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Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste
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Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste - Marc Augé - copertina
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Descrizione

Raggiunta l'età in cui succede che qualcuno sul metrò si alzi per cedergli il posto, Marc Augé scava nei propri ricordi personali per sviluppare una riflessione, acuta e delicata, sul tempo che passa. "Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo", scrive il grande antropologo per evidenziare la differenza tra il tempo e l'età. Perché sono gli altri a dire che siamo vecchi, a definirci secondo luoghi comuni, ma questa etichetta resta superficiale e lontana da quel che avvertiamo dentro di noi... Dunque, la vecchiaia non esiste. Certo, i corpi si logorano ma la soggettività resta, in qualche modo, fuori dal tempo ed è così che, come scrive Augé alla fine di questo libro, "tutti muoiono giovani".
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Dettagli

2014
15 ottobre 2014
104 p., Brossura
9788860306937

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gozynga
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Non posso ritenere questo testo meritevole di nota; Sarebbe bello un compendio di tutti gli essay di Marc Auge in un unico volume, queste pubblicazioni brevi sembrano come un vendere per vendere.

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luciano
Recensioni: 4/5

Libro che affronta la vecchiaia in modo brillante e ironico. Non mancano perle di saggezza. Di se stesso dice di sentirsi " stagionato o meglio stravecchio", ma di "qualità", così come si dice di un ottimo armagnac invecchiato, in altre parole, da vecchi non bisogna " negare il fardello del tempo, bensì, al contrario, esaltarne la qualità". E, poi, nella società di oggi c'è l'ossessione a " rimanere giovani" e senza tregua ci si accanisce sull'esercizio fisico, però arriva il momento " in cui cadono le maschere, in cui la cruda verità dell'età si manifesta platealmente"; c'è chi subisce questa verità come una doppia sofferenza sia fisica, sia morale. L'autore, allora, raccomanda di fare una visita in ospedali pediatrici o per adolescenti per capire " che qualunque cosa possa loro ( i vecchi) capitare, sono comunque sfuggiti al peggio." Che fare allora? Domandare al proprio corpo solo quello che è in grado di fare, risparmiandosi e godendosi la vita, in modo che si possa dire di loro: "Cinque minuti prima di morire, Monsieur de La Palisse era ancora in vita".

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luciano
Recensioni: 4/5

Libro che affronta la vecchiaia in modo brillante e ironico. Non mancano perle di saggezza. Di se stesso dice di sentirsi " stagionato o meglio stravecchio", ma di "qualità", così come si dice di un ottimo armagnac invecchiato, in altre parole, da vecchi non bisogna " negare il fardello del tempo, bensì, al contrario, esaltarne la qualità". E, poi, nella società di oggi c'è l'ossessione a " rimanere giovani" e senza tregua ci si accanisce sull'esercizio fisico, però arriva il momento " in cui cadono le maschere, in cui la cruda verità dell'età si manifesta platealmente"; c'è chi subisce questa verità come una doppia sofferenza sia fisica, sia morale. L'autore, allora, raccomanda di fare una visita in ospedali pediatrici o per adolescenti per capire " che qualunque cosa possa loro ( i vecchi) capitare, sono comunque sfuggiti al peggio." Che fare allora? Domandare al proprio corpo solo quello che è in grado di fare, risparmiandosi e godendosi la vita, in modo che si possa dire di loro: "Cinque minuti prima di morire, Monsieur de La Palisse era ancora in vita".

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La recensione di IBS

“Invecchio, dunque vivo. Sono invecchiato, dunque sono”.
Tutti, se siamo fortunati, invecchiamo. Ma la vecchiaia è, come comunemente si suol dire, “una brutta bestia”, un “animale permaloso” che bisogna conoscere bene per non permettergli di aggredirci. “Dimmi come invecchi e ti dirò chi sei stato”. Vero, ma per giudicare bisogna conoscere meglio l’essenza del tema.
Uno dei ruoli degli intellettuali come Augé – etnologo e scrittore celebre per la sua teoria dei non-luoghi – è farci riflettere su ciò che tendiamo a ignorare o sottovalutare, metterci di fronte a quello specchio che anno dopo anno rifletterà un volto diverso, irriconoscibile, lontano dall’immagine che ognuno di noi mantiene dentro. Una delle caratteristiche fondamentali della società occidentale degli ultimi decenni è la capacità, la volontà di rimozione di alcune categorie spazio-temporali. Le distanze geografiche quasi azzerate , ad esempio, negli spostamenti aerei fanno perdere il senso della lontananza anche culturale di paesi e popoli, così come la volontà di cancellare la vecchiaia, di rimuoverla nel pensiero comune costringe a fare i conti con il passare degli anni – se ci si arriva in salute - spesso all’improvviso (come un atterraggio imprevisto in una terra sconosciuta) e con imbarazzo, fastidio, dolore.
Stefan Zweig ne Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, scriveva: “Così gli anni scorrevano, lavorando e viaggiando, imparando, leggendo, collezionando e gustando. Una mattina del 1931 mi sono svegliato: avevo cinquant’anni”. Dimentichiamo che in questo testo c’erano già le premesse del suo suicidio e cogliamone il lato didascalico, che Augé raccoglie e rilancia traendo spunto anche da altre autobiografie illustri in cui la scrittura diventa lo strumento che permette all’autore di sostituire l’età con il tempo.
Rimandiamo la vecchiaia, cerchiamo di respingerla fermandola attraverso il corpo. “Se si vuole rimanere giovani si deve insegnare al corpo a dissimulare o mentire. Mentire a chi? Agli altri e a se stessi”.
Paradossalmente possiamo dire che sia vero pure il contrario. Tutta la nostra esistenza è scandita dall’età e dai limiti che questa età impone, la società ci ricorda continuamente in quale punto dell’arco della vita siamo posizionati e, di conseguenza, il ruolo che svolgiamo; raggiunto il suo vertice diventa molto difficile affrontare la curva discendente. Le persone che ci stanno accanto ci mettono di fronte alla realtà in molti modi, ma “io sono davvero questi quaranta, cinquanta, sessant’anni o più attraverso i quali mi trovo condannato a definirmi? In un certo senso è così e sono gli altri, la società e le sue regole che lo decidono”.
Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo: “nessuno si riduce alla semplice apparenza della sua età fintantoché gli rimane un po’ di consapevolezza”.
Non tutti invecchiamo nello stesso modo, com’è ovvio: “non si invecchia alla stessa età a seconda di un’origine sociale o il genere di attività svolta” (e noi aggiungeremmo anche a seconda del genere uomo o donna). Talora all’imbarazzo nei confronti degli anni da dichiarare subentra l’orgoglio del traguardo raggiunto, il vanto di una condizione quasi di privilegio. “Prima di scagliare la pietra contro, diciamo, questi ‘esibizionisti’ dell’età – scrive ancora Augé -, riconosciamo loro comunque delle circostanze attenuanti. Se gli anziani giocano sulla loro età è perché gliela si rinfaccia tropo spesso, con maggiore o minore malizia, con cattiveria, con candore o indelicatezza”.
Al tempo stesso è motivo d’orgoglio non dimostrare l’effettiva età raggiunta perché “chi dimostra la sua età l’accetta supinamente” mentre chi non la dimostra ha presumibilmente “una vita attiva e sana, un’energia che ne attenua o rallenta gli effetti”. Dietro le parole, le definizioni, si nascondono giudizi, così come l’uso di un linguaggio particolare denota l’età. Anche nel gioco linguistico la vecchiaia può mascherarsi e apparire. E anche in questo caso il ruolo sociale, la preparazione culturale possono rappresentare una discriminante fondamentale.
Tra le maggiori pene dell’età più avanzata la malattia, ovviamente, la nostalgia e la solitudine: “gli altri tradiscono, disertano, si ritirano o muoiono. Non si può invecchiare a lungo senza vedere molti amici cari e parenti allontanarsi o scomparire”. E con loro un pezzo di noi. Al tempo stesso subentra un’indifferenza crescente nei confronti della contemporaneità e degli altri. Alcuni riescono ad affrontare tutto ciò e adattarsi, domandando al loro corpo e alla mente solo quello che sono in grado di fare, astutamente risparmiandosi. “Di tanto in tanto ci stupiamo dell’ottimo umore dimostrato senza dissimulazione degli anziani, che, per potersi godere la vita, sembrano aver atteso fino alla fine”. Sono senza dubbio quelli che vivono meglio, l’esempio da seguire, se possibile.
Una frase colpisce particolarmente: la vecchiaia, quell’insondabile e nebuloso tempo senza età che emerge da questo saggio (che, in fondo, genera molte più domande che risposte), si riassume in “qualche vuoto di memoria che riveste i giorni passati di una strana inconsistenza, la consapevolezza dei vincoli esterni di qualunque natura che hanno pesato sulla nostra vita fino al punto di farci dubitare, a volte, che sia stata davvero la nostra e, infine, il presentimento che il nostro futuro non si coordinerà con il presente più di quanto quest’ultimo con il passato che l’ha preceduto ma gli sfugge”.
In sostanza: la vecchiaia non esiste e tutti muoiono giovani.

A cura di Wuz.it

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Marc Augé

1935, Poitiers

Antopologo ed etnologo francese, Augé ha rivestito il ruolo di Direttore di ricerca all'ORSTOM (oggi IRD) fino al 1970, quindi "directeur d'études" presso l'EHESS di Parigi, ha compiuto numerose missioni in Africa, in particolare in Costa d'Avorio e in Togo. Dalla metà degli anni Ottanta ha diversificato i suoi campi d'indagine. Ha quindi compiuto diversi viaggi in America Latina.  Partendo da un osservatorio più vicino, in Francia e in particolare Parigi, si dedica ormai da molti anni alla costruzione di una "antropologia dei mondi contemporanei".La fama in ambito scientifico arriva con le sue ricerche sul campo in Costa d’Avorio e nel Togo concernenti la malattia, la morte e i sistemi religiosi (Le Rivage alladian, 1969; Théorie...

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