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Un viaggio in Italia - Guido Ceronetti - copertina

Un viaggio in Italia

Guido Ceronetti

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Editore: Einaudi
Collana: Letture Einaudi
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 29 aprile 2014
Pagine: XV-365 p., Brossura
  • EAN: 9788806220419
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Gaia la libraia

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A volte a piedi, a volte in treno, a volte in corriera, sempre con gli scrittori amati nella valigia: cosi Ceronetti viaggiò per l'Italia in un periodo di circa due anni, fra il 1981 e il 1983, ispirato da Giulio Einaudi che aveva intuito sposarsi molto bene la sua indignazione satirica con il resoconto di viaggio. Ceronetti attraversa grandi città e piccole località di provincia, visita piazze, monumenti, musei, ma anche carceri, cimiteri, distretti di polizia, manicomi. Annota i manifesti affissi sui muri, le insegne dei negozi, e denuncia le volgarità che lo feriscono. Ma il libro non è solo un reportage splendidamente fazioso. E anche un taccuino affollato di pensieri, di citazioni, di idiosincrasie. Un'enciclopedia caotica da cui attingere il pensiero di Ceronetti: sempre spiazzante, apocalittico, divertente. Con un'appendice di testi inediti e una nuova prefazione dell'autore.
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    Carlo

    18/04/2018 12:10:38

    Caustico, tagliente, disgustato, a volte così tanto da risultarmi paradossalmente divertente, quello che attraversa l’Italia al principio degli anni ’80 è un Ceronetti sfiduciato sulle sorti nazionali e spietato nei confronti della deriva etica, morale, sociale degli italiani. Allo stesso tempo, da cinico tale a parole ma forse non nell’animo, è capace di momenti di autentica sensibilità nei riguardi della varia umanità incontrata lungo le sue peregrinazioni, sensibilità che non verrà confessata neanche sotto tortura eppure, a mio parere, palmare al lettore attento. Pensieri in libertà, appunti vegetariani, considerazioni provocatorie e mai semplicistiche, opinioni culturali, antropologiche, sociologiche talvolta discutibili talaltra da incorniciare, bellezze artistiche o paesaggistiche tratteggiate in modo suggestivo, il letterario vagare per l’Italia al seguito di una personalità complessa come quella di Ceronetti non sempre è agevole ma l’impressione conclusiva è di aver speso magnificamente il tempo passato in sua compagnia.

    Sarebbe potuto partire dal Languedoc, dall'origine della nostra lingua, dice l'autore. E la lettura di Dante, insieme a quella di Manzoni (e altri), accompagna il pellegrino, il "cane randagio, che abbaia", che redige questo journal, un diario che affastella descrizioni di luoghi (dalle grandi città ai piccoli borghi), riflessioni, aneddoti, dialoghi, squarci di filosofie orientali, suggestioni bibliche e reminiscenze classiche, osservazioni su opere d'arte e il "menù" di frugalissime cene vegetariane. Il tutto, datato maggio 1981 – aprile 1983, è il resoconto del viaggio compiuto su richiesta di Giulio Einaudi che lo pubblica nel 1983: ora riedito con una nuova prefazione, con i Supplementi del 2004 e con Il primo taccuino del 1980. In questo appunto iniziale, finora inedito, leggiamo una frase dai Cahiers di Montesquieu che avrebbe potuto fare da exergo: "Ci sono nazioni dove, per gli uomini, pareva la Natura avesse fatto tutto: eppure essi rifiutano. Posti al di sopra delle altre nazioni, preferiscono stare al di sotto". Il dramma dell'Italia è quello di avere distrutto la bellezza insieme all'idea di stato unitario, uno stato che per Ceronetti non sarebbe dovuto nascere. Il viaggio di Ceronetti è un viaggio nell'Italia sparente, o addirittura già sparita: è un inoltrarsi nell'Italia invisibile, quella che riappare a fatica tra gli scempi, dall'Italsider di Genova e Napoli al petrolchimico di Augusta. Il viaggio spesso riapproda sulle sponde delPo, mobile sineddoche dell'intera penisola: "Il Po di Tolle è generoso, immenso, misterioso, fantastico. Dall'acqua si alzano voci antiche, lontane e pie. Alle spalle ho il terzo scomparto di un trittico di Bosch: la smisurata Centrale Enel di Ca' Dolfin. Sono due silenzi, due misteri paralleli. Il fiume ha le sue voci, la Centrale il suo sibilo triste, di materia condannata. La bellezza del fiume e il brutto massacrante della Centrale l'occhio se vuole li separa: se mi volto su un lato è la luce del fiume, sull'altro è un mistero d'iniquità; una sapienza e un delitto; l'inoltrarsi di un saggio taoista nel proprio vivere e meditare la Via, e l'affannata trepidazione di un idolo crudele per la propria fragilità, protetta da mura e da guardie armate". Dopo poco, il Po finisce in mare, sparendo "in una manica d'illusionista". E qui vengono in soccorso i versi di Dante: "su la marina dove 'l Po discende / per aver pace". Versi assaporati nel loro "sgranarsi musicale" che accompagna il fiume nel mare stesso dell'essere: ma, per il Po, "il suo bisogno di pace è senza termine". L'alternarsi di bello e brutto, che caratterizza il paesaggio e la cultura di questa Italia, tocca le stesse pagine che qui leggiamo. Le parole "alate" del maestro s'intruppano in tirate che qualcuno ha anche considerato "razziste" (pensiamo a quelle che a suo tempo il milanese Guido Almansi ha definito leggende ceronettiane) quando si spingono a descrivere il sud Italia. Qui la "musa satirica" s'incattivisce ancor più: lo scempio post-atomico di Nicastro, in Sicilia, fa "rimpiangere" (sic!) Hiroshima; i napoletani sono tutti deformi (brutti sporchi e cattivi, come in genere i meridionali), e il problema di Napoli (una Napoli che si moltiplica come un bubbone in tutta Italia) non è tanto la camorra, o il terremoto, ma il traffico. Sembra di sentire Paolo Bonacelli, a proposito di Palermo, nel Johnny Stecchino di Benigni; una Palermo che per Ceronetti è priva di sorriso: "Grovigli d'auto, crimini in serie, noia". Non che certe cose non siano vere, tutt'altro (Croce diceva pure che il declino del meridione non era solo opera del malgoverno spagnolo), e Ceronetti non parla meglio del suo Piemonte. Ma se, in una certa parte d'Italia, le malefatte sono da attribuire agli uomini in quanto tali, quelle del Sud sembrano geneticamente dovute a un'antropologica tara mediterranea o orientale (un'Asia che per Ceronetti comincia già al di là di Trieste, anzi, al di qua, assoggettandosi pure l'Italia). E se Giorgio Manganelli, nel suo Cina e altri Orienti, mostra curiosità e simpatia per l'altrove, pur inquadrato dai suoi riconoscibilissimi occhi, Ceronetti rimane raccolto in sé, scrivendo, programmaticamente: "Chiudersi in Dante, viaggiare in Italia con le tendine del treno abbassate". Eppure, c'è quello sguardo che si sa fermare sugli sventurati del Cottolengo, e su chi li assiste, e quella amabilità nello scambiare battute con i ragazzini siciliani. C'è l'incanto di fronte a Ortigia, a Siracusa ("Finalmente l'incubo della nuova Siracusa svanisce ed è il fiore bianco e delicato di Ortigia alta, la piazza del Duomo come un mirabile ricamo… lasciatemi distendere su queste magiche pietre e una mano faccia dondolare la piazza cullandomi, sono stanco"). E a Segesta, nei pressi del grande tempio, annota: "Come già a Vizzini e a Piazza Armerina in primavera, ritrovo le campagne siciliane velate dalla pioggia, un miracolo di bellezza malinconica e pura". L'invisibile si svela (aletheia) nelle parole del maestro.   Enzo Rega
  • Guido Ceronetti Cover

    Guido Ceronetti (1927-2018) è  stato un poeta, filosofo, scrittore, giornalista, traduttore, drammaturgo, teatrante e marionettista. Uomo di straordinaria erudizione e di fine sensibilità umanistica, comincia nel 1945 a lavorare con vari giornali tra cui il quotidiano «La Stampa», la cui prima collaborazione è datata 1972.Nel 1970 da vita al Teatro dei Sensibili allestendo, insieme alla moglie, spettacoli itineranti con le sue "marionette ideofore".Nel 1994 è stato aperto, negli Archivi della Biblioteca Cantonale di Lugano, il fondo Guido Ceronetti, da lui scherzosamente definito "il fondo senza fondo". Esso raccoglie infatti un materiale ricchissimo e vario: opere edite e inedite, manoscritti, quaderni di poesie e traduzioni, lettere, appunti su... Approfondisci
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