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Aldo Nove

Editore: Bompiani
Anno edizione: 2014
Pagine: 294 p. , Brossura
  • EAN: 9788845275517
  Riassumere efficacemente e in poche righe il romanzo Tutta la luce del mondo, ultima fatica di Aldo Nove, è impresa niente affatto ovvia. Uscito per Bompiani nella collana "Narratori italiani", il romanzo dello scrittore lombardo "pecca" forse in tempismo, finendo impantanato in un filone di pubblicazioni che narrano le vicende di san Francesco, e che spesso (anche sulla scia dell'elezione al soglio pontificio di Mario Bergoglio "qui sibi nomen imposuit Franciscum")finiscono per riproporre una visione ufficiale del santo di Assisi. Ciononostante, proprio questa sua vicinanza cronologica ha l'effetto sperato di accentuare la distanza tra la figura nazionalpopolare del Santo, come viene dai più riproposta, e le vicende dell'uomo eccezionale raccontato da Nove. Come suggerisce il sottotitolo, è questo il "romanzo di San Francesco" e di romanzo indubbiamente si tratta laddove i confini tra finzione e realtà sono ancora una volta amabilmente confusi e intrecciati. Un'ingrata sinossi lo descriverebbe come la storia di Francesco, della sua incomprensibile e straordinaria scelta di vita e della sua Regola rivoluzionaria, vista attraverso gli occhi del giovane nipote Piccardo e l'interesse indiscreto e intimo di quest'ultimo per la figura fuori dal comune di suo zio, che lo porta in viaggio (un viaggio che è di fuga e di conoscenza) alla ricerca di quest'uomo così difficile da decifrare. "Dicevano che era un santo. Piccardo non sapeva cosa esattamente fosse un santo, ma sapeva che suo zio lo era, anche perché lo dicevano tutti, e già altri prima di lui lo erano stati, e sapeva che venivano tutti rapiti, loro, i santi, in una perfezione che fa paura e consola, e che poi spiegano in chiesa, e attorno al fuoco si racconta (...). E tutti fanno i miracoli, dicevano. Ma a casa sua non se ne parlava. Ovunque se ne parlava, ma non a casa sua". Sono naturalmente diversi gli spunti che offre questo denso eppur vivace romanzo, scritto con evidente e prorompente entusiasmo e con una buona dose di leggerezza espressiva, frutto di lenta e consapevole digestione della tradizione letteraria e di un approccio mimetico con i testi dell'epoca. Tra i temi più rilevanti del romanzo, è stato sicuramente il medioevo sapientemente affrescato da Nove ad attirare maggiormente l'attenzione dei critici e dei primi lettori, la sua sensibilità per la storia, ma soprattutto la filosofia e la morale medievali; attenzione che è evidente sin dalle prime righe: "Nel medioevo tutto era stupendo. E c'erano i miracoli, e le cose non erano semplicemente cose, e l'acqua non era acqua solamente, e il cielo era un po' più del cielo. Tutto recava il segno d'antiche battaglie, il male e il bene andavano alla guerra, c'era un torneo infinito che le stelle guardavano dall'alto dei cieli, che sapevano i segreti oscuri delle persone, i loro cuori erano libri aperti. E ovunque demoni, e santi e strane apparizioni portavano esempio di un mondo a venire. E sempre tutto stava per finire, e ogni giorni da capo incominciava come se fosse per la prima volta...". Eppure credo che le osservazioni sul medioevo di Nove andrebbero ribaltate. Se è vero da un lato che il medioevo che egli descrive non è solamente un'ambientazione piatta, ma che la densità che esso esprime interagisce coi personaggi e con la scrittura stessa, è tuttavia qualcosa in particolare di quel medioevo ad aver colpito Nove. Non si tratta, o non si tratta esclusivamente, di un tentativo di ricostruire una forma mentis medievale che sia funzionale ai personaggi o di storicizzare, a beneficio di noi contemporanei, una distanza in sensibilità e immaginazione, come nemmeno si tratta di riproporre fedelmente il medioevo dei dogmi cattolici e dei movimenti ereticali. Ciò che del medioevo sembra affascinare realmente Nove è la sua paradossale attualità. Superato l'anno Mille e i millenarismi e ridefiniti numerosi equilibri economici, politici e culturali, con la crisi del feudalesimo, il sorgere dei Comuni e l'organizzarsi di una proto-borghesia urbana, si assiste alla fine di un mondo e al profilarsi indefinito e incerto di un futuro. Il medioevo, nel senso tecnico di età di mezzo, di Nove si situa dunque nell'oggi, nel processo di ridefinizione dei valori e di crisi dei nuovi dogmi (dell'economia e della finanza), che è anche crisi dell'immaginazione, determinata dall'illusione della disponibilità sterminata delle informazioni sul mondo (nel medioevo «soprattutto c'erano i miracoli: "Esattamente come ora c'è Google") che si rovescia in "allucinazione", illusione telematica di padroneggiare gli strumenti e le distanze, di poter sopperire alla mancanza e alla caducità. È la ricerca sul presente ad aver condotto Nove al medioevo e a san Francesco, e non viceversa, il tentativo di interrogarsi sul suo tempo cercando un parallelismo tra la dissolvenza di quella rete fitta di simboli, iper-testo che "tutti sapevano leggere", e l'incomunicabilità contemporanea, l'incapacità di decifrare il presente e di liberarsi delle algide e atomizzanti sovrastrutture per ritornare alla luce.     Francesco Bratos  

Aldo Nove ripercorre le tappe di un'esistenza che attraverso i secoli non smette di stupire, quella di un santo che ha reinventato la vita.

Nato da una ricca famiglia di mercanti, incerto se essere un commerciante di successo o un cavaliere alla ricerca della fama mondana, Francesco di Bernardone vive con radicalità la sua condizione di uomo, fino a compierla del tutto, trasfigurandosi in un canto universale. Francesco di Bernardone è un bambino che scopre ogni giorno il mondo, un mondo che è segno di una realtà più alta ma immediata: la realtà dello slancio dei fiori verso il sole, e della luce del sole che discende su tutte le creature. Come un equilibrista tra terra e cielo, san Francesco ha attraversato i secoli incarnando il più alto ideale umano nella concretezza del quotidiano, senza paura di scontrarsi con l'ottusità del mondo. Con un linguaggio semplice e volutamente infantile, Aldo Nove ripercorre le tappe di un'esistenza che attraverso i secoli non smette di stupire, di sconcertare ed esaltare chiunque sappia andare al cuore dello scandalo di una purezza assoluta, quella di un santo che ha reinventato la vita.

Recensioni dei clienti

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    Gianluca Garrapa

    09/07/2015 13.00.23

    Bisogna raggiungere una purezza d'animo e tornare bambini o apparire a se stessi come santi e lasciarsi catturare dalla scrittura di Nove. Tutto è uno, il Medioevo è un immenso e accorato ologramma, una sinestesia, un abbraccio cosmico e una metonimia continua, ogni cosa è metafora e le metafore sono pane quotidiano, le cose stesse. La rinuncia al secolo di Francesco e l'amore immenso con cui abbracciò tutto il Mondo e poi anche il bacio ai lebbrosi e anche la solitudine e l'incomprensione e anche i seguaci che hanno, spesso, travisato la regola, e poi l'incontro con Chiara: il loro Amore è vero amore, scambio di reciproche mancanze, che non chiede corpi e vuole Tutto. Il carcere di Francesco e gli amici e poi nemici e poi seguaci: Bernardo, il primo. Con lui ha conosciuto il mondo dei banchetti e delle ubriachezze e delle sventurate lotte faziose e lui sarà il primo a lasciare tutto e seguirlo e a raccogliere da terra i ciuffi dei capelli di Chiara quando ella fuggirà per raggiungere colui che era e sarà il suo sposo, Colui che era e sarà il suo sposo. Ma anche Francesco ha schifato i poveri e ha guerreggiato e ha conosciuto l'istinto bestiale e effimero negli occhi delle femmine, e pure Francesco poi si è denudato e adesso lo odia la sua famiglia, lo odia perché è scemo e scandaloso, si lascia picchiare e ringrazia del dono, gioca coi porci e sguazza nel fango e ritorna ubbidiente dal papa Innocenzo III. Ma pure Francesco è un bambino e il gioco del Mondo lo ha preso e nel suo cuore palpita la vera Grandezza e ha incontrato un Serafino e poi ha ricevuto le stimmate e vive tra i topi e gli animali cattivi che non sono captivi, non sono prigionieri, vive tra i monti della Verna, accudito dal suo fedele Frate Leone che ne canta le gesta, le incomprensibili azioni di un folle che nella follia ci mette tanta passione e lucidità.

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    ant

    19/02/2015 12.32.19

    Un libro che fondamentalmente è la storia di S.Francesco, ma quello che mi ha più colpito è la capacità dell'autore di narrare il contesto medioevale, in cui si svolge la trama, in un modo fluido, nuovo e innovativo. Il periodo medioevale ci è sempre stato raccontato come un momento storico buio, cupo, con ideali gretti e persone abbruttite; in questo libro però, così come dice il titolo, c'è una luce diversa che è quella della semplicità e dell'umiltà di Francesco, che avvolge tutto e rende la lettura gradevole e particolare. Innovativa anche la figura di Piccardo, nipote di Francesco, che si mette sulle tracce dello zio per incontarlo e poter dialogare; belle quindi anche le digressioni a riguardo della crescita interiore del nipote del Santo, che esalta la qualità di Francesco indirettamente. Per concludere un passaggio in cui Francesco dà la sua opinione...sul male: ""Il male è debole. Per quello, come un gatto spaventato da un cane, arruffa il pelo e si finge più grosso e soffia forte. Perché sa di essere piccolo. Ma proprio per questo è pericoloso. Perché non ha nulla da perdere. Ha già perso, da sempre. Ed è pronto ad attaccarti alla gola. E' pronto a uccidere. Ma può soltanto ferire e uccidere e poi a sua volta perire"".. Singolare

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    clara lunardelli

    14/06/2014 11.05.54

    Questo romanzo sulla vita del santo di Assisi ho voluto leggerlo per la curiosità con la quale nel sito i commentatori ne hanno parlato. In effetti, all'inizio sembrava un po' troppo stucchevole, poi, si è dipanato in una storia leggera, forse forzatamente poetica, ma bella, di una vita. Una vita semplice e che nella semplicità ha cercato di dirsi. Ci sono stralci che riassumono profonde verità, dette con poche illuminate, piccole parole. Dunque forse è un romanzo sulla semplicità delle parole, sulla loro capacità di essere ancora verità e non solo oggetti per farsi comprendere. Il libro insegna allora che le parole vanno dette con cura, rispettando ed esaltando il loro senso e la forza con la quale sanno trasformare il mondo e la nostra vita. Merito di Francesco anche questo, sua lezione e in sua memoria.

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    Gab

    04/04/2014 14.32.20

    Un romanzo eccellente. Nove non e' mai mediocre, sia che narri dei piu' infimi territori dell'animo umano, sia che, come in "Tutta la luce del mondo", racconti la umile ma proverbiale vita di un animo fra i piu' nobili della storia, quale Francesco Bernardone.

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    Fosco Petrucciani

    31/03/2014 19.25.40

    Aldo Nove si conferma interprete della contemporaneità con autonomia, raffinatezza, entusiasmo speculativo, e rispetto del lettore e del suo tempo. Proprio ora e proprio qui.

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    Marina Sinopoli

    31/03/2014 10.55.09

    Questo è un romanzo splendido! Da anni non si leggeva un romanzo del genere scritto da un italiano, sta al livello di Franzen o Enard o Pelevin, è un romanzo a cui l'Italia sta stretta. Seguo Aldo Nove da sempre, la sua poesia è stata pubblicata anche in forma narrativa, ma è poesia. In "Tutta la luce del mondo" non c'è soltanto poesia, perché qui viene costruito un universo, fatto di moltissimi immaginari, legati di certo a San Francesco, ma soprattutto a un'idea dell'antropologia che disseziona e mette in ridicolo l'idea che esista la Storia. L'amore tra Francesco e Chiara, investito di luce, viene riassunto in poche righe decisive e dà l'idea dell'operazione di Nove, che è stravolgere il romanzo storico e anche il romanzo in sè. Andrebbe recitato a voce alta, spero che Bompiani vorrà fare l'audiolibro. Non è da tutti i giorni incontrare un linguaggio del genere. E' persuasivo e seducente....

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    daniele fonseca

    25/03/2014 14.00.40

    Libro inutile, irritante, stucchevole e poco informato. Una forzatura di tipo esclusivamente commerciale per sfruttare l'effimero, ma sempre più lontano, successo dell'autore. "Tutta la luce del mondo" tramuta, con una ispirazione fasulla, la pietas che un tempo emergeva tra la forma e il carattere dell'universo contemporaneo costituito da merci, solitudini, smercio di dolori e qualche grammo di compassione, in una operazione furba e irriguardosa nei confronti di lettori per lo più giovani, che fecero, e forse in parte ancora fanno, di Nove un piccolo autore di culto. Iniziato con "La vita oscena" e confermato in quest'ultima inutile opera, il rapido declino di uno scrittore che appariva inizialmente non privo di spunti interessanti. Aldo Nove come scrittore non ha più nulla da dire. Non può dire nulla ai lettori culturalmente attrezzati ed è troppo distante dalle nuove generazioni, che parlano linguaggi e seguono mitologie sulle quali Nove non è riuscito a sintonizzarsi. Probabilmente sarebbe un ottimo autore di testi per la pubblicità.

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