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Walter Kirn

Traduttore: M. Baiocchi, A. Tagliavini
Editore: Rizzoli
Collana: 24/7
Anno edizione: 2010
Pagine: 321 p. , Brossura
  • EAN: 9788817037884
In un certo senso The Hurt Locker e Up in the air, il film con George Clooney tratto dal romanzo Tra le nuvole di Walter Kirn, hanno qualcosa di più in comune oltre all'essere stati entrambi candidati agli ultimi Oscar. Eppure, a prima vista, non c'è niente di più diverso: mentre il primo è drammatico come solo le avventure di un artificiere in Iraq possono essere, il secondo è una commedia sofisticata solo a tratti velata di amarezza.
Ryan Bingham è un consulente specializzato nella "ricollocazione professionale" – ovvero, nell'eufemistico linguaggio del lavoro contemporaneo, un tagliatore di teste, un artista del licenziamento – che trascorre la maggior parte della sua vita nell'Airworld. Questa è una delle invenzioni più felici di Krin: con "Airworld" Ryan indica quella nazione dentro la nazione (o meglio: sopra la nazione), composta dalle compagnie aeree, dagli aeroporti, dalle poltrone in finta pelle delle sale d'attesa, dagli snack serviti a bordo, dalle amicizie che durano il tempo di una tratta. Deciso a mollare l'azienda per cui lavora, Ryan non ha più altro scopo che accumulare l'astronomica cifra di diecimila miglia come frequent flyer: ne mancano poche ormai, e il romanzo, attraverso la voce affabile e confidenziale dello stesso Ryan, racconta le vicende di quest'ultimo, ricapitolativo, viaggio.
Il libro, con la sua riscrittura "up in the air" dei classici stilemi "on the road", è gradevole e offre l'intrattenimento necessario quantomeno per il tempo di un volo (anche se il ritmo cala verso la fine). Se però, giunti a destinazione, volessimo leggere il romanzo di Kirn come un (involontario) documento torneremmo al paragone con il film di guerra: così come lo scatenato artificiere di The Hurt Locker è un soldato letteralmente drogato di rischio, e come tale dipendente dall'adrenalina del conflitto, così il dirigente di Tra le nuvole assomiglia a un soldato perennemente mobilitato sul fronte interno del mercato, un tossico dell'adrenalina lavorativa, a casa sua solo in quello spazio matematico che sono gli aeroporti e le rotte aeree (l'Airworld è un mondo in cui tutto, dai passeggeri ai flussi di dati, dallo scalo merci allo spostamento di persone e simboli, viene ridotto a numero, geometria e calcolo del rischio: in questo perfettamente congruente tanto ai moderni campi di battaglia elettronici quanto al mercato finanziario globale. Più che l'ormai un po' logoro concetto di "non luogo", bisognerebbe tener presente i lavori di Arjun Appadurai).
In effetti c'è un che di sinistro – si legge bene, per quanto sottotraccia, nel disagio del protagonista – in questa momentanea fratellanza che si instaura tra i passeggeri di un volo: è una comunità legata prima di tutto, quando non unicamente, dalla paura di precipitare. La catastrofe, sia essa globale (climatica, terroristica, finanziaria) o individuale (il lavoro che si perde, il licenziamento), diventa l'orizzonte trascendente di ogni esperienza, l'unico collante che tiene insieme la comunità. Il romanzo è del 2001 e, a quanto pare, stava andando bene fino all'11 settembre, quando ha subito un calo nelle vendite. Di certo non avrà aiutato il disegno in copertina della prima edizione: tra alcuni omini in giacca e cravatta che volano e si incrociano in cielo se ne vede, poco più in là, uno precipitato a terra tra le fiamme. Tra le nuvole trova così il suo posto (un posto diverso da quello che aveva prenotato) in una piccola bibliografia di "letteratura e aerei", il compagno brillante e ciarliero dei più corrucciati Amis di Il secondo aereo, il DeLillo di L'uomo che cade, o United 93, il film ambientato all'interno del volo che l'11 settembre è precipitato prima di schiantarsi sul Pentagono.
Francesco Guglieri

Recensioni dei clienti

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    pcologo

    11/03/2012 10.53.17

    Il libro è di una noia mortale e poco comprensibile, se non ai frequent flyers statunitensi che possono apprezzare riferimenti a quell'ambiente e ai personaggi che lo animano, spesso sull'orlo della depressione e dell'esaurimento nervoso. Non se ne apprezza una trama con qualche senso logico, il linguaggio è disarticolato e la narrazione frammentaria. Meglio il film.

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