Traduttore: V. Parisi
Curatore: L. Bernardini
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2007
In commercio dal: 21 marzo 2007
Pagine: 298 p., Brossura
  • EAN: 9788845921391
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Descrizione

Ha detto Milosz che a scrivere versi non è l'abilità della mano, ma "il cielo, a noi caro ancorché scuro, / qual videro i genitori e i genitori dei genitori / e i genitori di quei genitori / nel tempo che fu". Per Adam Zagajewski "voce sommessa sullo sfondo delle immense devastazioni di un secolo osceno, più intima di quella di Auden, non meno cosmopolita di quelle di Milosz, Celan o Brodskij" (Walcott) - quel cielo è Leopoli (oggi l'ucraina L'viv), la città della Galizia "dove dormono i leoni", che alla fine del secondo conflitto mondiale intere famiglie dovettero abbandonare per essere deportate nella Slesia sottratta alla Germania e assegnata alla Polonia. Cristallizzata dalla memoria e purificata dalla nostalgia, Leopoli si trasforma così in luogo concreto e insieme invisibile, familiare e sconosciuto, sacrario che "non è opportuno visitare", come se "la bella definizione di docta ignorantia avesse abbandonato le pagine dei libri per divenire una ferita aperta sulla verde mappa dell'Europa". Ma senza il grigio approdo di Gliwice (nell'Alta Slesia), mortificata dai modelli imperanti del socialismo reale, città terrena e regno dell'immanenza, la trascendente e celeste Leopoli, per sempre perduta, non potrebbe continuare a vivere. Né il viaggiatore-poeta saprebbe ritrovare "la vita di prima della catastrofe, la folla di prima della catastrofe, le nuvole, le vetrine, i cespugli di sambuco di prima della catastrofe". E, sempre straniero e sempre in cerca di una patria, scorgere il proprio volto.

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Che la tassonomia possa essere il "coronamento di una contemplazione quasi amorosa", ce lo dimostra il poeta polacco Adam Zagajewski, che non teme l'implacabilità delle tipologie, anzi, vi ricorre con entusiasmo e verve, per dare nome e coerenza a un mondo che sa spaccato, diviso, tanto splendido quanto triviale. Sotto questa luce dovremmo leggere il tentativo, all'apparenza un po' avventato, di suddividere, sin dalla prima pagina, il genere umano in tre specie, "stanziale, emigrante e senza dimora". Del resto, suo fine è illustrare la sua appartenenza a quest'ultima tipologia, vera protagonista del volume. Due città, la più compiuta e intensa delle prose raccolte in Tradimento, è la storia di una lacerazione antropologica e geo-poetica, di un soggetto diviso tra la trascendenza di un Country of the Mind e l'immanenza di una dislocazione sospetta e non conciliante. Da un lato, sta Leopoli, (Lemberg, Lwów, L'viv), abbandonata a soli quattro mesi di vita, la città degli avi, la "semper fidelis" alla polonità, capitale dell'Atlantide galiziana ai tempi dell'Imperial Regio, divenuta ucraina dalla notte al giorno, "cristallizzata dalla memoria e purificata dalla nostalgia"; dall'altro, invece, sta Gliwice, cittadina industriale dell'Alta Slesia, terminal della deportazione, il cui grigiore socialista divenne lo schermo opaco ove si riflesse il sogno topofilico di tutto un popolo di déracinés: la Leopoli dei leoni dormienti, appunto. Con premesse simili, è forse più facile soppesare e valutare la merce rara che Zagajewski – considerato ormai un classico in Polonia e in profumo di Olimpo, alla stregua dei suoi amici adelphiani, Miłosz, Walcott, Herbert e Brodskij – ci offre: gioielli di scrittura, se non sinistri, certo inquietanti, come il quintetto per archi di Mozart citato a congedo di Due città, un Allegro piuttosto serio, luminoso e cupo allo stesso tempo, un mix di rococò e sofferenza, "rococò e paura"; o il mica tanto ironico elogio della scissione, della frattura: "Il mondo è spaccato, evviva il dualismo! E se non possiamo eliminarlo, lodiamolo!". Federico Italiano