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Wystan Hugh Auden

Traduttore: G. Forti
Editore: Adelphi
Edizione: 17
Anno edizione: 1994
Pagine: 68 p. , Brossura
  • EAN: 9788845911064
AUDEN, WYSTAN HUGH, La verità, vi prego, sull'amore, Adelphi, 1994
AUDEN, WYSTAN HUGH, L'età dell'ansia, il melangolo, 1994
AUDEN, WYSTAN HUGH, Gli irati flutti, o l'iconografia romantica del mare, Fazi, 1995
recensione di Concilio, C., L'Indice 1995, n. 6

"Nell'epoca della notte del mondo l'abisso deve essere riconosciuto e subìto fino in fondo. Ma perché ciò abbia luogo occorre che vi stano coloro che arrivano all'abisso". I poeti. Questa la risposta alla domanda di Holderlin ripresa da Heidegger: "Perché i poeti?". E nessuna definizione che riguardi i poeti o la poesia potrebbe meglio introdurre il lungo poema di Auden, "L'età dell'ansia", pubblicato nel '48; nello stesso anno in cui Orwell ha scritto postdatandolo il romanzo "1984". Più chiaro dovrebbe essere allora di quale notte, di quale abisso e di quale angoscia parli Auden in questo cocente dopoguerra. Abisso come 'Abgrund', luogo della scomparsa del fondamento, e abisso come guerra. E le guerre Auden le ha vissute da vicino: nel '36, in Spagna, tra le file dei repubblicani; nel '38 in Cina con Isherwood a testimoniare la guerra cino-giapponese ("Viaggio in una guerra", SE, 1993).
In questa "egloga barocca", quattro personaggi s'incontrano nel "banale rumore" di un bar. I tre uomini, Quant, Malin ed Emble, sono tutti alle prese con una materia vitrea. Quant non riconosce la propria immagine di "vedovo" vecchio e stanco, nello specchio del bar, come altro sé. Malin, il bicchiere colmo, riesce a "dimenticare la sua divisa dell'Aviazione Canadese" e a "tornare con gioia ai suoi interessi reali". Emble, infine, posa il bicchiere vuoto, e riflette su quel "generale disagio della gioventù" che lo ha portato a indossare una divisa di cui va fiero. Rosetta, unica donna, si accende invece una sigaretta. E chissà se l'opposizione tra queste due sostanze, vetro e fumo, non trovi eco in quei più tardi versi di canzone: "Egli le disse: 'Tu sei una verità nebulosa'; / E lei a lui: 'E tu, una splendida menzogna'". La menzogna del sé, baluginante nello specchio, abbandonato o affidato come una muta di serpente alla divisa; e la verità femminile, velata dal fumo della sigaretta.
Il prologo presenta uomini divisi: Quant che apostrofa il suo alter ego "Mio 'due', mio doppio, mia cara immagine", mentre Malin arriva a denunciare con un linguaggio freudiano ma già lacaniano nel riferimento al "desiderio dell'altro": "L'io è un sogno / Finché il bisogno del prossimo lo crea con un nome". Osservati da Emble, tutti loro paiono: "Lontani, alienati, / Meditano sull'essere fino a che i bar chiudono / I malcontenti... / Tristi inseguitori del Forse... / ... interrogando / Qualcuno che sospirando scompare". Ma l'irruzione del pubblico clamore della radio nel privato dei pensieri, avvicina i quattro a quel "comune mondo" di "grandi massacri e di molto dolore". Come l'intercalare di una preghiera, per quattro volte, i loro silenziosi soliloqui s'accordano coralmente su un'unica riflessione: "Molti sono periti e più periranno", prima che una blasfema formula pubblicitaria li unisca in un colloquio. "E quando concludendo, l'apparecchio disse: 'Comprate un buono. Il sangue salva le vite. / Donate subito. Indicate questa stazione.' / Essi non poterono più a lungo tenere per se questi pensieri, / ma volgendosi l'un verso l'altro sugli alti sgabelli di legno, / fecero conoscenza".
Le Utopie si sono ritirate come un tempo i ghiacciai, lasciandosi dietro cumuli di detriti; uomini in cerca di identità; un'impagabile nostalgia di casa. I quattro personaggi inscenano un nuovo dramma, dal titolo: "Homo Abyssus Occidentalis", erede de "L'Uomo Empirico Economico" postrinascimentale di un precedente lungo poema ("New Year Letter", 1940). L'uomo eliotiano, che compiange gli amici, al sicuro, durante la cerimonia del tè: "A sacrament / of tea and toast", dice Auden citando il verso inverso ("between toast and tea") del "Canto d'amore di J. Alfred Prufrock" di Eliot. E l'abisso della guerra: "Era la notte dei morti". Guerra che come una tempesta si abbatte squassando il vascello dell'io, come dice l'epigrafe alla seconda parte, in cui vengono ripercorse le sette età dell'uomo (il riferimento è a Shakespeare), ricorda Magrelli nella prefazione. Sette, dunque, e non una, sono le età dell'ansia: dall'infanzia "indifesa" della culla, all'adolescenza dei sogni solitari alla terza età dell'amore immaturo.
La quarta età porta la guerra, tempesta che viene da nord e riduce in notte il giorno, quando veniamo derisi dal senzasenso, prima che si avvii l'età della maturità, quando l'uomo "impara a parlare più lento", "meno rude" d'un tempo e appare "uomo / Realmente arrivato, libero alfine / D'ogni basso legame". La sesta età si rimira allo specchio e, dice Malin, "vede / Il genio blaterone di un'epoca imbecille, / Un ricco noioso"; è l'età della seconda infanzia che della prima ha smarrito il sentiero: "Ho perduto la chiave / Del giardino. Com'era verde un tempo". E infine l'età autunnale e pomeridiana della stanchezza, di Quant, rapito dallo sguardo "impaurito" della propria vecchiezza allo specchio, per sfuggire alla quale egli invoca la "ninfa" Rosetta perché si faccia "guida". La vita è pellegrinaggio "il cammino a ritroso alla Casa della Nonna". Viaggio che nella terza parte ripercorre le sette età attraverso un paesaggio purgatoriale di terra desolata - ricorrono gli aggettivi eliotiani 'hollow' e 'waste' - in cui s'insinuano squarci di promesse di paradiso o abissi infernali, perché tale è divenuto quel 'chasm' (abisso) di coleridgiana memoria più volte evocato, che perde qui ogni aura visionaria per farsi realtà esistenziale. La quarta parte è un viaggio verso la casa di Rosetta durante il quale le quattro voci ridivengono una per intonare un canto funebre in onore di uno di quei semidei che pure devono aver salvato uomo e natura dalla barbarie. Troppo stanchi per festeggiare e per confessarselo, i quattro officiano al cospetto di "piccoli dèi", oggetti quotidiani e suppellettili d'arredo, l'unione tra Emble e Rosetta. Ma questa quinta parte è "recita": Rosetta, ora "Regina dell'amore", ora "visibile verbo", delusa, utilizza questo suo potere di parola per una lunga e finale invettiva. Epilogo che è un ritorno a casa per il vecchio Quant; mentre Malin, smessi i panni del poeta-filosofo, torna in caserma.
Meglio che raccontarla è però leggerla quest'opera, nella bella traduzione con testo a fronte e con la guida di Valerio Magrelli, per apprezzarne la sobrietà e il rigore formale, il "camaleontico" andamento metrico, l'audacia di rime interne e enjambement, la semplicità del linguaggio, l'attualità dei temi. Perché "L'età dell'ansia" non è solo un lungo poema, che racchiude le verità della nostra età in aforismi filosofici; è racconto; d'amore e di guerra è canto; diretto da un regista discreto è dramma sull'uomo moderno. Uomo che si guarda allo specchio e, posto "faccia a faccia con la propria pazzia", non si riconosce, perché di fronte ha l'abisso.
Sono state le "Poesie giovanili", pubblicate nell'agosto scorso in Inghilterra a segnare "il ritorno del poeta"; il resto lo si deve forse a un film. Chi ha visto "Quattro matrimoni e un funerale" ricorderà di un momento in cui, dopo le risate, la platea zittisce: "Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono, / fate tacere il cane con un osso succulento, / chiudete i pianoforti... / Lui è morto"; veniva recitata una poesia. Era Auden! Era "Funeral Blues" di Auden, ora incluso nella piccola antologia con testo a fronte edita da Adelphi con introduzione di Josif Brodskij - altro commentatore d'eccezione, che parla di Auden con toni accorati: "Leggete Auden e non ve ne pentirete; e anzi, sì, se si può accettare la morte, è perché lui è morto".
Auden è però anche autore di libretti d'opera, e "Funeral Blues" fu musicata dal compositore Benjamin Britten per "The Ascent of F6" (1936), uno dei lavori teatrali scritti in collaborazione con Isherwood. L'amicizia con Britten avrebbe potuto favorire un connubio simile a quello tra Bertolt Brecht e Kurt Weill, se il musicista ormai famoso non avesse voltato bruscamente le spalle ai circoli artistici del Greenwich Village di New York, dove era stato introdotto da Auden (nato però a York, in Inghilterra, e non a New York, come si legge su qualche risvolto di copertina).
Primo grande poeta postrnodernista, "il più grande poeta inglese di questo secolo" secondo Brodskij, dalla tradizione modernista Auden si è emancipato, perché l'artista "deve combattere contro il proprio passato... contro ciò che nella generazione precedente lo coinvolge di persona, nel caso di un poeta, per esempio, la tradizione poetica e le posizioni teoriche della generazione precedente". Troppo consapevole per patire quell'"Angoscia dell'influenza" di cui parla Harold Bloom (Feltrinelli, 1983), è stato lo stesso Auden, come ricorda Magrelli, a sciogliere il nodo gordiano delle influenze, "ringraziando" in un suo componimento quei "padri" i cui nomi tornano nei saggi sul romanticismo, ora riediti dopo sette anni di indifferenza.
E come dalla conchiglia del sogno di Wordsworth nel cui guscio riverbera il perpetuo e minaccioso rumore del mare, allo stesso modo si rincorrono nel saggio echi delle leggende legate a questo topos. Dal "Marinaio" di Coleridge a Ismaele-Melville, da Ibsen a Verne, da Don Chisciotte a Giona, dai romantici ai simbolisti francesi, le vicende e i personaggi trattati divengono pretesti per riconsiderare il ruolo del poeta nella società. A leggere questi saggi si apprezza infatti tanto il poeta quanto lo studioso; tanto la poesia, "conchiglia" avvicinata all'orecchio per sentire il mare, quanto la filosofia, "pietra" della razionalità, entrambe raccolte e serbate con il tesoro di leggende, di eroi, asceti e poeti, o dannati, in un unico libro.

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    Maurizio

    18/01/2012 09.53.26

    Rileggo dopo anni, tanti anni, queste poesie. Dopo un tempo lunghissimo di vicende tra la vita e la morte. Mi sento come Ulisse sulla spiaggia dei Feaci. Auden aiuta a vivere. Dice Brodskij, che lo introduce: "Anche nei suoi momenti piu' bui Auden vi illumina e vi scalda il cuore. Per quanto il libro sia smilzo, nel chiuderlo sentirete e vi direte non quanto e' grande questo poeta, ma quanto umani siete voi." E' realmente cosi'. Il cantore della "everyday life", della grande vita quotidiana, con parole che - pur splendidamente tradotte nella nostra lingua - pure andrebbero lette nella sua propria. Il piu' grande poeta inglese del XX secolo, sempre sospeso in giro per il mondo e pencolante tra Stati Uniti e Gran Bretagna. "Posa il capo assopito, amore mio/umano sul mio braccio senza fede".

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    Tony Cats

    24/10/2008 17.07.50

    Siamo cresciuti in tanti con queste poesie, mille dichiarazioni d'amore, mille film, mille notti insonni a leggere Auden; questa e' una mini-raccolta di poesie scritte prima della II guerra mondiale, sono un gioiello che bisognerebbe sempre portare con se'

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    Denebola

    12/09/2008 14.21.15

    Queste dieci piccole perle sono quanto di più semplice e al tempo stesso rafinato si possa leggere."Funeral Blues",che già conoscevo,è sempre la mia preferita,ma sono tutte bellissime!Da leggere assolutamente in inglese per cogliere ogni sfumatura di significato e lasciarsi trasportare dalla meravigliosa ritmica.

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    Raffaele

    29/08/2006 11.49.17

    Poesia, pura poesia! ....per rinfrancar lo spirito......!

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    Emiliano

    14/07/2005 04.44.13

    Che meraviglia! "Ninnananna" è una delle più belle poesie che io abbia mai letto.

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