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John Cheever

Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2012
Pagine: 504 p. , Brossura
  • EAN: 9788807019265
Ma quanto può essere oscuro e doloroso il cuore di un uomo; quanto può essere buio e senza speranza e ingombrante e cupo? Soprattutto se quell'uomo si risveglia in una domenica di mezza estate sulla costa est degli Stati Uniti, e con la bocca impastata di gin e vodka, si sofferma a contemplare la luce che sbianca gli avanzi di una festa nel giardino di casa. È in quel preciso istante che qualcosa si smuove dentro di lui. Quell'uomo ha un'epifania. E le epifanie hanno questo di caratteristico: sono brevi, e sono terribili, perché disseppelliscono quel nocciolo duro che ciascuno di noi conserva nel fondo del proprio animo. John Cheever in quell'stante comprende due cose fondamentali di se stesso. La prima è che il mondo per lui sarà sempre una questione di luce, e per questo passerà molto tempo della sua vita a inseguirla, a raccontarne le variazioni cromatiche lungo il trascorrere delle stagioni, a studiare come si addensa quando cola nelle piscine delle case della middle class americana, quella borghesia conservatrice e bigotta a cui Cheever sa di appartenere ‒ a cui vuole appartenere con dedizione e ubbidienza ‒ ma che in realtà costituisce la somma di tutte le sue angosce e le sue castrazioni. E non a caso sarà una piscina, anzi una serie di piscine, che un giovane uomo d'affari, giunto al capolinea dei propri desideri, attraverserà a nuoto da una casa all'altra fino ad arrivare in serata alla propria, distrutto nel fisico e nel morale, il tema di uno dei suoi racconti più belli, poi diventato anche un film con Burt Lancaster (Il nuotatore). Dunque la luce, che diventa un'ossessione. "La luce perde la sua ampiezza, ma non la sua chiarezza né la sua potenza. Questi blu tenui e queste luci limonose sono come le luci dell'anestesia, del desiderio, del riposo. Escono le stelle e continua il gioco della luce. Non è che la luce se ne vada, è che un'oscurità cade dal cielo su tutto, coprendola. L'oscurità cade su tutto". L'altra cosa che apprende il giovane John Cheever di se stesso, in quella domenica, è che la sua vita assomiglierà maledettamente all'immagine di quel giardino disordinato in cui rimangono impressi i segni di una festa ormai terminata. Nella sua esistenza aleggerà per sempre il fantasma di qualcosa che si è appena concluso, da pochissimo, e che se solo si fosse fatto in tempo ad affrettarsi poteva essere goduto fino un fondo. Come un calice di vino che nel momento in cui arriva alle labbra ha perso tutto il suo potere dionisiaco ed effervescente. Quel potere c'era, ed era simile a una promessa, ma ciò che resta adesso è una sensazione offuscata di malessere. Da queste due epifanie si dirama tutta la trama di riflessioni e contraddizioni che compongono questo bellissimo libro che, benché mantenga il profilo lento e anodino del diario-confessione, finisce per diventare probabilmente il romanzo più potente che John Cheever abbia mai scritto. O almeno quello in cui è riuscito a costruire il suo personaggio più bello, più vero, più denso e scolpito: se stesso. Un uomo ambiguo, preda di furori alcolici e sessuali, eterosessuale o omosessuale, incompiuto, padre assente eppure vigile, e soprattutto marito innamoratissimo che pare prigioniero di uno schema di incomunicabilità perenne con la propria moglie. E allora è tutto un susseguirsi di tormenti, di desideri non manifesti ma presenti, di confessioni e sensi di colpi. Il Cheever pubblico, scrittore in costante ascesa e prossimo ai più importanti premi letterari americani, e il Cheever privato, uomo perseguitato dal demone del desiderio e della scrittura. Cheever, l'uomo che provò a sintetizzare le frasi melodiose di Fitzgerald e il suo sguardo caustico sul mondo dei ricchi borghesi con la precisione chirurgica della sintassi di Hemingway, l'uomo che tornerà, di nuovo, a dare linfa vitale alla tradizione del novel americano. L'uomo che leggendo gli scrittori da lui più amati, Bellow, Nabokov, Flaubert, si sentiva struggere da un infinito senso di distanza e impotenza. E che annotava con lucidità disarmante: "Era uno di quegli americani che a metà della loro vita avevano avuto un crollo materiale e spirituale". E nonostante tutto, o forse semplicemente su tutto, di nuovo, la luce. Che non è quella filosofica della verità, ma è una luce fisica, a tratti gelida, che entra dentro le case e fotografa i suoi abitanti nei loro momenti più intimi e desolanti. Che entra nel cuore e lo riscalda, ma mentre lo riscalda gli mostra il mondo nella sua oscena nudità. La luce di Cheever è una luce fantasmatica, corposa, una luce che ingoia i miliardi di dettagli molecolari che impregnano ogni singolo attimo dell'esistenza, e tutto lo sforzo del Cheever narratore sembra quello di stare al passo con questa densità abbacinante, riuscire in qualche modo a ficcare la testa dentro questa luce per vedere abbastanza, per capire abbastanza e riportare quanti più dettagli gli fosse possibile nei suoi racconti. Questi diari seguono Cheever dagli anni quaranta fino alla morte. Intere pagine vengono dedicate a scandire poche ore, e poi trascorrono mesi e mesi in cui Cheever annota un solo evento, la qualità del vento contro le fronde di una quercia, o la tenebrosa sensazione di fallimento che si accumula in fondo al cuore benché cominci a vendere i suoi racconti e a essere considerato sempre più un gigante del proprio tempo. Ma non c'è speranza dove c'è l'ambizione forsennata della letteratura. Ecco perché queste pagine andrebbero lette innanzitutto dagli scrittori, dagli scrittori compiaciuti, dagli scrittori tenui, dagli scrittori che confondono la letteratura con il merchandising, perché in questa tetra guerra in cui si confrontano spirito e carne, paura e redenzione, dannazione e speranza, l'unica certezza è che la letteratura possa ancora stillare qualche goccia di purezza, che in mezzo al marasma di conflitti in cui galleggiamo tutti esiste la boa piccola e solida della bellezza. E perché Cheever è stato umanamente sincero e spietato con se stesso, e in virtù di questa onestà ha provato a buttare giù, ogni tanto, qualche pagina che fosse degna di restare scolpita per sempre nei nostri cuori. Luigi Pingitore

Recensioni dei clienti

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    Michele Testa

    19/11/2013 11.28.41

    Attenzione: questo libro non è per tutti. E' un libro per stomaci forti. E' una serie di istantanee in bianco e nero che rubano impietosamente i momenti salienti della vita di un uomo della costa nordorientale degli Stati Uniti. Ma quest'uomo non è una persona qualunque (anche se lui probabilmente direbbe di sì): è John Cheever. Sensibilissimo letterato, eppure espulso alle superiori e mai andato all'università (poi gli sarà conferita una laurea honoris causa nientemeno che da Harvard). Marito innamorato dell'adorata Mary, del cui profondo rancore però scriverà pagine durissime e sofferte. Amante e cantore del corpo femminile, eppure tormentato fino alla fine dei suoi giorni da una sofferta e impellente omosessualità. Alcolista abbrutito dalla necessità del bere, e sguardo lucidissimo e penetrante della realtà americana. Padre esemplare e affettuosissimo, ma primo denigratore delle debolezze umane dei propri figli. Intercalate da questi saliscendi dal devastante empatto emotivo, descrizioni poeticamente sublimi di paesaggi americani ed europei, e mirabili introspezioni dell'animo umano. Se esistesse una macchina del tempo, lo raggiungerei per abbracciarlo, e restare a fissare con lui «la prima stella della sera» nella veranda della sua casa a Ossining. Ti amiamo tutti, John, davvero. E tanto.

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    Joe

    13/07/2013 23.19.21

    Struggente e bellissimo: un capolavoro assoluto.

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    gianni

    29/04/2013 14.16.32

    Un diario intimistico di pregevole fattura

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    philo

    30/01/2013 09.51.19

    credo che per questo 2013 sarà difficile legger un libro più bello di questo. Struggente, superlativo.

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