Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa

Curatore: B. Tinti
Editore: Chiarelettere
Collana: Reverse
Edizione: 4
Anno edizione: 2007
Pagine: 181 p., Brossura
  • EAN: 9788861900301
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Recensioni dei clienti

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    ANDREA

    28/02/2014 15:48:30

    Bellissimo libro sulla giustizia/ingiustizia italiana

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    Lorenzo Panizzari

    26/05/2012 14:18:25

    Divertente e rilassante (un po' troppo caro, 12E) ma senza spunti di riflessione; libro di anti-qualcosa (politica? istituzioni?) dove la magistratura è la povera vessata da leggi pazzesche ma nel contempo anche rifugio di malaffare, luogo di rendite di posizione e di intrallazzi per interessi privati/locali a scapito del doveroso compito al servizio della collettività. Nel finale la critica si concentra sulla politica che fa le leggi e si responsabilizza la magistratura, ma poco, specificando che è una reazione alla cattiva politica. Si compone di una serie di racconti di fatti reali (o presunti tali, poterebbero benissimo essere storie inventate da un bravo giurista) che tratteggiano situazioni tra il surreale ed il comico, se non fosse drammatico ricordarsi che (realtà o fantasia che sia) si basano su leggi realmente applicate. Il libro è di facile lettura ed ironico, ma ha due grandi difetti: il primo è l'assenza di proposte migliorative (si critica la situazione, perché non proporre?); il secondo è l'anonimato degli scrittori ed i nomi di fantasia usati per i racconti, in pratica si racconta il malaffare ma senza vere denuncie e senza scoprirsi (cane non mangia cane, ed anche io tengo famiglia).

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    Stefano Facci

    12/01/2010 15:53:46

    Un libro illuminante sullo stato della giustizia in Italia. Con esempi molto pratici anche per i profani che spiegano dettagliatamente per quali motivi (e nell'interesse di chi) la macchina della giustizia è perennemente ostacolata.

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    Gia

    05/01/2010 14:57:19

    Un libro fatto veramente bene, semplice e di facile comprensione anche per chi non è un esperto di diritto. Spiega molti problemi del nostro attuale sistema giudiziario italiano. Consigliatissimo a tutti, dai più giovani ai meno giovani.

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    Angelo

    28/04/2009 15:12:50

    Serio, lucido, illuminante. Questo libro, non solo per gli addetti ai lavori, anzi proprio per noi altri, spiega a chi vuole saperne di più la grovigliata matassa della legislatura italiana. Palcoscenico principale è il tribunale, dove oscuri attori chiamati delle volte avvocati o giudici danno vita a scene vergognose che portano il nostro paese ad essere uno dei più scadenti a livello giudiziario. Alta letteratura d'Inchiesta. Ci fossero altri libri così... Grazie comunque a Chiarelettere.

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    Paraguay

    23/04/2009 14:17:06

    Mi rivolgo a tutti coloro che come me hanno dei figli ancora piccoli: facciamo del tutto affinchè possano studiare e vivere in un paese civile: all'estero!!!!

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    Dino

    02/02/2009 00:35:01

    Splendido! Una lezione d'alta scuola contro l'ignoranza che avvolge tutta la popolazione italiana su come la giustizia sia parte integrante della nostra vita e su come la politica la stia manipolando per i suoi SPORCHI scopi!

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    Pier Paolo

    19/01/2009 12:17:12

    Un ottimo libro, semplice e diretto; tutti gli Italiani dovrebbero leggerlo per capire perché la giustizia non funziona e lamentarsi con chi di dovere.

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    Marco

    05/11/2008 20:31:49

    " Deve cambiare la cultura etica del nostro paese". Un libro notevole, che con un pò di ironia, penetra nelle menti dei non addetti ai lavori. Val la pena affiancarlo ai manuali di procedura penale. Cos'è l'atto di citazione diretta a giudizio? E' quel documento con il quale lo Stato dice a un cittadino:" Mi risulta che hai violato le mie leggi.Ora ti do la possibilità di discolparti, ma se alla fine del processo risulterai colpevole, ti punirò." Sublime.

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    Matteo

    05/07/2008 21:44:29

    un libro per capire la giustizia da dietro le quinte. Un quadro desolante, ma la speranza, tenacia e volontà di andare avanti. Da leggere

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    Pietro Valeri

    29/05/2008 18:07:26

    Un saluto di solidarietà a quei magistrati che, pur sapendo di fare un lavoro molto spesso a vuoto, continuano a svolgere il loro dovere. Libro accessibile anche ai non addetti ai lavori. Scritto con ironia che forse è il solo modo per non abbatterci del tutto.

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    annalisa

    08/03/2008 14:15:58

    E' un racconto veloce, vivo e vivace, della realtà magistratuale della nostra Italia, che purtroppo non ne esce particolarmente bene. Comprensibile, schietto e ironico, attento alla spiegazione degli istituti giuridici e dei meccanismi del sistema, per una fruizione il più possibile ampia: un libro non solo per gli addetti ai lavori ma anche per chi guardando la tv o leggendo i giornali, si chiede sempre come sia possibile che certe cose funzionino in un certo modo, anche giudizialmente. Questo libro pertanto è un ottimo modo per guardare al sistema giudiziale dal punto di vista di chi vi trova dentro e commenta, a ragion veduta, le nefandezze di chi fa le leggi per poi aggredire la magistratura quando non le applica a favore del potere politico. Mi auguro sia straletto: un buon modo per capire "come " e "perchè" si arrivi ad applicare certe regole, tante volte spinte nel cesto delle leggi solo per favorire una certa politica corrotta e che cerca costantemente di corrompere. Questo libro ci invita a CAPIRE e STUDIARE ciò di cui tante volte ci formiamo opinioni "qualunquiste", per l'ideale della giustizia vera.

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    Emanuele D'Ippolito

    05/03/2008 22:44:14

    Un libro molto interessante, che offre uno spaccato sulle disfunzioni della giustizia - specialmente penale - in Italia e un'attendibile chiave di lettura sule varie cause della stessa, dispensando, nel contempo, preziose informazioni.

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    davide85

    17/02/2008 11:50:01

    Assolutamente lucida e(purtroppo)disillusa la rappresentazione della quotidianità dell'amministrazione della giustizia in Italia. Il sistema non funziona.Ma perchè non funziona? Perchè la casta a partire dagli anni '70 si è adoperata anima e corpo affinchè ciò avvenga!!(per non parlare del nefasto quinquennio 2001-2006...). All'orizzonte non si vedono (purtroppo) soluzioni. Povera Italia.

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    simona

    10/02/2008 18:10:58

    Ragazzi, dopo aver letto questo libro mi veniva da piangere.... per come questa povera Italia è conciata.... che pena..... Ottimo libro. Complimenti all'autore.

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    Michele

    06/02/2008 10:55:41

    Un libro eccezionale. La situazione della giustizia italiana raccontata con chiarezza e semplicità. Oltre alle vergognose leggi ad uso e consumo dei "potenti", mi ha colpito in particolar modo l'incredibile facilità di comprensione anche per un non addetto ai lavori come me. Si legge come se fosse un romanzo. L'impegno di Tinti è stato davvero notevole. Merita molto.

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    Gigi

    26/01/2008 16:38:09

    Per un giovane laureando in giurisprudenza come il sottoscritto questo libro è fondamentale.Tutte le storture del sistema sono sottolineate con cura e ironia ma anche con allarmante rassegnazione.Vergognoso che l'italia abbia un simile sistema giudiziario,nessuno interviene nessuno fa niente

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    roxy

    09/01/2008 14:58:25

    Libro interessantissimo e scritto in modo comprensibile ai più pur trattando un argomento molto contorto, ovvero il degrado della giustizia in italia. Quando arrivo alla fine di testi come questo o quelli di travaglio e molti altri che portano prove su malcostume, degrado e corruzione di coloro che dovrebbero dare il miglior esempio di onestà e trasparenza, mi chiedo: perchè ci indignamo così poco? Perchè deve arrivare un comico come Beppe Grillo a trascinare la gente in piazza? Cosa possiamo fare per ribellarci a tutto ciò? Lancio la domanda nella rete.......

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    Giacomo Di Girolamo

    02/01/2008 10:44:40

    Forse il migliore libro sulla Giustizia mai scritto in Italia. Esperienze dal campo raccontate da magistrati in maniera ironica e disincantata, con un utile manualetto di procedura penale che ci fa cpaire il disastro totale dell'Amministrazione Giudiziaria nel nostro Paese. Una considerazione a margine: da Carofiglio a De Cataldo, passando per tutti gli innumerevoli autori di "Toghe rotte", perchè i magistrati in Italia scrivono così bene? E, soprattutto, dove lo trovano il tempo per scrivere? Sarà anche per questo che la magistratura non funziona....?

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    Stefano

    20/12/2007 19:00:52

    Sono rimasto sconvolto dalla lettura di questo libro. L'ultimo capitolo mi stava facendo venire voglia di urlare... Assolutamente da leggere.

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Il sottotitolo potrebbe indurre fraintendimenti. I "racconti" riguardano solo la giustizia penale. E nella stragrande maggioranza dei casi non secondo il punto di vista di chi la "fa", bensì di chi la promuove, il pubblico ministero, che è poi la professione del curatore. Un libro di agevole lettura per i non addetti ai lavori, ai quali essenzialmente è rivolto. Grazie alla scelta di rifuggire dai tecnicismi, a favore di un linguaggio molto semplice, addirittura venato di giovanilismo e con sparse concessioni al turpiloquio. Si paga il costo di qualche imprecisione e grossolanità nella descrizione di singoli aspetti del processo penale, che però si lasciano perdonare grazie all'esattezza del quadro di insieme e anche al divertimento che a tratti si ricava dalla lettura.
Un desolante quadro di devastazione, che emerge anche dai risvolti amaramente comici. I racconti di Bruno Tinti e dei suoi anonimi (chissà perché) collaboratori si occupano soprattutto dei delitti commessi dai cosiddetti colletti bianchi. Delitti per i quali l'inefficienza della giustizia penale si segnala non già per l'incertezza della pena di cui tanto si parla, ma per la certezza pressoché assoluta della sua non applicazione.
Uno stato delle cose che giustifica non solo la civile indignazione manifestata dagli autori, ma anche il senso di frustrazione già evocato dal titolo del libro. Chi indaga su abusi edilizi, truffe allo stato o alla Comunità europea, corruzione, concussione, falsi in bilancio, evasione fiscale – e si tratta spesso di indagini complicate e impegnative su delitti che destano (dovrebbero destare) un grave allarme sociale per le conseguenze rovinose sulla vita della collettività – sa già in partenza che il suo sarà un lavoro fatto per niente: il colpevole non sconterà (quasi) mai la punizione. Di qui, osservo di passaggio, la comprensibile tentazione dei pubblici ministeri di chiedere e spesso ottenere la custodia cautelare in carcere, anche quando l'esistenza dei relativi e molto restrittivi requisiti di legge appare dubbiosa, all'evidente scopo – ovviamente non dichiarato – di far scontare almeno un breve periodo di privazione della libertà al presunto colpevole prima di una condanna, minacciata dal codice, ma che non verrà mai.
Le cause denunciate di questo inutile girare a vuoto sono numerose. Su molte di esse non si può che concordare. Su altre bisognerà esprimere preoccupate obiezioni.
È certamente vero che recenti interventi del legislatore dimostrano la volontà di sottrarre il ceto politico e imprenditoriale (moltissimi politici sono imprenditori o parenti o affini di imprenditori) alla responsabilità penale per alcune categorie di reati. Nella scorsa legislatura una tra le più famigerate cosiddette leggi ad personam ha in buona sostanza depenalizzato il falso in bilancio: rimane il titolo di reato, ma circondato di tali ostacoli da renderne la repressione praticamente impossibile. Si tratta di un caso eminente di ipocrisia legislativa. Fenomeno purtroppo frequente, sul quale varrebbe la pena che si esercitassero le capacità concettuali e ricostruttive di qualche eminente giurista.
Ed è anche vero che i vizi denunciati nell'esercizio dell'autogoverno della magistratura, fondamentalmente dovuti alla degenerazione corporativa delle correnti, influiscono negativamente sull'efficienza dell'amministrazione della giustizia nel suo complesso e rappresentano la causa non ultima dell'interminabile durata dei processi. Giusto contestare la perenne positività dei giudizi sull'impegno e la professionalità dei magistrati, così da rendere burocraticamente automatica la carriera "economica" senza guardare al merito. Ancora più giusto lamentare che la scelta dei dirigenti troppo spesso viene praticata guardando agli equilibri di corrente, piuttosto che alle esigenze della funzione. Si legga al riguardo l'esilarante descrizione dell'incapacità e delle tendenze al quieto vivere di un presidente di tribunale nell'unico "racconto" dedicato all'attività giudicante.
Né si può dubitare del fatto che l'assurda disciplina della prescrizione, che non prevede l'effetto interruttivo a seguito dell'esercizio dell'azione penale (come avviene per l'esercizio dell'azione civile), contribuisce enormemente all'inflazione dei procedimenti e alla conseguente semiparalisi del meccanismo giurisdizionale. Una grande percentuale di processi è infatti tenuta in piedi da imputati sicuramente colpevoli, ma abbastanza ricchi da poter sostenere i costi della difesa nei diversi gradi di giudizio, al solo scopo di ottenere la declaratoria di proscioglimento per prescrizione, con inevitabile effetto di circolo vizioso sulle durate processuali. L'ovvia conclusione tratta dal curatore è che la giustizia penale ha una forte connotazione di classe, riducendosi, a parte le causes célebres per i grandi delitti di sangue che attirano l'ossessiva attenzione dei media, a somministrare la galera a legioni di poveracci (molti extracomunitari) che delinquono per cercare un sostentamento. Che gli insufficienti strumenti di welfare e di promozione del lavoro non assicurano, bisognerebbe aggiungere. Fenomeno del resto non solo italiano (si veda il bel saggio di Elisabetta Grande sull'ordinamento nordamericano recensito in questa rivista, cfr. "L'Indice", 2007, n. 10).
Le perplessità nascono quando tra le cause del disastro che affligge i meccanismi repressivi della criminalità il curatore elenca puntigliosamente i diversi aspetti "indulgenziali" del sistema, concepiti come se contribuissero ai fallimenti subiti dall'esercizio dell'azione penale. Qui probabilmente gioca la funzione di pubblico ministero esercitata dal curatore e da gran parte degli anonimi autori. Come se, per ragioni di mestiere, un accusatore pubblico dovesse tendere a concepire esclusivamente la funzione punitiva del carcere, così da sentirsi sconfitto quando la pena viene fortemente ridotta o addirittura sostituita da misure alternative a seguito dell'applicazione di diversi istituti, come gli sconti di pena per buona condotta, il regime di semilibertà, l'affidamento ai servizi sociali. Viene totalmente ignorata e anzi probabilmente sentita come estranea o addirittura nemica la funzione rieducativa della pena, al punto da definire "famigerata" la legge Gozzini. Vale a dire quell'intervento legislativo con la prima firma di un grande intellettuale prestato alla politica che in tempi migliori si era proposto di attuare il principio sancito dall'articolo 24 della nostra Costituzione. Difficile sottrarsi all'impressione che alla base di questi giudizi stia l'ideologia securitaria che si esprime nell'abusata parola d'ordine della "tolleranza zero", segno dell'involuzione, per non dire dell'imbarbarimento dell'oggi. Anche se, naturalmente, bisogna essere d'accordo quando la critica si appunta, invece, sull'applicazione lassista e burocratica dei provvedimenti sostitutivi del carcere, previsti dalla legge sulla base di presupposti da accertare con il necessario rigore. Sergio Chiarloni