Il sogno del re di Babilonia. Profezia e storia da Thomas Müntzer e Isaac Newton

Mario Miegge

Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Anno edizione: 1995
Pagine: 224 p.
  • EAN: 9788807101786
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recensione di Prosperi, A., L'Indice 1996, n. 7

"Gli attori e le figure di cui si parla in questo libro, distanti nel tempo e tuttavia già 'moderni', entrano per noi inevitabilmente in un gioco di metafore, evocante altri attori e figure, che hanno dominato fino a ieri le rappresentazioni della 'nostra epoca'". Così, alla fine del suo libro, Mario Miegge scopre le carte e segnala (con discrezione) la radice autobiografica e generazionale della sua ricerca: un orizzonte storico e politico dominato da quell'attesa della rivoluzione che trovava la sua legittimità culturale in uno schema interpretativo della storia dalle ascendenze democratiche e liberali ottocentesche. Dalla Riforma come rivoluzione della coscienza contro l'autorità religiosa alla Grande Rivoluzione francese come affermazione dei diritti dell'ordine politico, verso le nuove rivoluzioni per portare la giustizia nell'ordine sociale: il passato si proiettava nel futuro secondo un modello che permetteva a rivoluzionari e reazionari di "prendere posizione" nei confronti di un processo storico comunque inevitabile. Prima di questo schema partorito da una laica e mondana filosofia della storia, c'erano stati altri modi di collegare conoscenza del passato e attesa del futuro. Quello che Miegge prende in esame è lo schema ricavato dall'immagine della statua vista in sogno dal re Nebucadnezar e interpretata dal profeta Daniele nel secondo capitolo del libro della Bibbia che porta il suo nome.
Miegge affronta in questo libro un capitolo di una storia molto vasta che è la storia di come l'esigenza di conoscere il futuro abbia pesato e continui a pesare nel modo in cui si legge il passato. Noi che sentiamo continuamente usare e abusare dell'etichetta di "post-moderno" siamo forse i primi a sperimentare una difficoltà radicale nel proiettare il passato sul futuro e quindi ci rifugiamo in una periodizzazione che ci colloca fuori di un'età senza metterci in un'altra. Da una condizione di questo genere parte la ricerca di Miegge sul peso che ebbe l'interpretazione della profezia di Daniele in un momento determinato della storia e della cultura europea. - una condizione non sua soltanto, ma nella quale Miegge porta un interesse specifico per il radicamento valdese della sua formazione e dei suoi interessi di storico.
È la storia dell'interpretazione della profezia di Daniele, ma non è storia di esegesi dotta: piuttosto, si tratta della storia di grandi messaggi rivoluzionari e dell'opposizione che suscitarono. Si parte dalla predica di Müntzer ai principi (1524), col suo annuncio del rovesciamento dei regni mondani operato da Cristo (la pietra che si stacca dalla montagna). La lettura di Müntzer attualizza il messaggio della profezia: se Cristo è la pietra che distrugge i regni mondani e se l'elenco dei regni conduce al presente, questo vuol dire che è giunto il momento dell'instaurazione dell'ordine cristiano nel mondo. Con questa impostazione, tutto il mondo della Riforma protestante scende in battaglia, a partire da Lutero e da Melantone. Lutero sposta i tempi della profezia al futuro: per lui, l'Impero romano-germanico è destinato a durare fino al giorno del giudizio. Ma è soprattutto con Calvino e con Bodin che si reagisce al carattere inquietante di quella interpretazione, con la sua minaccia di destabilizzazione dell'ordine politico. Calvino, da un lato, sostiene che la profezia si sia già avverata con la nascita di Cristo e con la proclamazione del Vangelo, che ha sovvertito l'impero esistente; dall'altro proietta nel passato il sistema degli imperi, sostenendo che Dio ha voluto indicare solo ciò che sarebbe avvenuto fino alla nascita di Cristo. Errano dunque gli interpreti che vogliono ricavare da quel testo un preannuncio degli eventi che stanno davanti a noi. Con ciò, la profezia è del tutto disinnescata.
La discussione è seguita da Miegge nel mondo della Riforma, attraverso le voci di Emanuele Tremellio, ebreo ferrarese emigrato in Inghilterra per motivi religiosi, di John Napier e di altri, fino al momento in cui le tensioni eversive della lettura profetica di Daniele si manifestano con la rivoluzione puritana in Inghilterra. E da qui riprende l'esame delle vicende del testo attraverso i suoi interpreti, che ci conduce fino a Isaac Newton e a Spinoza.
L'interesse che Miegge porta alla storia del rapporto tra Riforma e profezia rivoluzionaria ha, come si è detto, una radice autobiografica e generazionale nelle delusioni delle attese rivoluzionarie del nostro tempo, soprattutto quando e in quanto legate a una educazione evangelica. Per questo, il libro tende a conservare l'aspetto di una ricerca storico-esegetica coinvolgente profondamente ed esplicitamente l'autore.
Qualche osservazione stimolata dalla lettura del suo libro. Miegge rinvia alla proposta di Reinhart Koselleck: il Cinquecento come età nella quale "il permanente significato escatologico degli eventi storici e la loro lettura figurale... precludono ancora... la veduta storicamente determinata in un 'tempus novum' inteso come epoca nuova, 'moderna'", irriducibile al passato e aperta a un futuro illimitato. Kosellek parla di una lotta dello stato contro le profezie politiche e religiose di ogni tipo, per imporre il monopolio nel controllo del futuro. Ora, la questione è più complicata. Prima che i teorici della "ragion di stato" impongano un modello di previsione razionale, politica del futuro e che la critica razionalistica dei libri profetici della Bibbia svolga una funzione parallela, il passato non era stato segnato da un percorso univoco da un medioevo imbevuto di profezia e da un lento ma non completo esaurimento del filone profetico nel Cinquecento. Daniele era personaggio ben familiare anche al Medioevo: sul portale della cattedrale di Ferrara, la sua figura domina l'intera scena, così come nelle chiese padane ricorrono i personaggi di Enoch e di Elia, precursori del ritorno di Cristo in terra, che ebbero anch'essi un momento di grande importanza nelle attese del Cinquecento, come ha osservato, in uno studio recente, Rodney Petersen ("Preaching in the Last Days").
Come del resto emerge anche dall'opera di Miegge, quella che vediamo in atto nell'età della Riforma e della Controriforma è una vera vampata di ritorno all'interpretazione profetica. Il sistema di interpretazione medievale della Bibbia aveva messo sotto controllo lo spazio della profezia. Invece, è intorno all'ascesa del papato italiano e alla crisi politica fiorentina e poi italiana, alla scoperta dell'America e alla lacerazione dell'unità religiosa dell'Europa che la profezia rinasce e si rinvigorisce. Un decreto del concilio Lateranense V proibì l'esercizio della profezia - si pensava ai savonaroliani e a Francesco da Meleto - mentre l'irruzione di un mondo nuovo sulla scena e le violente diatribe sull'Anticristo romano e sul demonio luterano facevano ricorso a tutti gli strumenti della proiezione del passato sul futuro di cui si era in possesso, divinazione pagana e profezia cristiana. È una storia lunga: ma si deve ricordare che il controllo del futuro aveva un posto importante per chi voleva controllare il presente. Il celebre aforisma di Orwell si applica dunque, per quest'epoca, al potere - ai poteri - ecclesiastici e religiosi prima ancora che politici.
Qui si tratta dello schema interpretativo e profetico fondato su Daniele: la profezia di un'eversione è eversiva. Non è una profezia apocalittica, non si presta all'uso penitenziale dell'annuncio della prossima fine del mondo; è l'annunzio di un'intervento divino nella storia che ribalta la storia, una distruzione dei regni che dà avvio a un nuovo regno: dunque, siamo sul terreno dell'annuncio messianico. E così, la storia dell'interpretazione di Daniele permette di collocare frontalmente conservatori o reazionari e rivoluzionari: da una parte, Lutero, che individuando l'Anticristo nel papa si appella a un potere politico che deve essere rassicurato sui suoi fondamenti e sulla sua durata - l'impero romano germanico come ultimo impero, su cui Cristo regnerà in eterno -, Calvino, Melantone; dall'altro un vario mondo di eretici che va da Müntzer agli anabattisti ai sostenitori italiani del medius adventus di Cristo (Curione, per esempio) e agli ebrei. Le attese messianiche vive nel mondo cristiano e in quello ebraico nel primo Cinquecento provocarono anche incontri e contatti di cui restano tracce negli scritti a stampa e - spesso - nei processi dell'Inquisizione.
Francesco Stancaro, ebraista e forse ebreo mantovano ed eretico, raccontò di aver denunziato intrecci di anabattisti e rabbini nella Venezia degli anni trenta del Cinquecento. Erano gli anni in cui si concludeva l'avventura dell'ebreo Davide Reubeni, col suo colore di messianismo ebraico, di realizzazione del disegno del popolo eletto - un'avventura di cui non sappiamo se si collegasse esplicitamente a una ripresa della profezia di Daniele, ma che implicitamente vi faceva certo riferimento.
In questo libro, c'è la storia dell'avventura intellettuale di Emanuele Tremellio, esule da Ferrara in Inghilterra e poi di nuovo sul continente, continuatore della critica calviniana all'interpretazione della profezia di Daniele come filosofia complessiva della storia. Un ebreo convertito dalle tendenze razionaliste: un altro episodio dei confronti e dei contrasti di allora tra gruppi religiosi capaci di influenzarsi e non solo di combattersi.
A parte le varie e non ancora del tutto note avventure dei progetti di chi si aspettava la rovina degli imperi dell'Anticristo e la realizzazione di una vera "republica catolica" di cui parlava Francesco Pucci, il libro di Miegge è prezioso per la lettura ravvicinata e attenta dei testi fondamentali, fra tutti Calvino. La differenza fra Melantone e Calvino, tra una considerazione luteranamente e agostinianamente pessimistica dei regni terreni - grandi latrocinii - e una filosofia dell'ordine storico-politico come istituito da Dio e dunque necessitato a far trionfare il regno giusto, quello voluto da Dio sulle rovine degli avversari, è letta come opposizione fondamentale nelle concezioni statuali dell'età moderna: del tutto giustamente, credo. Da una parte, abbiamo l'idea di uno stato come rimedio del male, istituto destinato a decadere; dall'altro, c'è l'idea di uno stato cristiano come profezia già avverata: la caduta dell'impero romano, ora la scomparsa auspicata financo del nome, sgradito al francese Calvino (nota giustamente Miegge), aprono la strada a stati fondati sulla vera fede e lasciano intravedere la possibilità che se i loro reggitori non saranno fedeli al vangelo, Dio li farà ancora crollare.
Dell'opera di Calvino, Miegge sottolinea la portata di metodo: si tratta di interventi ermeneutici che rifuggono dal formulare filosofie della storia. In questo appare l'elemento più importante di differenza rispetto alle correnti profetiche, l'elemento di modernità di Calvino: si apre uno spazio all'interpretazione della scrittura che lascia libera l'area della storia come area autonoma. Sarebbe interessante confrontare questa osservazione di Miegge con quello che ha notato Biondi a proposito di un grande teologo tradizionalista del campo opposto, Melchior Cano, di cui Biondi ha mostrato il senso dell'autonomia della storia profana. Cano aveva polemizzato con Erasmo e con la tendenza a seguire ispirazioni interiori, che gli appariva fonte di infinite eresie. In questo evidentemente i due andavano d'accordo.