La vera storia della regina di Biancaneve, dalla selva turingia a Hollywood

Stefano Poggi

Anno edizione: 2007
In commercio dal: 5 settembre 2007
Pagine: 103 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788860301444
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Descrizione
Nel duomo di Naumburg, nella Germania centro-orientale, la statua medioevale di Uta di Ballenstein affascina da secoli i visitatori. Il passaparola tra chi rimane colpito dalla sua altera bellezza già vi aveva ravvisato l'archetipo di uno dei cattivi cinematografici del Novecento: la regina di Biancaneve e i Sette Nani. Era un passaparola ben fondato: molti indizi confermano che proprio Uta di Naumburg è il modello della crudele matrigna di Biancaneve. Questo libro singolare rivela come e perché ciò sia accaduto. Il racconto della trasformazione di Uta in Grimilde diviene così una vera e propria spy story tra Germania e Stati Uniti negli anni che precedono la seconda guerra mondiale: ne sono protagonisti non solo Walt Disney e i suoi collaboratori ma anche Marlene Dietrich, Leni Riefenstahl e il Dottor Gobbels.

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Non sono sicuro che Stefano Poggi abbia inviato questo suo ultimo libro alla Bibliographia Humboldtiana, l'annuario che dà notizia delle pubblicazioni dei borsisti della Alexander von Humboldt-Stiftung, club ambitissimo dai filosofi italiani, che in giovinezza goderono delle generose sovvenzioni dello zio Alex per dotte ricerche in Germania su cose tedeschissime, e che, quando sono particolarmente bravi, come Poggi, continuano a ricevere inviti da quello zio generoso per studiare in santa pace in giugno in Germania, quando le giornate sono lunghe e i consigli di facoltà un fenomeno transalpino. Se non lo ha fatto, lo esorto da queste colonne a farlo, giacché considero La vera storia della Regina di Biancaneve, dalla Selva Turingia a Hollywood uno dei risultati più interessanti e originali tra le ricerche finanziate dallo zio Alex.
La storia è questa. Nell'estate del 1999, visitando il duomo di Naumburg, nella ex Ddr, accadde a Poggi e ai suoi amici, dotti di varie nazionalità, di imbattersi in una evidenza perturbante. La statua gotica raffigurante una bella margravia, Uta degli Askani di Ballenstedt, era precisa identica a Grimhilde, la regina cattiva nella Biancaneve disneyana. Lo stupore fu comune, e visibile, al punto da infastidire la guida, una signorina di una certa età molto in stile Ddr, e non poco infastidita dall'irruzione di Qui Quo Qua nella sua personale Cripta dei Cappuccini. Fine dello stupore. Poggi e i suoi amici ritornarono alla base, che era Gottinga; gli amici ripresero i loro studi sui più disparati aspetti dello scibile. Poggi no, si mise sulle tracce di Grimhilde, avviando, per così dire, il primo contributo di post-colonial studies ambientato in Germania.
Infatti, attraverso ricerche condotte – per intervalla insaniae, è vero, dove l'insania sarebbe l'insegnamento e la ricerca accademica ufficiale –, Poggi è riuscito a ricostruire l'intera storia, che, ridotta all'osso, è questa: il figlio di un immigrato tedesco finito in California, Wolfgang "Woolie" Reitheman (con una enne sola, l'altra la perse emigrando suo padre), che lavorava negli studi di Disney, quando si trattava di trovare la cattiva di Biancaneve suggerì al principale l'immagine di Uta, conosciuta da una sua riproduzione in una serie di libri d'arte popolari che il padre si era portato dall'Europa. Disney nicchiò, ma poco dopo, andando in Europa con il fratello (e procurandosi una grande quantità di libri con riproduzioni d'arte), concluse che era la scelta giusta, e diede il via al processo che ci ha consegnato Grimhilde.
Il tutto con un contorno da spy story, con Goebbels che si infastidisce per il furto dell'icona tedesca, Disney che nel 1935 conosce sul France, di ritorno a New York, Marlene Dietrich e il suo fotografo Paul Horst, nativo di Weissenfels an der Saale, a un tiro di schioppo da Naumburg, di cui spesso visitava il duomo accompagnato dal padre, imbattendosi appunto nella statua di Uta. I nazisti, con mille pretesti, finirono per non far circolare il film in Germania, con tutto che il film era stato celebrato dal "Berliner Morgenpost", e che Goebbels (uso a regalare a Hitler cartoni animati di Disney, che se li guardava la sera nella cancelleria del Reich), reputasse Biancaneve "una grandiosa creazione artistica" nonché (come dargli torto?) "una favola per adulti". Ma la ragion di stato prevalse, e la regina cattiva, insieme ai sette nani e a Biancaneve, fece il suo ingresso in Germania solo nel 1950, quando la buriana era finita da un po'.
Questi i fatti. Ma sotto la storia c'è qualcosa che trascende la narrazione, e tocca il dominio oscuro del Simbolo. Il cortocircuito tra Disney e Hitler, o almeno tra Grimhilde e Uta, ha la potenza di una guerra tra mondi che, sia pure contigui nel tempo e non lontani nello spazio, ci sembrano incomunicanti. Topolino e Auschwitz, Pisolo e il gotico… Si prova una vertigine molto simile a quando, alla Columbia University di New York, scopriamo che ci ha insegnato Lorenzo Da Ponte, cioè il librettista del Don Giovanni di Mozart; e la vertigine cresce quando scopriamo, leggendo le memoria di Da Ponte, che lasciata New York si spinse a Philadelphia, e commerciò con gli indiani: Salisburgo tende la mano a Toro Seduto. Un po' quella vertigine io l'ho provata da bambino quando mio nonno mi disse di aver visto Buffalo Bill a Torino; credei che fosse pazzo, ma era vero: era al circo, il Buffalo Bill's Wild West, nei primi anni del secolo scorso. E sicuramente quella vertigine si ritrova (per citare un autore a cui Poggi ha dedicato un libro) in Proust, quando scopre che il Côté de Guermantes e il Côté de Méséglise, mete di passeggiate che da bambino credeva conducessero a due universi remotissimi, erano invece molto vicini, e congiunti da un breve sentiero.
Accanto al Simbolo universale, c'è tuttavia una circostanza più specifica, quasi di bottega. In effetti, la vertigine di Uta/Grimhilde è ancora più forte per chi, come Poggi, o come me, o come tanti altri, è cresciuto in una filosofia italiana ancora molto germanocentrica, dove il tedesco, assicuravano a Heidegger certi suoi discepoli francesi, era la lingua del pensiero. Per cui, vedere dei negozi con su scritto Andenken richiamava subito al filosofante in viaggio l'inno di Hölderlin, e ancor più il commento di Heidegger, e non il fatto che si trattasse di un negozio di souvenir (Andenken, appunto, nella lingua del pensiero). O sentire al mercato un tizio che chiede a un altro di Aufheben una cassa di ortaggi faceva venire in mente subito la Aufhebung della dialettica hegeliana: conservare e superare un concetto, altro che sollevare le rape. Il fatto poi di trovare così spesso la musica di Wagner nei film di Disney non ci impressionava più di tanto. Cip e Ciop, Topolino, Orazio e Clarabella erano la nostra infanzia, ciò che avevamo superato (ignorando di avere anche conservato, questo lo abbiamo scoperto dopo) incamminandoci per Freiburg, o Heidegger, o Monaco, o Gottinga, ad apprendere la lingua del pensiero. Questa allucinazione negativa deve funzionare anche per i tedeschi, se è vero che, come ricorda Poggi, un eruditissimo comparatista tedesco, autore nel 1998 di un libro su Uta di Naumburg, di cui ricostruisce tutti i miracoli e le metamorfosi, non dice una sola parola sulla Disney Connection, e sì che è nato nel 1967, cioè diciassette anni dopo l'ingresso di Biancaneve in Germania.
Simili circostanze segnalano come a questo punto la pista del Simbolo ci abbia condotti nella zona della Rimozione, dei Totem e dei Tabù. In breve, come in un film di Hitchcock sembra che Poggi scrivendo abbia superato un trauma. Scoprire che Uta e Grimhilde sono la stessa persona, è a questo punto un'agnizione da tragedia greca, o almeno da caso clinico di Freud. E direi che proprio il caso clinico è il genere letterario a cui meglio si attaglia questa narrazione, perché Poggi ci racconta, essenzialmente, la storia di una rimozione collettiva, e di una scoperta personale, e a suo modo sofferta (tornare a Gottinga, sospendere le proprie ricerche programmate per seguire questa pista extravagante non è proprio come dire che il re è nudo, ma ci si avvicina).
Chiudo il libro di Poggi, e mi permetto una glossa extratestuale. Nella tarda primavera di qualche anno fa ero a Lipsia, e mi è parso di rigore spingermi sino a Naumburg, che è poco distante, la città di Uta, ma anche la città dove la famiglia di Nietzsche si è spostata dopo la morte del padre, e la città dove, al pian terreno della casa della madre, Elisabeth, l'antipatica sorella di Fritz, ha messo su la protoforma dell'Archivio Nietzsche, prima di trasferirsi con postumi e bagagli nella più nobile sede di Weimar. Mentre giravo per la cittadina (non brutta, ma talmente angusta da spiegare ogni sorta di fuga e di mania), pensavo alla bizzarra storia della fortuna di Nietzsche. Quando, nel gennaio 1889, Franz Overbeck viene a prenderlo a Torino per portarlo in manicomio, nessuno lo conosce, o quasi. Nelle ultime lettere esaltate, però, si era vantato con la madre di essere famoso a New York, ma millantava alquanto (semplicemente, un tale gli aveva scritto da New York). Quando muore, nel 1900, D'Annunzio gli dedica una poesia di quattrocento versi, brutti, ma segno di una fama ora davvero planetaria, che non ha smesso di crescere. Strana storia, sicuramente triste, e vera. Eppure una storia che sembra la preforma della contaminazione tra Uta e Grimhilde, tra il mondo dei Nibelunghi e quello di Disney, fra la Turingia e la California. Sì, perché Nietzsche a New York non è molto diverso da Uta a Los Angeles. E in entrambi i casi ci sta benissimo. Che Naumburg possegga un qualche genius loci per la fusion?
Come che sia, concluso il mio soggiorno a Lipsia, alla fine del giugno, sono andato, la mattina di una domenica piovosa, all'aeroporto di Lipsia-Halle. Non c'era quasi anima viva, ci si sentiva ancora nel cuore della Ddr, dopo tanti anni. A un certo punto, in sala d'imbarco, alzo gli occhi dal giornale, e vedo, altro notevole caso di fusion, il Poggi, che nel viaggio di ritorno mi ha raccontato a grandi linee la storia di Uta. Mi rendo conto di potere apparire parziale nel dar conto del libro, ma sono convinto che, come ogni vero Simbolo, soprattutto se condito di buon senso e di buon gusto, la vicenda possa catturare tanti altri così come ha catturato me. Maurizio Ferraris