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Valeria Parrella

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2008
Pagine: 112 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806190965
"Io leggevo": Maria ha superato la soglia dei quaranta, insegna italiano in una scuola territoriale serale, è sola. A causa di complicazioni non specificate – "a quarant'anni non si fanno i figli" – nasce Irene, a soli sei mesi di gestazione. E Maria, incrollabile nelle sue certezze elaborate in anni di formazione dura, periferica, anni da scuola di partito stretti da un padre rigorosamente comunista e da un madre cattolica, oppone al dolore, la sua strategia consueta. Leggere, ovvero isolarsi impedire al mondo esterno di sfondare il proprio nocciolo d'identità, chiamare a sé le forze della ragione, rifugiarsi, come Montaigne, nel regno pacificato dei propri studi. Un saggio sul laicismo, non a caso, perché "non sento curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza". Ma per quanto Maria sia strutturata, Irene è la buca nella quale inciampa, un essere che non è figlia maturata, "una forma senza immagine, un atto vivente che dietro di sé non aveva nessuna idea platonica a sorreggerlo" che non può, per sua intrinseca essenza, conferirle lo statuto di madre. Nonostante, dunque, la totale mancanza di categorie di pensiero attraverso le quali sistemare la nascita di Irene, Maria è costretta a imparare un nuovo alfabeto, a ricominciare, in qualche modo, da zero. Da quella incubatrice bianca / scatola bianca / spazio bianco che, suo malgrado, trasmette un irresistibile seduzione, sia essa verso la vita o verso la morte.
Il romanzo di Valeria Parrella è la cronaca dello spazio e del tempo in cui Irene, e sua madre, artificialmente arrivano al punto di partenza di una nascita "naturale". Con loro, i medici, le infermiere, le altre madri, i padri, gli amici rimasti, i colleghi, gli allievi, e i ricordi. Intorno a loro, oltre all'ospedale (ai suoi cornicioni, alle anticamere, alle sale d'attesa, al reparto neonatale per prematuri con tutte le sue, a tratti quasi macabre, contraddizioni), la casa di Maria ben protetta da un portone antipanico, l'aula di scuola, e alcune, poche, vie di Napoli dove la protagonista s'immerge come bendata, in quella sorta di alternanza tra sonno e veglia che sono i giorni della cosiddetta rinascita di Irene. Che arriva, in effetti: prima con l'autonomia respiratoria poi con l'allattamento con il biberon (davvero efficaci le pagine che descrivono i primi approcci di Maria con il biberon e le difficoltà della bambina a ingerire il latte, con quel continuo chiedersi il perché un atto naturale possa trasformarsi in un motivo di preoccupazione, d'angoscia o anche di perdita definitiva) e infine con la dimissione di Irene.
Della "vecchia" Parrella, di quella dei racconti modellati su un parlato ricco e controllato, qui rimane soprattutto la volontà di non cedere alla paura di non saper raccontare. In questo caso, l'affondo nel sé, nel proprio dolore biografico, è condotto con sapienza e il giusto distacco. Dispiacciono un poco i sipari sul quotidiano, i mo' insistiti delle madri popolane, e la storia d'amore con il dottorino. Difetti lievi rispetto a un lavoro che, in Italia, trova forse una parentela letteraria con il racconto di Lalla Romano Ho sognato l'ospedale (Il melangolo, 1995), dove la necessità primaria della disciplina ospedaliera confligge con l'involontario umorismo che nasce dalla sua applicazione. Camilla Valletti

Recensioni dei clienti

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    Laura

    29/05/2014 17.46.30

    Un libro fatto di sottrazioni: la prosa asciutta quasi asettica, come la culla di plastica in cui lotta per sopravvivere Irene, la piccola prematura. Poche emozioni, poco pathos, ma un dolore sordo verso un'esistenza avara e faticosa. Maria insegna ad una scuola serale e sono i suoi allievi, di pochi mezzi e ancor meno speranze, ad essere i personaggi più ricchi e vitali. Reale

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    Gianni AV

    27/08/2013 09.29.20

    Il libro è molto bello ed è inutile sprecare parole, come la stessa Parrella evita di fare. Infatti è grande il merito di evitare fiumi di descrizioni intime che basta semplicemente lasciare intuire. Bravissima.

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    Alessia

    19/03/2010 00.01.56

    La trama mi ha convinto a comprare il libro e a leggerlo, ma purtroppo non mi ha emozionato come speravo e come spesso accade quando si leggono storie intime e tutte al femminile. L'autrice senza dubbio ha una buona preparazione conoscitiva, ma pensavo che la storia fosse molto più introspettiva, psicoanalitica nel narrare i sentimenti di Maria in quei lunghi e interminabili giorni;invece si parla più del contesto, delle persone e dei fatti che circondano la vita della protagonista, i dialoghi interni risultano scarsi nel narrare un dolore così intimo.

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    Eva

    17/01/2010 23.14.07

    Sono madre di un bambino prematuro. Ero emozionata all'idea che qualcuno avesse deciso di scrivere un libro su questo tema. Sono rimasta un po' delusa. Il libro e' ben scritto e mi sono identificata con certe situazioni, intuizioni che vengono presentate ma mancano i forti sentimenti, quella miriade di emozioni che una madre vive dal momento della nascita e in tutti quei giorni interminabili che si passano all'ospedale. L'aspetto intellettuale e' piu' presente di quello emotivo e l'opera non mi ha toccato il cuore come avrei voluto.

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    NANNI

    08/01/2010 15.22.46

    Si legge bene, questo sì, e, d'altra parte, si tratta pur sempre di 112 pagine. Ma, arrivati alla fine, non ti ha trasmesso niente, nessuna emozione realmente correlata con l'esperienza di dare vita ad una nuova vita, come ci si aspetterebbe da un tema del genere. L'unica emozione che la Parrella trasmette è il risentimento: verso i medici o verso la natura, che ha permesso la nascita prematura della bambina, verso il mondo ... c'è un po' troppa spocchia di intellettuale alternativa, da clichè: l'insegnante delle scuole serali, pronta ad "accogliere" il "diverso", l'immigrato, il più debole ... beh è tutto un po' troppo facile e lontano dalla vita reale; c'è un po' troppo autocompiacimento .. è come se fra le righe l'autrice ammiccasse continuamente ad un sè così bravo, bello ... noiosetta, e un po' antipatichina

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    Antonio

    23/11/2009 14.54.53

    Ottimo l'italiano...ma solo quello.

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    enzo

    20/10/2009 20.05.06

    in discesa vertiginosa: il più bello resta mosca + balena. Il libro è noioso quanto il film.

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    Chiara

    21/10/2008 00.34.06

    Un romanzo stupendo. Perfetto.

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    ant

    01/09/2008 22.07.04

    Molto intenso, delicato e profondo; e allo steso tempo metropolitano, veloce e graffiante. Si vede che la Parrella ha una base culturale ed emotiva molto forte

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    Raf

    22/05/2008 10.39.13

    E' un libro toccante, è vero, anche se molto, forse troppo, semplice e scritto con distacco. la narrazioone è scorrevole e ricca di buone descrizioni.

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    Luca Martini

    08/04/2008 13.55.07

    Un libro molto femminile, quello di Valeria Parrella, scritto bene anche se con alcune forzature stilistiche e qualche concessione al luogo comune. Ci sono pagine splendide, scritte in maniera emozionante, anche se, alla fine della breve lettura, ci si accorge che qualcosa non funziona del tutto, che la storia resta dietro ad un filtro, forse quello dell'autrice stessa, un filtro di pudore che non riesce ad appassionare del tutto il lettore, che rimane un po' estraneo alla storia e alle emozioni. Forse diversa sarebbe la recensione di una donna, forse un uomo fatica ad immedesimarsi completamente nella figura di Maria. Fatto sta che ho la sensazione sia una occasione perduta. Un plauso, comunque, alle capacità stilistiche e letterarie dell'autorice che, sono certo, può fare di meglio.

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    angelo boscarino

    20/03/2008 22.57.10

    Purtroppo io amo Valeria Parrella, e quindi non sono sereno nel giudizio, ma pazienza. Mi sono innamorato con i suoi primi due libri di racconti, ho continuato ad amarla nonostante "Il verdetto", e questo suo primo romanzo,breve ma non leggero, non mi ha affatto deluso, anzi... Se posso cosigliare,e credo che l'età me lo consenta, dovrebbe muoversi dal genere Napoli popolarcontemporaneo, che rischia di diventare un vezzo e una comoda gabbia. La scrittura ha una sua ruvidità, che è però molto piacevole come grattarsi quando si ha prurito (senza offesa): se ci prova con temi anche fra quelli a lei cari ma con un taglio meno "local" sono sicuro che può fare cose buone. E comunque, si facesse invitare ancora dalla Bignardi, che almeno la vedo e la sento in televisione.

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    Maia

    14/03/2008 12.52.46

    Argomento toccante ed attuale ma credo sia rimasto molto di non detto..parecchie le emozioni ma non sono entrate nell'animo fino in fondo..

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    Benedetta

    11/03/2008 22.54.08

    Osannato da mia sorella, questo libro, forse anche perché letto in un momento di grande dolore personale (un pensiero vola ora incoercibile a Pietro, il mio amico che non c’è più), non mi ha entusiasmato. Ho trovato troppo lente certe riflessioni ontologiche e troppo slegati i due piani narrativi: lo “spazio vuoto” dell’attesa in ospedale e il mondo vivo della scuola serale in cui la protagonista insegna

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    silvia

    10/03/2008 11.50.13

    La prosa di questa giovane scrittrice è sempre densa e "appiccicosa", nel senso che ti si attacca addosso. E' fisica. Sembra che mentre scrive stia davevro soffrendo. Questo è il bello di leggere i suoi scritti. In questo romanzo, però, doveva usicre di più. Doveva dirci più cose, è come se molto sia rimasto dentro di lei. Rimane un bel romanzo in cui immergersi.

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    Romina

    01/03/2008 16.54.41

    Un romanzo perfetto. Valeria Parrella riesce a raccontare il dolore, la speranza, la sofferenza e l'attesa mettendosi alla giusta distanza. La bellezza di queste pagine sta nel non scadere in un sentimentalismo fine a se stesso, riuscendo comunque ad emozionare ad ogni riga. Romina

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    carmela

    28/02/2008 15.12.19

    letto due giorni fa. però non mi ha convinto. pur amando molto le due raccolte di racconti. il rapporto con la figlia è troppo algido e intellettuale. non c'è mai abbandono. se non quello artificiale provocato dalle canne. (a che servivano, narrativamente dico? cosa volevano raccontare di quei personaggi) la sola cosa che resta è la descrizione della città, dolorosa e vera. ma il resto è troppo confinato nel non detto.

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    Walter Magnoni

    22/02/2008 22.36.17

    Il profilo di Maria che emerge da questo breve romanzo è certamente positivo: donna intelligente e sensibile che lotta contro le fatiche della vita, sperando in quella nuova vita che si chiama Irene ed è la figlia nata prematura. S'intrecciano i temi della maternità a quelli dell'essere insegnante. l'arte socratica della maieutica accomuna però i due aspetti. Così ci troviamo di fronte alla bella sfida del far crescere... Brava Valeria, un bel libro.

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    Arturo

    22/02/2008 08.31.57

    Non avevo mai letto nulla di Valeria Parrella....il libro parte con un coinvolgimento interessante...ma sarà che € 14,00 sono assai per 110 pag. di libro, sta di fatto che il libro parte bene in un crescendo di emozioni e di attese ma finisce abbastanza "piatto"!

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    lucia

    21/02/2008 14.32.16

    Purtropppo non regge neanche lontanamente il confronto con le due raccolte di racconti pubblicate per Minimum Fax. Peccato. Lo spazio bianco è freddo e forse troppo 'costruito'. ma soprattutto manca di quell'empatia che rende i racconti sempre così profondi, anche all'ennesima rilettura.

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