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Michele Mari

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2002
Pagine: 276 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806162757

Decidere di cominciare un romanzo con i ricordi evocati da una madeleine è certamente una bella sfida, e non si può non ammirare Michele Mari per averla vinta. Il suo nuovo libro parte proprio dalla madeleine, o per dir meglio dalla sua imitazione in plastica, che campeggia nella prima sala del museo di Illiers, la mitica Combray della Recherche. La gran macchina sgangherata e folle del romanzo nasce tutta da qui, dal senso di vertigine provocato dall'oggetto finto che ne imita un altro, celeberrimo, ma che non esiste da nessuna parte, se non nelle pagine d'un libro. L'ossessione della letteratura come feticcio, della sua materializzazione in oggetti tangibili e all'occasione museificabili, è la molla che spinge il protagonista ad aggirarsi senza requie per le vie di Parigi; ironicamente, quel protagonista non è altri che Walter Benjamin, colui che rifletté sul destino dell'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, e che può ben essere considerato, oggi, un feticcio egli stesso, visto che oltre a essere citato dovunque gli è già toccato più di una volta diventare protagonista di romanzi altrui.

Ma è un Benjamin immerso nel puro delirio quello messo in scena da Mari. Il romanzo si colloca nell'intersezione fra il reale e l'immaginario, fra il qui-e-ora e il flusso del tempo così come lo vede l'occhio di Dio, per cui i morti possono apparire ai vivi e raccontar loro il futuro. Il paradosso di fondo è che proprio quando la realtà tangibile sprofonda nell'irrealtà, la follia dei protagonisti si manifesta nel voler rendere materiali i simboli della letteratura: ecco allora Benjamin, ebbro di desiderio, acquistare dalla portinaia di Baudelaire il vaso con i fiori del male, e da un nano misterioso addirittura i tre puntini che sono il marchio di fabbrica dello stile di Céline, comodamente chiusi in una scatoletta ("Ma certo che sono loro! I tre puntini! La più grande invenzione del secolo! Per quel che riguarda la letteratura s'intende, ci si vuol mica allargare!").

L'ossessione di Benjamin per i feticci letterari s'incrocia con la caccia alle coincidenze, che Mari affida a uno storico e più precisamente, giacché il romanzo si svolge a Parigi nel 1936, a Marc Bloch; anche se chiunque abbia familiarità con l'aspetto fisico e la posizione sociale del famoso medievista stenterà a riconoscerlo nel bohémien alcolizzato immaginato da Mari, che abita in una soffitta e passa il tempo nei bistrot. La trama fittissima delle coincidenze che ossessionano Bloch disvela a poco a poco un'oscura congiura di forze maligne, scandita dalla presenza d'infausti nani, e che si manifesta attraverso una sequela spaventevole di incidenti e di suicidi; a caderne vittima sono scrittori, filosofi e artisti, nonché, bizzarramente, i maggiori industriali dell'automobile. Chi non è spinto al suicidio è sostituito da un golem ubbidiente, come l'Heidegger che si fa vedere in pubblico con la svastica all'occhiello ("voglio credere piuttosto che quello che ho visto fosse un Golem, e che dal 1933 il vero Heidegger sia sepolto in qualche orto di Friburgo con un buco nel cranio..."). Contro il male metafisico l'unica arma efficace, come la kryptonite di Superman, è il ferro: l'elemento, cioè, più concreto e materiale che ci sia, inteso però qui come forza positiva, che dissolve le tenebre, purché si faccia in tempo ad aggrapparvisi; di qui, ovviamente, la funzione salvifica dei passages e delle gares parigine, e soprattutto della Tour Eiffel, che domina fin nel titolo del romanzo, con la sua immensa mole di putrelle e bulloni.

Com'è noto, fra il sublime e il kitsch c'è soltanto un capello; e le pagine di Mari non sfuggono a questa maledizione. Troppe volte a momenti di puro piacere e scintillante intelligenza succede la sazietà delle infinite enumerazioni ("Certo, c'erano sempre Adorno e Horkheimer che appena potevano gli spedivano qualcosa, e anche fra i suoi conoscenti parigini non mancavano le persone generose come Cocteau, come Eluard, come Braque, ma da qualche tempo anche loro, sull'esempio di Picasso, avevano incominciato a farsi diffidenti", ecc. ecc.). Il succedersi delle coincidenze, tutte autentiche e rilevate dalla cronaca, rischia di girare a vuoto, anche se qualche volta produce effetti vertiginosi: come la parata spettrale degli scrittori e degli artisti suicidatisi negli anni della persecuzione nazista, conclusa a sorpresa dall'apparizione d'uno sprezzante Drieu la Rochelle che "non riesce a superare la delusione di esser finito in mezzo a noi". Le strizzate d'occhio letterarie sono spesso divertenti, come quando uno dei nani, vedendo correre sul muro uno scarafaggio, lo saluta con un "Oh Gregor!"; ma se nelle due pagine successive si continua a parlare di questo Gregor e si accenna agli scritti di un certo Kafka, lo scherzo finisce per perdere di sale.

In questo libro che è tutto un divagazione sulla letteratura, le pagine più memorabili sono brani di vita immaginaria di grandi scrittori: l'incontro di Gadda con un balilla romano, ennesima incarnazione del nano malefico, che gli estorce cinquanta lire per suggerirgli l'idea portante della Cognizione del dolore; o la conversazione notturna di Thomas Mann con l'ombra del figlio Klaus che si è appena suicidato; o ancora le poche righe, fulminanti, sulla morte di Pirandello. Queste, e altre pagine, bastano da sole a giustificare il libro. E tuttavia, chi volesse far cambiare idea a quei critici che insistono a dare del postmoderno un giudizio negativo, perché ne colgono esclusivamente la chiave ludica, farebbe meglio a partire da un altro romanzo.

Recensioni dei clienti

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    Sergio Sozi

    20/09/2014 17.28.54

    Mi sono espresso altrove su Internet con una recensione di cinque pagine, tuttavia mi sembra il caso di illustrare anche qui, almeno in sintesi, i punti cardinali della mia analisi del testo: 1) Arco drammaturgico che perde attrattiva gia' a partire da pagina cento; 2) Eccesso di forzature retorico-fantastiche; 3) Autocompiacimento fin troppo evidente nei dialoghi iperbolicamente ed estenuantemente libreschi; 4) Poco peso agli aspetti profondi della letteratura che - pur presenti, ovvero accennati - vengono acquisiti solo in funzione estetico-oleografica; 5) Artificiosita' del meccanismo narrativo complessivo; 6) Buoni i passi relativi alla topografia fantastica e (semi)reale di Parigi; 7) Buono, ma solo in potenza, l'intento dell'Autore di rendere onore ai migliori nomi della letteratura e dell'arte europea in genere; 8) In una certa qual misura, efficace e accattivante la scelta terminologica, l'andamento ritmico della prosa e le figure retoriche. Ma in svariati punti, a far da contraltare, vi sono passi, soprattutto nei dialoghi, di rara staticita' - diremmo maniacale per la coazione a ripetere di alcuni leit motiv come il ferro, i nani e i suicidi degli artisti. 9) Ottime le ultime trenta pagine, finale incluso. Ma non basta.

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    Roberto

    24/04/2007 02.45.30

    Mi ritengo fortunato nell'essermi imbattuto, lungo il mio cammino di lettore, in Michele Mari e nella sua capacità "magica" di scrivere. Al di là del suo stile unico, la sua invidiabile erudizione, il suo immenso bagaglio culturale con cui arrichisce i suoi romanzi, stupisce di questo autore la sua innegabile capacità di divertire, far sorridere se non addirittura ridere il lettore accompagnandolo per mano durante la lettura. Leggere "Tutto il Ferro della Torre Eiffel" con le sue citazioni esplicite, sottintese, a volte anche un pò criptiche mi ha fatto rinascere una voglia sopita, simile a quelle curiosità che vivevo da bambino davanti alle prime scoperte della vita...cioè la voglia, trasformata in esigenza, di documentarmi sulle variegatissime opere citate nel romanzo per approfondire la ricerca sui personaggi più o meno importanti citati nelle opere stesse e sui grandi autori che queste opere, nel senso più elevato del termine, hanno creato. Mi chiedo che cosa si possa voler di più da un libro...

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    daniele panebarco

    25/12/2006 18.28.03

    bellissimo

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    Daniela Tagliaferri

    01/02/2006 09.12.30

    Lo sto leggendo e devo dire che mi piace tantissimo, finalmente un libro intelligente che stimola il lettore ad approfondire le proprie conoscenze. Lo leggo come una caccia al tesoro! Sono coriosa di vedere come finirà. Daniela T.

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    Vittorio Caffè

    13/12/2004 22.15.10

    Mah, io tutte queste lamentazioni sul libresco e il letterario mica le capisco tanto. Certo, i libri sono fatti anche di altri libri. E allora? Dov'è il problema? L'importante è che non siano fatti solo di altri libri. E questo di Mari non è solo un abile pastiche, non è solo un divertimento di un erudito che vuole affastellare nomi, storie, posti e oggetti: no, cari miei, è un libro in carne ed ossa che gronda sangue. La scena finale, che devo tacere perché a suo modo questo libro ha anche la sua suspense, attesta che non siamo davanti a un giochetto intellettualistico, ma a un'anatomia profonda del disastro dal quale l'Europa ancora stenta a riprendersi. E aggiungo che se questo libro fosse arrivato in traduzione magari dagli Stati Uniti, staremmo urlando al capolavoro della letteratura postmoderna. Ehh, nemo propheta in patriam, dicevano i latini (scusate se magari ho sbagliato qualche declinazione...).

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    matteo

    19/03/2004 17.09.23

    la storia purtroppo rimane pretesto, ogni svolta della vicenda, ogni apparizione e personaggio, risultano poco delineati, irreali, irrelati, sfocati quali ombre della realtà letteraria cui rimandano e non per desiderio di surrealtà, per voluto effetto di farsa, di puppenspiel, ma per quell'eccesso d'amore per il raccontato che soffoca il racconto, che ricorda la parte finale di 'tuo è il regno', laddove estévez scivola lungo la medesima china per dover esprimere il suo intrattenibile amore per la letteratura francese, rovinando un racconto fin lì accettabile, seppur lievemente in faticosa salita. il romanzo di mari è tuttavia godibile, pur rimanendo più anedottico che romanzesco, l'amore che voleva esprimere l'ha espresso senza farci innamorare.

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    zorro

    15/12/2003 16.18.17

    Putroppo il gioco è quanti riferimenti letterari si riconoscono. Ci si imbaldanzisce, ci si illude di appartenere ad una setta o quantomeno a un'èlite, ma alla fine non rimane granchè.

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    FANNY PERETTELLI

    24/11/2003 13.06.57

    no, non ci siamo. Troppa letteratura. Libresco.

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    il latinese

    12/04/2003 12.45.07

    Altro che Baricco. Questo è il vero scrittore che abbiamo in Italia adesso. Lo scrittore che ha idee, ha stile, ha peso e passione. Lo scrittore che ha qualcosa da raccontare e sa anche come farlo. I suoi libri me li divoro; questo come Tu, sanguinosa infanzia. E ora che hanno ristampato uno dei precedenti che non si trovava più, corro a comprarmelo. Certo che Michele Mari non lo inviteranno a Porta a porta, o non condurrà un programma in televisione; ma per fortuna! Così non perde tempo in scempiaggini e continua a scrivere questi libri meravigliosi. Con i puntini di Céline e i balocchi di Benjamin. Mari è un buon motivo per cui quest'Italia sfigata merita di continuare a esistere. Altro che Baricco.

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