La storia culturale

Peter Burke

Curatore: P. Capuzzo
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2009
In commercio dal: 10 settembre 2009
Pagine: 222 p., Brossura
  • EAN: 9788815132635
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Peter Burke, in apertura del suo libro, recentemente riedito in una versione ampliata, constata come pressoché ogni cosa o concetto possa oggi vantare una qualche indagine di taglio "culturale". Si incontrano così storie culturali della violenza, delle nazioni, della risata, dei jeans, ed è ancora l'autore a riconoscere come "diventi sempre più difficile dire che cosa contengano esattamente". La tendenza, come ben noto, ha investito in pieno anche lo studio delle arti visive, dove si registra il successo, dilagante specie in ambito accademico internazionale, della visual culture angloamericana o della più rassicurante (per un europeo) Bildwisseschaft tedesca.
Fin dai primi capitoli dedicati a Burckhardt e a Huizinga, eredi della tradizione ottocentesca della Kulturgeschichte tedesca di stampo hegeliano, risulta chiaro come le radici della storia culturale evocate da Burke si intreccino con quelle stesse della storia dell'arte, in una frequentazione destinata a proseguire fino a oggi. Le modalità e i tempi con cui l'immagine è stata affrontata in una prospettiva culturale si trovano così, nel volume di Burke, efficacemente collocati entro il più ampio e mutevole orizzonte del dibattito storiografico, in un quadro variegato e diramato, restituito dall'autore con chiarezza e qualità di sintesi, anche se necessariamente con qualche schematismo e omissione. Nel proposito di Huizinga di "descrivere le idee e i sentimenti che caratterizzano un'epoca e il modo in cui essi trovano forma nella letteratura e nell'arte" è riassunto uno degli indirizzi di fondo della storia dell'arte del Novecento; ma è con Warburg e con il suo sogno di una Kulturwissenschaft, una scienza della cultura generale, che il cortocircuito con alcune tendenze metodologiche attuali appare particolarmente evidente (e a tale proposito può in parte stupire come la fortuna di Warburg quale padre nobile degli studi di cultura visiva sia ancora solo in corso di consolidamento).
Burke costruisce il suo libro intercalando a una visione diacronica più generali riflessioni sui "meccanismi" culturali, interessandosi ugualmente alle dinamiche di trasmissione del sapere: dal costitutivo avvicendarsi di "generazioni storiografiche", tendenti sovente a rapportarsi in modo più o meno polemico con gli immediati predecessori, ai fattori che consentono a una data corrente intellettuale di imporsi. Fattori tra i quali ricorre la capacità dei fondatori di diffondere un messaggio "polisemico", dal quale i singoli allievi spesso traggono e sviluppano solo determinate istanze. Quest'ultima riflessione si trova nelle pagine che trattano lo snodo Warburg-Panofsky e la nascita dell'iconologia, anche se, come è stato notato da altri, ben più critico per la qualità degli studi è stato il passaggio tra Panofsky e le generazioni successive di iconologi e iconografi, tra i quali, con ironia suprema, Otto Pächt individuò una volta i partigiani di una art history for the blind. Cruciale appare pure l'emigrazione intellettuale: dagli esuli europei degli anni trenta, rinnovatori della cultura americana, ai warburghiani trapiantati in Inghilterra, ai "marxisti ungheresi" fattisi inglesi (Mannheim, Hauser, Antal), convinti assertori di una storia sociale dell'arte i cui sviluppi successivi si seguono, secondo vie diverse, da Kligender fino a T. J. Clark.
L'indagine dei nessi tra "cultura" e "società" resta così l'argomento principe della storia culturale, che nel secondo Novecento partecipa a quella "svolta antropologica" comune ad altre scienze umane. In questo contesto Burke legge le innovative ricerche di Baxandall sul Quattrocento fiorentino, che nel tratteggiare una storia culturale dello sguardo si pone in sintonia con l'antropologia interpretativa di Geertz. Del resto, Svetlana Alpers, considerata tra i founding fathers degli studi di cultura visiva, ha in più occasioni ricordato come proprio gli scritti di Baxandall le abbiano ispirato l'uso del termine visual culture.
Gli anni settanta e ottanta si configurano come un turning point per la storia culturale, interessata da vivaci dibattiti interni e da un mutare di paradigmi epistemologici (si parla di new cultural history), anche in conseguenza di un confronto con l'opera di intellettuali quali Foucault ed Elias, Bourdieu e de Certeau. A fianco della storia "alta" – la storia intellettuale, "più ordinata e precisa ma meno dotata di immaginazione" della storia culturale – si fa strada, anche sull'onda dell'esperienza delle "Annales", una storia "dal basso", interessata alle dinamiche locali, come testimonia l'esperienza italiana della microstoria. In tale contesto si sarebbe trovato al suo posto un cenno alla parallela riscoperta della cultura materiale e del territorio, che si tradusse, specie in Italia, in un rinnovato sforzo di capillare conoscenza e tutela del patrimonio storico-artistico. È questo il clima in cui in Italia si diffonde il termine "cultura figurativa" che, dopo precoci accezioni in cui sembrano prevalere blande ascendenze burckhardtiane (Stefano Bottari, La cultura figurativa in Sicilia, 1956), passa attraverso un percorso di raffinamento d'uso, si pensi a quello fattone da Paola Barocchi nei suoi scritti, per approdare poi nei titoli di mostre importanti come Cultura figurativa negli Stati di Sardegna del 1980. Seguirne le oscillazioni di significato, specie in rapporto all'uso corrente di "cultura visiva" (con il suo, solo apparente, sinonimo "cultura visuale"), ma anche a quello di "cultura artistica", per giungere poi a definizioni condivise, potrebbe rivelarsi una via interessante per mettere meglio a fuoco, nel fluido campo del "visivo", alcune dinamiche proprie della produzione e ricezione artistica, funzionanti secondo processi propriamente culturali, quali sono, ad esempio, le modalità di apprendimento o di diffusione di uno stile o ancora l'avvicendarsi del "gusto". Stefano de Bosio