registrati, ricostruisce il quadro degli eventi, delle premesse che li hanno provocati e delle situazioni che si preparano. Ricostruisce il lento ma inesorabile procedere degli avvenimenti che hanno portato alla rivoluzione khomeinista: l'incerta ascesa al potere dello scià, la sua euforica prepotenza in seguito alle scoperte petrolifere, il clima di terrore e repressione instaurato dalle brutali forze di polizia della Savak e il progressivo rifugiarsi del popolo nelle moschee, tra le braccia dei mullah e dell'islam, unica istituzione ritenuta in grado di proteggere dalla violenza cieca del potere centrale di Teheran. Il suo puzzle rigoroso è sempre filtrato dalla sensibilità e da un'umanità profonda.
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Dettagli

2013
Tascabile
1 ottobre 2013
9788807883408
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Indice


Le prime frasi del libro:

FOGLI, FACCE, CAMPI IN FIORE

È tutto sottosopra come dopo una frenetica e brutale perquisizione di polizia. Ovunque pile sparpagliate di giornali locali ed esteri, edizioni speciali, titoli cubitali che attirano l'occhio:

È PARTITO,

con grandi foto di una faccia magra e allungata dove si legge la fatica di non lasciar trasparire né la tensione nervosa né la sconfitta; una faccia che a forza di controllarsi finisce per non esprimere più nulla. Accanto, altri esemplari di edizioni speciali posteriori proclamano con fervido trionfalismo:

È TORNATO!

Sotto, la foto a tutta pagina di un volto patriarcale, chiuso e severo, fermamente determinato a non esprimere nulla.
(Tra questa partenza e questo rientro quanta ansia, emozione, terrore e sconvolgimento!)
A ogni piè sospinto (per terra, sulle sedie, sul tavolo, sulla scrivania) caterve sparpagliate di fogli, pezzetti di carta, appunti scarabocchiati in fretta e furia e così alla rinfusa da non riuscire più a ricordare dove diavolo avrò mai trovato la frase che dice: "Mentirà, farà promesse: non lasciatevi trarre in inganno". Chi l'ha detto? Quando? A chi?
Oppure, scritto in rosso per tutta la larghezza del foglio: "chiamare assolutamente il 64-12-18". È passato tanto di quel tempo che non so più di chi fosse quel numero, né come mai fosse così importante.
Lettere mai terminate e mai spedite. Se solo riuscissi a riordinare le idee, ne avrei di cose da raccontare su quel che ho visto e vissuto da queste parti...
La confusione maggiore imperversa sul grande tavolo rotondo: foto d'ogni formato, cassette registrate, pellicole amatoriali da 8 mm, bollettini, fotocopie di volantini, il tutto ammonticchiato alla rinfusa come al mercante delle pulci. E poi ancora manifesti, album, dischi, libri acquistati o ricevuti in regalo: la documentazione di un'epoca da poco finita ma che è ancora possibile sentire e vedere, in quanto immortalata su pellicola (le fiumane di gente in corteo), su cassette (lamento dei muezzin, urla di comando, conversazioni, monologhi), in fotografia (espressioni estatiche, facce esaltate).
La sola idea di dover riordinare tutto questo materiale (il giorno della mia partenza si avvicina) suscita in me un senso di repulsione e di estrema stanchezza. La verità è che quando sto in albergo (cosa che mi accade spesso) un certo disordine in camera mi fa piacere, mi dà un senso di vitalità, un surrogato d'intimità e di calore; mi suggerisce l'impressione (poco importa se illusoria) che un luogo per definizione estraneo e poco accogliente come una camera d'albergo sia stato almeno in parte asservito e addomesticato. Le camere scrupolosamente rifatte mi disturbano: tutte quelle linee dritte, quei mobili spigolosi, quelle pareti piatte, quella meticolosa geometria, rigida e forzata, che non tiene alcun conto della mia presenza mi sgomentano, togliendomi ogni voglia di fare. Per fortuna, grazie ai miei gesti (peraltro inconsapevoli e dovuti a fretta o pigrizia), in capo a pochi giorni l'ordine originario è smantellato, gli oggetti prendono vita, cominciano a migrare da un posto all'altro entrando in sempre nuovi assetti e relazioni; lo spazio si riduce, assume un che di vagamente barocco, si fa più caldo e familiare. A quel punto tiro un sospiro di sollievo e comincio a rilassarmi.

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Flavio S
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Kapuscinski è un gigante del giornalismo mondiale. Questo testo è uno sguardo sull'Iran al tempo della rivoluzione. Non è una monografia storica, ma un reportage nel quale l'autore dimostra la sua grande capacità di analisi della dinamiche sociali e delle dinamiche psicologiche degli individui.

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Flip
Recensioni: 4/5

Reportage di Kapuscinski che come al solito non delude. Ben scritto e chiaro, ottimo per fare il punto della situazione sulla dinastia dei Pahlavi, dalla sua nascita al declino. Come già fatto notare da altri però il libro non tratta poi il post-rivoluzione (e lì sarebbe stato interessante mettere a confronto i due regimi) e c'è poco sulla figura di Khomeini.

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Matteo
Recensioni: 5/5

Il libro, come già detto da alcuni, fornisce un ottimo quadro sulla situazione in Iran negli anni 70. Non è un saggio storico ma un reportage giornalistico. Trovo anche io che l'autore abbia descritto più il periodo dello Scià rispetto alla rivoluzione di Khomeini. Kapuscinski descrive il governo, non certo di specchiata democrazia, dello Scià in maniera dettagliata non sottolineando però che per l'epoca e per la regione geografica costituiva un unicum di laicità nel panorama religioso musulmano L'avvento di Khomeini ha fatto piombare l'Iran in un mondo fuori dalla realtà, arretrato in maniera ineludibile e generalizzata per almeno un decennio abbondante. Ad ogni modo ognuno può leggerlo e farsi una sua opinione, anche considerando il contesto storico in cui si sono sviluppati i fatti.

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La recensione di IBS


"Solo come un cane, senza un'anima con cui parlare, me ne resto nella stanza vuota a guardare le foto, sfogliare appunti e ascoltare le conversazioni registrate che si ammucchiano sul mio tavolo."

Parliamo della storia del Medio Oriente come se fossimo realmente competenti in materia. Tranciamo giudizi, saltiamo alle conclusioni, specie in periodi di crisi come il nostro, senza riflettere sulla realtà degli eventi storico-politici che hanno formato il substrato su cui poi si sono radicate posizioni anche estremiste, più o meno moderate.

Al centro dell'attenzione mondiale è oggi l'Afghanistan (paese sul quale non sappiamo pressoché nulla e di cui abbiamo quasi ignorato l'esistenza perlomeno sino all'epoca dell'invasione sovietica), ma il vicino Iran (paese sul quale invece crediamo di sapere molto di più) ha una storia recente, addirittura recentissima che è stata dimenticata in fretta. Pochi ricorderanno che lo scià Reza Pahlavi non era l'ultimo erede di un'antica dinastia di regnanti, ma il figlio di un comandante quasi analfabeta che la fortuna, il caso e l'abilità hanno portato al comando del paese. E la violenza con la quale padre e figlio hanno mantenuto il potere e hanno sedato ogni dissenso è forse oggi obliata, ma proprio su quella miopia politica ha potuto insediarsi il germe della rivolta e un nuovo regime altrettanto chiuso e intollerante.

Ryszard Kapuscinski è a Teheran tra il 1979 e il 1980, quando Khomeini prende il potere. È lì durante i combattimenti nelle strade e quando in televisione si susseguono gli appelli alla ricerca degli scomparsi, in realtà vittime negli anni della polizia politica (la Savak) e più recentemente degli scontri. È lì e fotografa la situazione, ma tenta anche un ritratto più globale delle condizioni storiche in cui questa rivolta si è attuata.

Punta l'indice contro la Cia e contro lo scià, ricordando che alcune figure "illuminate" sono apparse nel panorama politico nazionale troppo presto e non sono riuscite a cambiare il corso della storia, "a trovarsi troppo presto nel giusto si rischia di rimetterci la carriera, e a volte la vita". La resistenza iraniana (i cosiddetti feddayin iraniani) era composta da operai, studenti, scrittori, studiosi, ma furono avversati sia dallo scià (e di conseguenza dall'Occidente che del governo di Reza Pahlavi era strenuo sostenitore) che dai mullah. Di tutti loro "non è sopravvissuto un solo uomo".

Kapuscinski dà anche una chiave di lettura del ruolo perverso che il petrolio ha ricoperto nella storia di questi paesi: forse meglio non averlo, perché non porta benessere generalizzato, non è la soluzione dei problemi, regala danaro ai potenti: "Con il petrolio - diceva l'ultimo scià - creerò un seconda America nel corso di una generazione! E invece non l'ha creata. Il petrolio è potente, ma ha i suoi limiti: non sostituisce né il pensiero né l'intelligenza. Una delle sue qualità più seducenti per i sovrani è quella di rafforzare il potere. Il petrolio produce grossi profitti, ma dà lavoro a poca gente. Il petrolio non genera molti problemi sociali: non crea né un proletariato numeroso, né una numerosa borghesia, per cui il governo, non essendo obbligato a dividere i profitti, può disporne a suo piacimento..."

La seconda parte del saggio di Kapuscinski si concentra sui giorni della rivoluzione. E ne fa un'analisi attenta cogliendo le cause di un'evoluzione religioso-integralista che rapidamente prende piede nel paese. I fautori di una democrazia, che non s'impone con la forza ma deve essere votata dalla maggioranza, si dimostrarono immediatamente i più deboli, i perdenti nel nuovo equilibrio di potere che si stava formando. La maggioranza voleva quel che voleva Khomeini: una repubblica islamica. Grazie all'influente apparato gerarchico dello sciismo iraniano (l'autore descrive in più riprese e in maniera molto chiara la divisione tra sciiti, gruppo di minoranza nel mondo islamico ma di maggioranza in Iran, e sunniti) il governo si è stabilizzato, anche se oggi forti spinte liberiste e democratiche stanno spingendo per il superamento della teocrazia fondata da Khomeini. Anche su questo l'autore dà una sua valutazione estremamente interessante.

Mi sembra importante terminare con una considerazione di valore universale molto importante, valida in ogni situazione analoga a quella iraniana: "Un popolo oppresso da un despota e ridotto al ruolo di oggetto cerca un rifugio, un luogo dove nascondersi, barricarsi, essere se stesso. È l'unico modo per mantenere la propria identità e perfino la propria normalità. Non potendo emigrare nello spazio, il popolo intraprende una migrazione nel tempo e fa ritorno a un passato che, paragonato ai dolori e ai pericoli della realtà circostante, gli appare come un paradiso perduto. Trova rifugio in usanze antiche: tanto antiche, quindi tanto sacre, che il potere non osa combatterle. Accade così che, sotto il tappo della dittatura, contro e malgrado il suo volere, si assiste a una progressiva rinascita di costumi, simboli e credenze di una volta, caricati di un significato nuovo e provocatorio. Il processo comincia in modo vago, spesso clandestino ma, via via che la dittatura si fa più insopportabile e opprimente, aumenta di peso e portata. Certuni vi vedono una regressione verso il Medioevo. Può darsi. Di solito, però, questo è il modo scelto dal popolo di esprimere la propria opposizione. Il potere si presenta come simbolo di modernità e progresso? E noi gli facciamo vedere che coltiviamo altri valori. Si tratta, più che del desiderio di recuperare il perduto mondo ancestrale, di una contrapposizione politica. Appena la vita migliora, la vecchia usanza perde immediatamente la sua valenza emotiva per tornare a essere quello che era: solo una formula rituale."

A cura di Wuz.it

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Ryszard Kapuscinski

1932, Pinsk, Polonia (oggi Bielorussia)

Giornalista e scrittore polacco. Nato in una regione della Polonia orientale poi divenuta Bielorussia, laureato in storia dell’arte, nei primi anni ’60 divenne corrispondente estero dell’Agenzia di stampa polacca (pap), ruolo che lo portò a visitare numerosi paesi in via di sviluppo in Africa, Asia e Sudamerica. Nel ventennio successivo, e fino alla fine della sua carriera, è stato testimone di moltissime guerre, colpi di stato e rivoluzioni, e della dissoluzione dell'esperienza coloniale in Africa. Di questi eventi ha fornito memorabili resoconti nei suoi libri-reportage: La prima guerra del football e altre guerre di poveri (1978), sulla guerra in Centro America; Il Negus: splendori e miserie di un autocrate (1978), sulla caduta di Hailé...

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