Studi di metapsicologia allargata. Applicazioni cliniche del pensiero di Bion

Donald Meltzer

Traduttore: A. Stevens
Anno edizione: 1987
Pagine: XVII-246 p.
  • EAN: 9788870781205

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recensione di Di Carlo, A., L'Indice 1989, n. 2

Il termine metapsicologia venne usato, come è noto, da Freud per indicare gli aspetti più teorici della ricerca psicoanalitica e la riflessione sui modelli concettuali che la sottendono. Questi studi di metapsicologia meltzeriani sono appunto un insieme di saggi che muovono dalla esperienza clinica dell'autore per esplorare e descrivere un modello concettuale. Vogliono essere una meditazione sulla "visione bioniana della mente", su uno dei modelli teorici più sofisticati e complessi che la ricerca psicanalitica post-kleiniana abbia prodotto e consegnato alla storia del pensiero psicoanalitico.
Dice Meltzer introducendo il suo libro: "Ciascuno scritto o capitolo è stato reso necessario da emozionanti esperienze cliniche e perciò ciascuno ha il proprio preambolo di riferimento alla visione bioniana della mente come apparato per creare pensieri, per rappresentare esperienze emotive e per usare tali pensieri per riflettere su queste esperienze" (p. XIV). Fermiamoci su queste poche righe; in esse sono sintetizzate alcune idee di Bion da cui Meltzer muove per dare significato alla sua esperienza clinica e per pensare in senso metapsicologico la nascita e il divenire della mente,il suo esprimersi e prendere forma nell'esperienza analitica.
L'idea di Bion da cui Meltzer muove è quella di una mente (cosciente-inconscia) che nasce e vive grazie ad un rapporto profondo con le emozioni e alla capacità di elaborarle e rappresentarle. In questo senso il pensiero di Bion si muove in continuità con tutta la riflessione metapsicologica kleiniana che assegna alla funzione simbolica un posto centrale nelle vicissitudini della vita psichica. Il potere di simbolizzazione, la capacità di accogliere, rappresentare, "significare" le emozioni è di fatto, in questa riflessione, la vita stessa della mente, la funzione vitale che le consente di sentire e pensare. All'interno di questo rapporto mente-emozioni vi sono le sorti della salute mentale: una mente che non elabora in rappresentazioni simboliche (sogni, ricordi, pensieri) la propria vita emotiva profonda tenderà, dice Bion, ad evacuare le proprie emozioni e si impoverirà in una caduta continua di significati, in un proliferare di sintomi. La vita e la crescita della mente umana sono dunque il frutto di un potere di simbolizzazione, si generano nel sogno, nel mito, nella metafora, in quella che possiamo chiamare una funzione estetica che contiene le emozioni, le delimita, le esprime e conferisce loro senso. È allora di questa esperienza estetica della mente che dobbiamo parlare se vogliamo cogliere il nucleo generatore che anima questi saggi di Meltzer e la novità della sua ricerca.
Vi è nella ricerca psicoanalitica una lunga tradizione di studi sul rapporto tra esperienza estetica e psicoanalisi. In Freud, e in molta letteratura freudiana e post-freudiana, è largamente presente l'idea di una vicinanza tra il lavoro analitico e l'intuizione che dei vissuti profondi della psiche hanno avuto i poeti. Ebbene,in questi saggi di Meltzer le distanze tra le due esperienze si riducono ulteriormente, e al lavoro analitico viene conferita una identità e un particolare segno di verità che lo avvicinano alla esperienza della poesia. L'esperienza estetica, la percezione e la comprensione della bellezza del mondo, ci dice infatti Meltzer,è il luogo in cui si generano il bisogno di conoscenza e i significati del mondo. L'esperienza degli oggetti estetici è un vero luogo originario della mente: è originario perché è in esso che il pensiero nasce al significato in ogni momento creativo della vita, ed è originario proprio nel senso analitico di un antico generarsi della mente nella prima infanzia, nelle prime relazioni tra la madre e il neonato, nel misterioso intrecciarsi di nascita biologica e nascita psicologica.
Nella ricerca kleiniana il desiderio di conoscere nasce nella prima infanzia dal desiderio di esplorare il corpo materno. Il mistero del corpo materno è all'origine della sete di conoscenza del bambino (sete di latte e conoscenza), che si sposta progressivamente nel corso della crescita sugli oggetti del mondo esterno, si traduce in gioco e in capacità di simbolizzare e pensare. Partendo da questo nucleo di pensiero Meltzer ci conduce a quella che mi sembra l'idea centrale della sua riflessione metapsicologica, all'idea che alle origini della mente vi sia lo stupore per la bellezza e il mistero del mondo, una "idea nuova" che è entrata nel suo lavoro e che viene da lui espressa con queste parole: "In principio c'era l'oggetto estetico e l'oggetto estetico era il seno e il seno era il mondo". (pag. 234). È un'idea suggestiva che serve a Meltzer per pensare il momento della nascita e a fare una congettura su ciò che accade all'uscita del bambino dall'utero (dal "claustrum") nel momento originario del suo ingresso nel mondo. La ricchezza infinita di sensazioni ed emozioni che il bambino sperimenta nell'impatto con il mondo sono il primo nucleo di una esperienza di mistero, bellezza e conoscenza. Sul seno, sul viso, poi sulla figura della madre, si concentrano così la meraviglia del bambino e le domande sulla bellezza dell'oggetto materno ma le domande sulla madre non sono solo domande su ciò che è esterno, sono domande su ciò che l'oggetto è al suo interno: il bambino si chiede come è fatto l'interno del corpo materno e, ancora di più, si chiede di che natura sia la vita mentale della madre (il suo mondo interno) che cosa pensa, sente, vuole la madre, quali i suoi affetti, quale la sua storia: sono queste le domande originarie sul bene, la bellezza e il mistero del mondo. Da queste domande muove il cammino verso il significato, si genera il movimento della mente verso la capacità di simbolizzare e pensare.
È un cammino segnato dalla natura della relazione tra madre e bambino, dalla presenza in questa relazione del sogno, della immaginazione, del padroneggiamento del dolore mentale. L'elaborazione del dolore accompagna infatti, in questa concezione,la nascita della mente e della bellezza. La mente nasce, dice Meltzer nella relazione con un seno che nutre e modula il dolore, nasce nella relazione di un bambino con una madre capace di cure. Se in questa relazione il bambino può proiettare la sua angoscia, la pena del non-senso, il bisogno di contatto, se nella mente di una madre capace di 'reverie' tutto questo viene accolto e dotato di significato, se la madre è in grado di accettare le proiezioni del bambino restituendogli un mondo di emozioni ordinato e tollerabile, se, in altri termini, la madre sa pensare e capire il dolore della mente del bambino e quindi sentire, simbolizzare, comunicare con lui (la "funzione alfa" di Bion), il bambino impara allora ad essere, ad esistere, impara a sognare, a pensare, ad immaginare. Alla funzione alfa della madre corrisponde così la funzione alfa del bambino che può sognare, pensare e dotare di significato il mondo perché qualcuno ha prima contenuto nella mente il suo amore ed il suo dolore, sognandolo, pensandolo. L'interesse del bambino ad esplorare e conoscere nasce dalla meraviglia e dalle domande sulla bellezza dell'oggetto e, insieme, da quanto l'oggetto-contenitore ha permesso al bambino di sentirsi compreso, da quanto il suo dolore è stato contenuto e interpretato nel linguaggio degli affetti. Queste considerazioni sulla storia più antica della vita psichica servono a Meltzer per riflettere sui "modi di lavorare della mente" in analisi. La psicoanalisi - egli dice - è un metodo per studiare il modo di lavorare della mente attraverso il transfert, un modo di scoprire la sua capacità di formare simboli e di "rappresentare il significato delle esperienze emotive, in modo che esse possano essere conservate come ricordo (piuttosto che memorizzate come dati) usate per pensare (piuttosto che essere manipolate da calcoli e operazioni logiche) e trasformate in varietà di forme simboliche per la comunicazione di idee (piuttosto che per essere semplicemente trasmesse come brani di informazioni)" (pag. l ).
È questa, in senso più ampio, la fuoriuscita dal "claustrum". Essa non è solo quella del bambino che nasce dall'utero alla vita, è la stessa nascita alla vita della mente che ogni uomo sperimenta quando passa da una vita "causale e automatica" allo stupore, alla comprensione della bellezza e ai linguaggi che la esprimono. Nella terapia il materiale clinico è allora interpretabile alla luce di questo oscillare tra presenza e assenza di significato, tra presenza e assenza di emozioni. La terapia è un cammino verso la parola che contiene relazioni ed emozioni (piuttosto che dati e informazioni) e la parola diviene di volta in volta, nella relazione analitica, un "contenitore di nuove costellazioni e sfumature di emotività". È in questo senso che il lavoro analitico acquista le risonanze del lavoro poetico: dalla comprensione della bellezza, dalla modulazione del dolore nasce, anche in analisi, il libero movimento di una mente capace di tessere legami di senso.
Non sono solo queste le idee che animano le pagine meltzeriane: i capitoli sulla famiglia e i modi dell'apprendere in relazione alle configurazioni familiari, quelli sulla verità e la bugia, danno la misura della ricchezza e dello spessore di questa riflessione metapsicologica. Sono idee e problemi che nascono dal lavoro clinico e dall'insegnamento (si tratta spesso di casi presentati a Meltzer in supervisione da altri analisti), che esplorano aspetti nuovi e profondi della mente in modo assolutamente originale, che si affidano a pagine cariche di suggestione ma di non facile lettura. Sono pagine che vanno lette alla luce di un sapere psicoanalitico molto specifico, quello kleiniano-bioniano di cui abbiamo parlato. Senza questo strumento concettuale, il lettore può trovarsi di fronte a notevoli difficoltà e talora ad oscurità; con questo strumento, con questo "apparato per pensare", può viceversa lavorare sul significato di idee nuove, complesse e difficili.