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Il sussurro del mondo - Richard Powers - copertina
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Descrizione


Libro vincitore del Premio Pulitzer 2019 per la narrativa.
Un’opera immensa, un appassionato atto di resistenza e impegno, un inno d’amore alla letteratura, al potere delle storie, alla grandiosità della natura.

«Un romanzo splendido che assegna agli alberi un ruolo narrativo meravigliosamente efficace»La Lettura

«Un romanzo dalla costruzione geniale, rigoglioso e ramificato come gli alberi di cui racconta: la meraviglia della loro interazione evoca quella degli uomini che vi vivono accanto.» - Dalla motivazione della giuria del Pulitzer

Patricia Westerford - "Patty-la-Pianta" - comincia a parlare all'età di tre anni. Quando finalmente le parole iniziano a fluire, assomigliano piuttosto a un farfugliare incomprensibile. L'unico che sembra capire il mondo di Patricia, sin da piccola innamorata di qualsiasi cosa avesse dei ramoscelli, è suo padre - "la sua aria e la sua acqua" - che la porta con sé nei viaggi attraverso i boschi e le foreste d'America, a scoprire la misteriosa e stupefacente varietà di alberi. Cresciuta, dottorata ribelle in botanica, Patty-la-Pianta fa una scoperta sensazionale che potrebbe rappresentare l'alfa e l'omega della natura, il disvelamento del mistero del mondo: il compimento di una vita spesa ad ascoltare e guardare gli alberi, sin dalla nascita. Ma in realtà questo è solo l'inizio. Intorno a Patty-la-Pianta si intrecciano i destini di nove indimenticabili personaggi che a poco a poco convergono in California dove una sequoia gigante rischia di essere abbattuta da uomini sordi e ciechi. Il sussurro del mondo è un'opera immensa, un appassionato atto di resistenza e impegno, un inno d'amore alla letteratura, al potere delle storie, alla grandiosità della natura.
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Dettagli

2019
23 maggio 2019
658 p., Rilegato
9788893449021

Valutazioni e recensioni

4,29/5
Recensioni: 4/5
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Nini
Recensioni: 5/5
Bellissimo

Il premio Pulitzer difficilmente delude e anche in questo caso il libro è davvero molto bello. Una storia corale, in cui personaggi, storie e alberi si intersecano in modo incantevole

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Lina
Recensioni: 5/5
Il sussurro del mondo

Storia molto attuale complessa ma raccontata benissimo

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vale
Recensioni: 5/5

Pensavo meglio

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Recensioni

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Voce della critica

A diciassette anni ho letto i primi libri adulti. Tornavo a casa da scuola, mi chiudevo in camera e mi dividevo tra Cent’anni di solitudine e Erri de Luca, tra Camus e Il gabbiano Jonathan Livingston. Senza fare troppe distinzioni. Era l’inizio: quella fase in cui cominci a essere un lettore forte, in cui ti abbuffi senza criterio e poni le basi del lettore futuro. Da allora il sapore di un paio di storie che hai amato, anche senza averle capite, lo cercherai in tutte le altre storie, trovandolo quasi mai. È stato in quel periodo che mi sono imbattuto per la prima volta in Cecità di José Saramago. Che non sarà al centro di questa recensione: tranquilli, non siete nel posto sbagliato.

Ciò che mi ha colpito in Cecità era la forza impetuosa della voce, il massimalismo della lingua, il minimalismo delle figure. Soprattutto, la corporeità: c’era, in quel libro – e, avrei scoperto, in tutti i libri di Saramago – una incredibile e inimitata attenzione all’uomo, alla vita materiale. Alle puzze, alle esigenze basse del corpo, al mangiare, al sesso. Idee, ideologie: poche. Tanti corpi. Nel mio cervello di diciassettenne brufoloso si è mosso qualcosa: da quel momento, mi ricordo, ho deciso con una certa solennità di definirmi materialistaconvinto che fosse un concetto positivo, che avesse a che fare essenzialmente con la centralità dell’uomo, comunque la si dovesse intendere (la mia filosofia era approssimativa: aveva il limite della mia età). Nasceva in me una specie di umanesimo.

Anni dopo ho imparato a differenziare. Adesso leggo con più ordine, un libro per volta, sottolineo con la matita: il lettore che sono diventato. A un certo punto della mia età adulta apro Il sussurro del mondo, motivato solo dalla vittoria del Pulitzer. Leggo le prime duecento pagine e inizio a trascurare gli esami dell’università. Faccio le notti. Ogni volta che lo chiudo e lo metto da parte provo una sensazione che non riesco a identificare. Continuo a leggere. Finisco il libro in una settimana. Solo alla fine, capisco. Eccolo, il sapore: è Saramago che mi chiama dal mio passato di aspirante libromane, che mi mette in guardia. Non ho bisogno di ragionarci troppo: ho appena finito di amare il primo libro non-umanista della mia vita.

Se ha qualche valore la pratica di mettere etichette ai libri che leggiamo, allora su Il sussurro del mondo possiamo mettere questa: che è un libro post-umanista, o forse pre-umanista, e comunque senza alcun dubbio non-umanista. Nel senso che è uno di quei pochi libri in cui le vicende degli uomini contano poco e niente, si intrecciano intorno a un cuore estraneo, un nucleo fatto di corteccia, foglie, rami, radici. Qui l’attenzione non è centrata sull’esperienza degli uomini, che pure compare, rappresentata con rara sensibilità – lo sguardo è più ampio, si sofferma sulla natura intera; raccoglie l’uomo in via incidentale, solo perché ne fa parte.

Segnato come sono dall’esperienza di Saramago, non avevo immaginato che una letteratura di questo tipo fosse possibile. Che ce ne frega degli alberi? Certo, sono importanti, ma siamo più importanti noi. È più urgente una storia di dolore umano, di quella di una foresta. Richard Powers arriva dopo anni di incuria, con il suo sguardo severo mi fa notare che oltre il novanta percento delle foreste vergini in America è stato abbattuto. Che gli alberi hanno i loro modi per comunicare, che sono degli esseri viventi e forse meritano dei diritti. Che, soprattutto, abbiamo dimenticato cosa si prova a camminare in mezzo ai boschi, facendo attenzione per una volta alla voce del mondo, alle sue mille articolazioni; abbiamo dimenticato che nel pianeta in cui viviamo ci sono infinite cose da conoscere, a parte noi.

Persino la struttura, in questo libro, è organizzata prendendo a modello un albero. Quattro parti: Radici, Tronco, Chioma, Semi, di cui la più interessante è certamente la prima – nove storie separate, nove vite che si susseguono come in una raccolta di racconti, senza incontrarsi per le prime duecento pagine. Come delle radici, appunto. Ognuna di queste storie ha qualcosa a che vedere con gli alberi: dai personaggi che decidono di studiarli da vicino a quelli che semplicemente una volta vi inciampano. È questo il filo rosso che li lega, almeno per un po’, e che poi nella parte di mezzo e più verso la fine sfocia in una vera e propria guerra ecologista che coinvolge una buona parte di loro, e in certi casi li conduce alla morte.

È un libro amplissimo, pieno di sfumature, con il ritmo di una serie tv. Ho amato la cura delle ricerche e soprattutto la capacità di Richard Powers di giocare con il tempo, di andare avanti e indietro, di velocizzare e rallentare quando gli pare. Mi è parso che in questo romanzo, al di là del contenuto morale, ci fosse un notevole compendio di ciò che di meglio la narrativa letteraria, fino al 2019, è stata in grado di fare. L’unico aspetto negativo è una specie di sospensione che si trova nel mezzo: una parte un po’ noiosa, che si fa leggere con il pilota automatico. Una ragione della noia è questa: che le nove linee narrative non sempre sono impeccabili dal punto di vista drammaturgico (ma gliene puoi fare una colpa?).

L’altra ragione me l’ha suggerita Saramago. Il fatto è che tutto il libro è trascinato in avanti da un motore ideologico: ciò che spinge i personaggi a fare quello che fanno è questa passione ecologista. Per dirla con un esempio, se un ultimo saluto a una madre morta è una scena potente, un ultimo saluto a un albero tagliato è una scena potente neanche la metà. Non siamo abituati a empatizzare con gli alberi, questo è il punto; non riusciamo a farci coinvolgere. Per me è stato così, e pensandoci mi sento in colpa. Da chi dipende? Da noi, ça va sans dire. Dovremmo cercare di de-umanizzarci, anche se fa strano dirlo di questi tempi. Dovremmo scansarci dal centro del mondo. È complicato. Forse un giorno impareremo.

Pierpaolo Moscatello

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Finirà, ’sto mondo? Secondo il più recente report arrivato dal National Center for Climate Restoration, le previsioni viste finora sarebbero state fin troppo ottimiste, e per il 2050 avremo un miliardo di migranti climatici e un’ineludibile collasso della civiltà, salvo immeditati interventi globali. Di certo, e questo forse spiega il rapido disamoramento dei grandi media per Greta, tra questi “interventi” c’è la messa in discussione del capitalismo, ma altrettanto di certo nella soluzione c’entrano gli alberi. Non solo in termini di tutela – si pensi alla minaccia costituita da Bolsonaro alla foresta amazzonica – ma anche di rilancio: secondo il climatologo Crowther, se si aggiungessero 1.2 triliardi di alberi ai 3 presenti sul pianeta, si potrebbe innescare un cambio di rotta.
Non stupisce allora che la letteratura – allo stesso modo in cui, col proliferare di titoli distopici, aveva già intercettato la doppia ansia da collasso ecologico e crisi delle democrazie liberali – oggi venga a guardare sempre più alle piante, al punto che in alcune librerie sono apparsi scaffali dedicati.

La narrativa non sta a guardare, se è vero che l’ultimo Pulitzer per la fiction è andato al Sussurro del mondo di Richard Powers. L’etichetta di “Grande Romanzo Ecologista” – pur appropriata, dato che vi si raccontano avventure, delusioni e imprese di una schiera di attivisti ambientali – gli va forse un po’ stretta, dato che sottotraccia, in quest’epica corale i cui veri eroi sono letteralmente gli alberi, galleggia un’ipotesi (realistica, anche se difficile da inquadrare per una mente egoriferita come la nostra): che a essere minacciata sia solo l’umanità e non certo una natura che, nelle ispirate pagine di Powers, riacquista natura divina.

Recensione di Vanni Santoni

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Conosci l'autore

Richard Powers

1957, Evanston (Illinois)

Richard Powers è un romanziere statunitense, da sempre interessato alle scienze e all'effetto che la sperimentazione scientifica estrema può avere sull'umanità. Laureato in Letteratura (che ha prediletto a Fisica, sua prima scelta), ha lavorato per tanti anni come programmatore, prima di fare della scrittura un lavoro a tempo pieno. Ha pubblicato il suo primo romanzo, Tre contadini che vanno a ballare nel 1985 edito in Italia nel 1991, da Bollati Boringhieri), dedicandosi quindi alla carriera letteraria e accademica tra Olanda, Regno Unito e Stati Uniti. Vincitore di numerosi premi, tra cui il "MacArthur Fellowship" nel 1989 e il "Lannan Literary Award" nel 1999, in Italia ha pubblicato Il dilemma del prigioniero (Bollati Boringhieri, 1996), Galatea 2.2 (Fanucci, 2003)...

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