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Daniela Del Boca, Letizia Mencarini, Silvia Pasqua

Editore: Il Mulino
Collana: Contemporanea
Anno edizione: 2012
Pagine: 126 p. , Brossura
  • EAN: 9788815234605
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  I titoli più affascinanti sono spesso criptici e persino fuorvianti. Lo svelto volume di Daniela Del Boca, Letizia Mencarini e Silvia Pasqua ha un titolo forse poco fascinoso, ma che dice tutto sulla tesi portante del libro. Fattore D di Maurizio Ferrera (Mondadori, 2008) presentava una tesi simile: crescita economica e ripresa della natalità richiedono misure che consentano di conciliare lavoro e maternità. Entrambi i volumi condividono la principale motivazione che dovrebbe spingere ad adottare misure più incisive: l'utilità non solo per le donne, ma per l'intero paese. La situazione rilevata da Ferrera era pessima, comprensibilmente vista l'arretratezza delle nostre politiche di conciliazione. Stando al volume di Del Boca, Mencarini e Pasqua, non si sono fatti significativi passi avanti, anzi. Tutti gli indicatori trasmettono segnali negativi. Il tasso di occupazione femminile in Italia è il più basso d'Europa (12 punti in meno della media) e, tra il 2008 e il 2010, è diminuito dell'1,1 per cento. Secondo dati Istat, successivi alla pubblicazione del volume, nel primo trimestre del 2012 rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno si segnala un aumento risibile dello 0,1 per cento (46,9 rispetto a 46,8 per cento). La tenuta si spiega in base a tre fattori: le riforme delle pensioni hanno prodotto una maggiore permanenza delle ultra cinquantenni, l'invecchiamento della popolazione e la carenza di servizi pubblici per gli anziani continua a favorire un incremento delle badanti. Può darsi che qualche effetto l'abbia avuto anche la maggiore pressione delle donne sul mercato del lavoro, nella speranza di compensare un'attuale o potenziale perdita di occupazione dei partner. Il tasso di inattività è diminuito, rispetto all'anno precedente, dal 48,5 al 47,3 per cento. Resta comunque altissimo: quasi la metà delle italiane il lavoro neppure lo cerca. E aumentano quelle che non trovano un'occupazione o la perdono. La disoccupazione femminile è aumentata di più di quella maschile (+1,8 rispetto a +1,4 per cento). Il divario occupazionale tra donne e uomini rimane il più alto d'Europa: 20 punti percentuali. Questo quadro già disastroso si incupisce ulteriormente se consideriamo altri indicatori. Il divario salariale anche a parità di istruzione e di mansione è ampio. Più alto rispetto ai maschi è il numero di giovani donne che né studiano, né lavorano, specialmente nel Mezzogiorno. L'occupazione femminile è più spesso a tempo determinato e precaria rispetto a quella maschile. L'offerta di part-time in Italia resta molto scarsa in confronto ad altri paesi europei e questa è sempre stata considerata una delle principali cause di abbandono del lavoro dopo la maternità. Si registra sì un aumento delle part-timer, che però presenta un aspetto preoccupante: troppo spesso è una scelta forzata. La disoccupazione o la sottoccupazione delle donne italiane lascia loro più tempo ed energie per fare le madri? Questo è uno dei luoghi comuni che il libro vuole sfatare. Insufficienza di reddito e precarietà producono un'insicurezza che mal si concilia con progetti di maternità: non si fanno più figli dove le donne sono meno occupate, anzi. E questo vale sia a livello delle diverse aree nel nostro paese, sia confrontando i paesi europei. Anche in Italia il reddito incentiva la maternità, ma da noi – molto più che altrove – la presenza di figli induce poi ad abbandonare il lavoro. E, altra peculiarità negativa del caso italiano, difficilmente le madri tornano a lavorare. Questo non significa che non vorrebbero restare o tornare al lavoro. Secondo una ricerca riportata nel libro, il 20 per cento delle inattive al Sud e il 18 per cento al Centro lavorerebbero se potessero contare su più robusti supporti di asili e nidi. Va segnalato che il governo Monti, all'interno del Piano per l'inclusione sociale, ha destinato 400 milioni alla costruzione e alla gestione di asili nido al Sud, per favorire non solo più possibilità di lavorare per le ragazze meridionali, particolarmente svantaggiate, ma anche per offrire ai bambini delle zone a rischio di povertà opportunità di diventare poi migliori studenti, e più apprezzati lavoratori. Per venire incontro a queste esigenze le autrici propongono, come fa anche Ferrera nel libro già citato, non solo più nidi, ma anche con orari più lunghi per affrontare le emergenze. Chiara Saraceno, nel suo recente volume Cittadini a metà (pp. 186, € 17, Rizzoli, Milano 2012), suggerisce in generale orari scolastici più in sintonia con le necessità di una famiglia in cui entrambi i coniugi lavorano full-time. Saraceno punta anche su altre misure, ad esempio su sostegni alle famiglie calibrati in base al numero dei figli. Le ricette di Del Boca, Mencarini e Pasqua sono varie e numerose. Ovviamente non si possono esporre tutte. Ne cito solo due interessanti. Smettere di penalizzare le famiglie a doppio reddito. In Italia il secondo reddito in famiglia è tassato il 60 per cento più del primo. L'altra ricetta mira a far assumere e a far guadagnare di più le donne incentivando l'iscrizione a facoltà e corsi universitari che offrono migliori sbocchi. Si tratta di misure già adottate, ad esempio, dalla Regione Toscana e dai Politecnici di Torino e Milano. Le autrici puntano pure sulla dimensione psicologica: aggredire il senso di colpa delle madri lavoratrici. Non è vero che i loro figli siano meno felici dei bimbi delle casalinghe. Una maggiore sicurezza economica produce atmosfere familiari più serene. Inoltre, le madri, molto più dei padri, destinano le risorse aggiuntive ai figli. Quindi Valorizzare le donne conviene convoglia soprattutto il messaggio dell'utilità, ma non ignora l'affermazione del principio di uguaglianza, per grandi e piccoli. L'uguaglianza è ancor più chiaramente il filo conduttore dell'ultimo libro di Saraceno che ricorda non solo, come fanno anche gli altri autori, la differenza nei carichi di lavoro domestico e di cura tra i due sessi, ma denuncia l'aspetto massimo della disuguaglianza, della sopraffazione, riportando dati agghiaccianti sulla violenza e sulla soppressione fisica delle donne. Tutti e tre i libri citati,pur con pesi specifici diversi, coniugano i due argomenti dell'utilità e dell'uguaglianza e più o meno esplicitamente accennano alla maggiore sicurezza economica, alla maggiore capacità di affrontare emergenze da parte delle famiglie a doppio reddito. Partendo dalla dimensione sicurezza proporrei un'altra ragione forte per incrementare l'occupazione femminile: la libertà. Si tratta di un argomento poco originale. Costituiva, infatti, il nucleo argomentativo degli scritti di John Stuart Mill e della sua compagna e poi moglie Harriet Hardy Taylor. La subordinazione culturale ed economica delle donne determina una dipendenza delle mogli dai mariti. È perciò un ostacolo a rompere legami sbagliati, persino quelli caratterizzati da vessazioni e violenze. Ma questo squilibrio di risorse ostacola anche la libertà degli uomini. Se il sostentamento economico della compagna e dei figli dipende solo o soprattutto da loro, avranno minori margini di libertà rispetto ai datori di lavoro, minori possibilità di dissentire politicamente. Si troverebbero – per utilizzare l'immagine di Mill ‒ ad aver dato la propria famiglia in ostaggio alla società. Dunque, la parità di genere conviene per molte valide ragioni. Giovanna Zincone