L' uomo sentimentale

Javier Marías

Traduttore: G. Felici
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2000
In commercio dal: 2 febbraio 2000
Pagine: 153 p.
  • EAN: 9788806147068
pagabile con 18App pagabile con Carta del Docente

Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente

Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:
Disponibile anche in altri formati:

€ 11,42

€ 13,43

Risparmi € 2,01 (15%)

Venduto e spedito da IBS

11 punti Premium

Attualmente non disponibile
Leggi qui l'informativa sulla privacy
Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile
 
 
 

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    misselisabethbennet

    27/05/2015 21:22:03

    .. leggere libri di javier marias è una terapia contro tutta la spazzatura letteraria da cui siamo circondati... uno dei pochi autori di cui vale la pena leggere tutto ma davvero tutto... nessun libro di delude, nessun personaggio delude e la sua scrittura non ha pari......

  • User Icon

    star63

    12/09/2011 09:58:28

    Lo stile di Marias non si smentisce.Bel libro, ma non a livello di "domani nella battaglia?"

  • User Icon

    Cinzia

    18/02/2001 17:30:43

    E' inesprimilbile la gioia di leggere libri così!

  • User Icon

    matilde

    19/03/2000 11:45:50

    Da un viaggio in treno a una camera d'albergo. Il racconto di quattro anni di vita in una giornata che ha il tempo della veglia e il ritmo del sogno. "Ho letto una volta in un libro di un tedesco - scrive Marías - che le persone che non fanno colazione desiderano evitare il contatto del giorno e non entrare in esso (...) ho deciso di non fare colazione questa mattina nella speranza di poter raccontare entrambe le cose, quel che è accaduto e il sogno di quel che è accaduto, dato per acquisito il non poterle distinguere". 153 pagine che riconciliano con la letteratura dei tempi moderni. :-)

Vedi tutte le 4 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione


recensioni di Scorpioni Coggiola, V. L'Indice del 2000, n. 06

L'uomo sentimentale precede cronologicamente i testi che hanno dato notorietà internazionale allo spagnolo Javier Marías: Tutte le anime (1989), Un cuore così bianco (1992) e Domani nella battaglia pensa a me (1994), tutti pubblicati in traduzione italiana da Einaudi. In questo romanzo il personaggio-narratore è un cantante lirico alla soglia della fama, conosciuto come il "Leone di Napoli".Sul treno che lo porta a Madrid, sua città natale dove interpreterà una parte di primo piano nell'Otello di Verdi, si trova a osservare con attenzione e curiosità i suoi occasionali compagni di viaggio, due uomini e una donna. Li ritrova nell'hotel madrileno dove è alloggiato; in seguito a un banale incontro al bar con uno dei tre personaggi, viene a sapere che questi è il segretario di un facoltoso banchiere belga, con l'incarico pressoché esclusivo di accompagnare, intrattenere - e sorvegliare - l'affascinante ed enigmatica moglie del magnate, troppo impegnato dai suoi affari. Inizia da qui una progressiva frequentazione tra il cantante e l'inscindibile duo formato da Natalia (la donna annoiata e in cerca di nuove esperienze) e dal suo occhiuto, discreto e silenzioso accompagnatore. Si profila un triangolo amoroso con al centro la misteriosa e sfuggevole donna: da un lato il tenore medita di sottrarla a un marito che suppone prevaricatore e desidera annientare; dall'altro il banchiere è determinato a difendere quella che considera una proprietà regolarmente acquisita.
Assai interessante è la struttura del romanzo. Lo spunto per la memoria è costituito dal racconto di un sogno del personaggio-narratore, che parrebbe in tal modo prendere le distanze dalla realtà vissuta e solo riprodotta dal sogno stesso; l'istanza, tuttavia, è attenuata dalla ricorrente precisione nello stabilire l'esatta sequenza cronologica in cui si sono svolti i fatti. Il presente, in cui il narratore si propone di raccontare il proprio sogno, è scandito - con funzione di marca tempo - dal continuo rimandare il momento della colazione. il passato - oggetto del sogno - è esplicitamente collocato in un tempo risalente a quattro anni prima.
Questo espediente ha diversi effetti.Innanzitutto, il racconto analettico, per quanto riguarda la sostanza degli eventi, appare come filtrato attraverso uno schermo e narrato per approssimazione: lo stesso Marías pospone al testo - come è sua abitudine - un Epilogo, in cui afferma che crede (il corsivo è suo) di poter spiegare la radice di questo modo di procedere, l'amore non si vede e non si vive, bensì si annuncia e si ricorda; è il regno di ciò che potrebbe compiersi e che si risolve in una proiezione immaginaria.
L'inglobamento della "realtà" vissuta nella cornice di un sogno da raccontare, inoltre, ha come conseguenza uno scivolamento nel metaromanzo: proprio in apertura, ad esempio, il narratore dubita dell'opportunità di raccontare i propri sogni, di cui ovviamente non conosce la conclusione, ma che per altro gli paiono "inventivi e molto intensi".
La successione dei capitoli è arbitraria rispetto alla cronologia degli avvenimenti: al primo incontro in treno segue una scena che parrebbe concludere la storia non ancora iniziata; immediatamente dopo, il narratore ci mette al corrente del suo passato privato e professionale, per poi passare a discutere sulla qualità del suo sogno attuale... e così via.
Marías ha dichiarato in varie occasioni che la sua narrazione parte da un'immagine, da un'impressione, e non prestabilisce una trama, né uno scioglimento finale, il quale rappresenta una sorpresa per l'autore stesso. Il racconto è portato avanti "a tentoni", l'invenzione letteraria risponde al senso etimologico di "scoperta"; il lettore, a sua volta, si trova spesso di fronte ad avvenimenti del tutto imprevedibili in base alla porzione di testo già conosciuta.
In complesso, si ha l'impressione che gli eventi cardine della storia vengano accennati quasi per caso, mentre ampio spazio viene dato a ciò che resta incompiuto; tant'è che perfino il capitolo finale apre una serie di interrogativi ai quali non verrà data risposta.
Chi è, infine, il protagonista, l'uomo sentimentale a cui si riferisce il titolo? È il narratore, il cui racconto è aperto dalle virgolette nella prima pagina e chiuso dalle stesse nell'ultima?O è, invece, il banchiere, la cui personalità risulta inafferrabile, egualmente incline alla prevaricazione e alla schiavitù amorosa? La risposta che Marías fornisce nell'Epilogo è ancora una volta ambigua: l'uomo sentimentale è colui che si installa vitalmente nella dimensione immaginaria e unilaterale dell'amore, non chi tenta di trasformare un amore solo anticipato in un amore vissuto. Ma, a ben vedere, nessuno dei due possibili protagonisti risponde in pieno a questa definizione: non il tenore, che conquista la donna e progetta di annientare il rivale; non il banchiere, che ha comprato con il denaro la donna che ama.
Si tratta, nel complesso, di un libro interessante che sa tenere desta l'attenzione del lettore, sorprendendolo con l'imprevedibilità delle situazioni - di cui spesso non possiede la chiave interpretativa -, impegnandolo nella ricerca di una realtà sfuggente e, in ogni caso, incompiuta. E questo malgrado il fatto che la traduzione italiana - non impeccabile - manchi della fluidità e del fascino della prosa originale.


"Sono quattro anni che non penso. Mi si capisca: che non penso a me, l’unica attività mentale, in realtà, cui prima di questi anni ero solito dedicarmi."

Il protagonista del nuovo romanzo dell’ormai celebre scrittore spagnolo, è un cantante lirico, costretto a continui spostamenti per seguire l’itinerario delle tournée. Il paragone con un rappresentante di commercio è magari un po’ triste per un artista, ma appropriato. Come questa figura professionale itinerante, anche il cantante deve spostarsi frequentemente e vaga da un albergo all’altro, cercando di dimenticare il luogo in cui si trova, tentando di “vedere” in ogni nuovo albergo quello precedente per mantenere una certa continuità nella propria disordinata vita. Il lavoro lo impegna tutto l’arco del giorno e di ogni città visitata non conosce quasi nulla, se non le strade che dall’albergo conducono a teatro e viceversa. La sua esistenza è, in sostanza, piuttosto solitaria e ripetitiva, potremmo dire quasi noiosa. L’unico elemento che la riaccende è quello onirico.

Ma è sogno o è realtà quello che il protagonista racconta nelle sue pagine? In totale i personaggi sono pochi, ben delineati. Marías ha doti straordinarie nel descrivere l’animo umano e tutti i sentimenti che l’attraversano. E magistralmente dipinge il ritratto di una coppia stretta da un legame molto particolare, accompagnata da figure minori che ruotano attorno a loro come satelliti. Casualmente si inserisce in questo mondo anche il cantante lirico, incontrato su un treno e rivisto successivamente a Madrid. È lui “l’uomo sentimentale”? È lui che si innamora della donna e che racconta questa storia d’amore; ma qual è il ruolo del marito, eroe tragico in una vicenda dai contorni classici? Quale delle due figure sarà perdente e quale invece si rassegnerà a vivere questo amore come un passato inafferrabile e un futuro imprevedibile? Il racconto è quello di un sogno, sfumato nel ricordo in immagini velate. Marías ricostruisce ogni istante importante di questa storia interiore, raccoglie tutti gli indizi “sentimentali” e li ricompone con l’abilità narrativa sempre presente nei suoi romanzi. Il personaggio femminile, Natalia Manur, è mostrata solo in modo sfumato e appartiene, come Marías stesso ha scritto, “a quella lunga stirpe di donne della finzione che (come Penelope, come Desdemona, come Dulcinea e tante altre di inferiore lignaggio) ci sono e forse non sono: sicuramente le più pericolose”. Quanto è stato “reale” questo amore si comprende soltanto alla fine del romanzo e forse proprio per questa incertezza l’autore ha voluto aggiungere alcune parole in una postfazione dal significativo titolo Quel che non si è compiuto. In essa scrive: “L’uomo sentimentale è una storia d’amore in cui l’amore non si vede né si vive, ma si annuncia e si ricorda”.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

“Non so se raccontarvi i miei sogni. Sono sogni vecchi, passati di moda, più adatti a un adolescente che a un uomo fatto. Sono pieni di dettagli e allo stesso tempo precisi, piuttosto lenti anche se molto colorati, come quelli che potrebbe fare un animo fantasioso ma in fondo semplice, un animo molto ordinato. Sono sogni che finiscono per stancare un po’, perché chi li sogna si sveglia sempre prima della loro conclusione, come se l’impulso onirico si esaurisse nella rappresentazione dei particolari e si disinteressasse del risultato, come se l’attività di sognare fosse l’unica ancora ideale e senza scopo. Non conosco, perciò, la fine dei miei sogni, e può risultare avventato riferirli senza essere in grado di proporre una soluzione né un insegnamento. Ma a me sembrano inventivi e molto intensi. La sola cosa che posso aggiungere a mia discolpa è che scrivo in base alla forma di durata – quel luogo della mia eternità – che mi ha scelto.
Tuttavia, quel che ho sognato questa mattina, quando ormai era giorno, è qualcosa che è accaduto realmente e che accadde a me quando ero un po’ più giovane, o meno anziano di adesso, anche se non è ancora finito. Quattro anni fa viaggiai, a causa del mio lavoro e proprio prima di superare miracolosamente la paura dell’aereo (sono un cantante), numerosissime volte in treno durante un periodo di tempo abbastanza esiguo, in totale circa sei settimane. Quegli spostamenti brevi e continui mi portarono nella parte occidentale del nostro continente, e fu nel penultimo della serie (da Edimburgo a Londra, da Londra a Parigi e da Parigi a Madrid in un giorno e una notte) che vidi per la prima volta i tre volti sognati questa mattina, che sono peraltro gli stessi che hanno occupato parte della mia fantasia, molto del mio ricordo e la mia vita intera (rispettivamente) da allora fino a oggi, o per quattro anni.
La verità è che impiegai molto prima di guardarli, come se qualcosa mi mettesse sull’avviso o io, senza saperlo, volessi ritardare il rischio o la gioia che avrebbe comportato il farlo (ma temo che questa idea appartenga più al mio sogno che alla realtà di allora). Mi ero dedicato a leggere un libro di fatue memorie d’uno scrittore austriaco, ma a un determinato momento, e dato che mi irritava molto (a dire il vero all’alba m’aveva fatto uscire dai gangheri), lo chiusi e, contrariamente a quella che è mia abitudine quando viaggio in treno e dato che non stavo conversando, leggendo, ripassando il mio repertorio né richiamando alla mente fallimenti o successi, non guardai “direttamente” il paesaggio, ma i miei compagni di scompartimento. La donna dormiva, gli uomini erano svegli.
Il primo uomo, lui sì, guardava il paesaggio, seduto proprio di fronte a me, con la voluminosa chioma di capelli canuti e increspati rivolta verso la sua destra e con una mano singolarmente piccola – tanto che non sembrava potesse appartenere a un corpo davvero umano – che accarezzava la guancia con lentezza. Potevo vederne le fattezze soltanto di profilo, ma nell’essenziale ambiguità della sua età – uno di quei fisici un po’ féeriques che danno l’impressione di voler contrastare più del dovuto le pressioni del tempo, come se la minaccia di una morte vicina e la speranza di rimanere fissati per sempre in un’immagine incolume li compensasse dello sforzo – appariva come più che maturo in virtù di quell’abbondante vegetazione brinata che lo coronava e di due fenditure – incisioni legnose in una pelle liscia – che, da entrambi i lati della bocca sfumata e in linea di principio inespressiva, facevano pensare, tuttavia, a una personalità incline a sorridere nel corso dei lustri sia quando era opportuno sia quando non lo era. In quel momento dei suoi anni indefinibili lo si indovinava tranquillo e lo si vedeva insignificante e danaroso, con dei pantaloni eleganti ma un po’ logori e leggermente corti – gli stinchi quasi allo scoperto – e una giacca sgargiante la cui stoffa mescolava troppi colori. Un uomo al quale la ricchezza doveva essere arrivata tardi, pensai; forse un uomo della media impresa, indipendente ma che ha faticato per avere quel che ha. Mancandomi il suo sguardo, che concentrava all’esterno, non avrei saputo dire se si trattava di un individuo vivace o spento (anche se era molto profumato, rivelando una vanità sfiorita ma ancora indomita).