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Pietro Grasso

Editore: Feltrinelli
Collana: Serie bianca
Anno edizione: 2017
Pagine: 234 p. , Brossura
  • EAN: 9788807173240

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Società, politica e comunicazione - Servizi sociali e criminologia - Reati e criminologia - Criminalità organizzata

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…c’è mai stato un processo da cui sia risultata l’esistenza di un’associazione criminale chiamata mafia cui attribuire con certezza il mandato e l’esecuzione di un delitto? È mai stato trovato un documento, una testimonianza, una prova qualsiasi che costituisca sicura relazione tra un fatto criminale e la cosiddetta mafia? - Sciascia, Il giorno della civetta


Che cosa ha significato dimostrare, per la prima volta e una volta per tutte, l’esistenza della mafia, quando sembrava che essa avrebbe sempre mantenuto, come nei romanzi di Sciascia, il suo aspetto mitico e inconoscibile? Cosa ha significato dimostrare all’Italia e al mondo intero, dando la caccia per quattordici anni al boss Bernardo Provenzano, il “fantasma”, che Cosa Nostra non è invincibile e può essere colpita sino al suo vertice?

Pietro Grasso, ex magistrato antimafia e dal 2013 Presidente del Senato, da protagonista degli eventi ci consegna in queste pagine - dense di fatti, ricordi, ritratti personali e intimi, ma anche documenti ufficiali - il racconto delle vicende giudiziarie e di cronaca che lo hanno visto protagonista dal 1980 ad oggi. Un libro che si legge come un’autobiografia in cui, a fianco alla ricostruzione storica di Cosa Nostra, scorre una ricca galleria di personaggi: Provenzano, Riina, Falcone, Borsellino, il generale Dalla Chiesa, don Pino Puglisi, Leonardo Sciascia, solo per citarne alcuni.

Quello che emerge da queste pagine è il resoconto di una battaglia estenuante, fatta di mosse ad un tempo prudenti e avventate. Una lotta contro le forze istintive e vendicatrici della mafia di Riina, contro le intelligenze inafferrabili e manovratrici della mafia di Provenzano, immersi in una “zona grigia” di relazioni pericolose. Una lotta in cui Grasso non è mai stato solo, ma circondato da persone eccezionali, eccezionali ma esposte a tal punto da diventare in breve tempo assenze, “sedie vuote”. A loro, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il magistrato si rivolge direttamente con due lettere toccanti che da sole valgono la lettura del libro.

Alla fine sarà impossibile eliminare dalla mente il ricordo di alcuni fotogrammi della memoria: la cartolina di un tramonto ricevuta per posta come sinistro presagio di morte, la Coca-Cola corretta con il whisky di Falcone, la Volkswagen nera che a fari spenti percorre al contrario le vie della campagna palermitana, le serate danzanti in casa Borsellino. Tutti questi frammenti vengono a formare, in una narrazione serrata e illuminante, un capitolo imprescindibile della memoria collettiva, cui Pietro Grasso aggiunge il suo prezioso contributo.

Recensione di Mario Buatier

Alcune citazioni del libro.

Chi era veramente Bernardo Provenzano? Nella sentenza-ordinanza del primo Maxiprocesso a Cosa nostra, Provenzano viene descritto come “uno dei personaggi più sfuggenti e inafferrabili, oltre che uno dei più feroci e sanguinari, di Cosa nostra”. È stato presentato come il campione della strategia dell’invisibilità, dell’inabissamento e della gestione sottotono di Cosa nostra. In realtà rappresenta la destrezza della mafia di coniugare tradizione e innovazione, le regole formali dell’organizzazione con una concreta capacità di adattamento alle diverse situazioni che via via si presentano. Un fine stratega che, però, fin dalla prima gioventù, si è distinto anche per l’abilità nell’uso della violenza.

A questo punto non posso esimermi, per onestà intellettuale, dall’affrontare il passaggio più insidioso e doloroso nella memoria di tutti noi. Nonostante il tempo e gli stessi protagonisti si siano impegnati a chiarirne i contorni, le motivazioni, i sottotesti, gli obiettivi e le mistificazioni, ancora i contenuti di quell’articolo – intitolato dal Corriere della Sera “I professionisti dell’antimafia” – continuano a essere perennemente tirati da una parte e dall’altra e inseriti artatamente nel dibattito pubblico. Non ho evidenze statistiche, ma credo che sia una delle due prese di posizioni più a lungo e più spesso citate con malizia e malafede, condividendo questo triste primato con la poesia di Pier Paolo Pasolini sui fatti di Valle Giulia.

Caro Paolo,
quando penso a te, mi chiedo spesso: quanto sono lunghi cinquantasette giorni?