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Editore: Mondadori
Collana: Oscar classici
Edizione: 8
Anno edizione: 2001
Formato: Tascabile
Pagine:
  • EAN: 9788804492764

Recensioni dei clienti

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    Calogero

    16/09/2016 23.37.49

    I Vicerè costituisce una lettura quasi obbligata per chi voglia avere un quadro della situazione sociale siciliana avanti l'Unità e al tempo stesso una chiave di lettura del potere e della politica in generale. Sotto questi due profili quest'opera è stata ed è inevitabilmente accostata a "Il gattopardo", per ovvie ragioni; ma i due romanzi differiscono notevolmente su molti piani. Innanzitutto l'impianto delle due opere: I Viceré è ancora un romanzo ottocentesco, ossia policentrico, senza un unico protagonista (protagonista è infatti l'intera famiglia Uzeda coi suoi vari tipi e caratteri pur se accomunati da un'indole definita nella sua malsanità), mentre nel "Gattopardo" domina assolutamente la figura del principe Fabrizio, lucido nella sua consapevolezza del mutamento in corso ma decisamente personaggio novecentesco poichè in crisi esistenziale; ciò che non è Consalvo, il rampollo Uzeda che cavalca "positivisticamente" quello stesso mutamento. Bisogna leggere entrambi i lavori per apprezzare il primo ( I Viceré appunto), non a scapito dell'altro, ma per collocarlo nella giusta luce.

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    Roberto Gondoli

    17/01/2016 19.29.30

    I Viceré è un'opera meravigliosa, una vetta della letteratura italiana contemporanea; la caratterizzazione dei personaggi è degna di Tolstoj; la lucidità dell'analisi politica ci riporta a Voltaire. Molte generazioni di critici letterari, anche contemporanei, sono in debito con questo straordinario scrittore, che non conobbe fama in vita e fu scomodo evidentemente anche da morto.

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    Maurizio Ricci

    30/12/2013 15.35.09

    La mole da "libro-palla" ha la sua importanza: nel decidersi a prendere in mano questo voluminoso tomo, nell'apprestarsi ad una lettura inizialmente non proprio scorrevolissima, si capisce già che ci si dovrà dedicare molto tempo; da qui la comprensibile esigenza, per il lettore medio, che alla fine...ne sia valsa la pena! In questo caso, vi assicuro, ne vale certamente la pena.

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    faffa

    26/09/2012 11.57.45

    Un CAPOLAVORO della letteratura italiana che con maestria fonde le vicende storiche dell'Italia (e della Sicilia) pre e post unitaria e le vicende familiari della progenie dei Vicerè Uzeda di Francalanza che, caduti ormai i Borboni, devono trovare il modo di continuare a fare i loro interessi. E le parole del Duca d'Oragua a tal proposito sono dirette, immediate:"Ora che l'Italia è fatta, bisogna fare gli affari nostri". Un romanzo che, nonostante, la sua mole si legge con piacere, ci si riesce ad immedesimare nei pensieri "cerchiobbottisti" e nei gesti di ogni singolo personaggio che è delineato da De Roberto a tutto tondo a partire da colei che con la sua morte dà l'avvio al romanzo: Donna Teresa Uzeda di Francalanza il cui inusuale testamento dà il là all'autore per introdurre l'eccezionale e "coerente" personaggio di Don Blasco cui è affidata la presentazione dei membri della famiglia Uzeda che assisterà al suo tramonto con la morte del Principe Giacomo. Suo figlio Consalvo è figlio dei tempi che cambiano e il suo obiettivo non è più quello di mettere al mondo un erede maschio, ma è quello di ambire al seggio in Parlamento. Il rapporto tra il principe Giocomo e il figlio Consalvo è emblematico, tragico, doloroso ... ma padre e figlio in realtà non sono poi così tanto diversi: ognuno dei due, a seconda del periodo storico in cui ha vissuto, ha lavorato cerchiobottisticamente per imporre il proprio potere e per godere dei propri privilegi. Infatti, Consalvo, cui spetta la chiusura del romanzo, dice: "la storia è una monotona ripetizione", "le condizioni esteriori mutano", ma "il prestigio della nobiltà non è e non può essere spento". Consalvo, nonostante la sua conveniente posizione politica a Sinistra, si sente un Uzeda, è un Uzeda proprio come il padre Giacomo e per lui "la storia della nostra famiglia è piena di simili conversioni repentine, di simili ostinazioni nel bene e nel male ...", ma "...No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa".

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    marcostraz

    04/07/2012 09.36.01

    Era un libro che volevo leggere da tempo perchè ambientato nella mia città, e che la solita ottusità della scuola italiana che ormai ha i programmi prestampati e adottati passivamente anno dopo anno non ci ha fatto leggere...certo, leggere oggi un libro scritto quasi 120 anni fa è un pò pesante, la scrittura e il ritmo sono molto diversi...la storia è ampia, un interessante affresco dell'Italia che fu ma che a grande linee è ancora oggi (mentitrice, serva del potere, corrotta, litigiosa, voltabandiera in continuazione, opportunista)...

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    baghy

    22/11/2011 15.34.42

    Una sola parola per descrivere questo romanzo: capolavoro. Non riesco proprio a capire come mai questo libro, che combina in maniera mirabile una pagina importante della storia d'Italia con le vicende individuali dei membri dell famiglia Uzeda, non abbia ottenuto il successo che meritava. Si e' tanto parlato di Verga ma devo dire che De Roberto non e' assolutamente da meno. I profili psicologici dei vari personaggi sono stupendi, cosi' come lo e' la descrizione di vizi e debolezze di ciascun individuo. La descrizione delle malversazioni politiche poi non puo' che far riflettere, soprattutto se si guarda ai fatti di oggi. Assolutamente da leggere!

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    P.G.

    26/08/2011 09.30.12

    Inizio subito col dire che "I Viceré" è un capolavoro, incomprensibilmente sottovalutato, per non dire colpevolmente dimenticato. Le ragioni di questa che potremmo definire quasi un'ingiustizia "letteraria" sono diverse, ma cercare di individuarle vorrebbe dire scavare nel contesto storico del tempo, pesantemente condizionato dalle cause e dagli effetti politici della "questione romana" tra Stato e Chiesa. Mi limito soltanto a suggerire la lettura dell'opera di De Roberto, soprattutto a coloro che amano la letteratura "di sostanza", e rifuggono quella "di copertina: potrebbero fare un'esperienza coinvolgente, appassionante e per certi versi educativa.Concludo con un periodo del libro, secondo me illuminante: "Si sgolava come un ciarlatano per vendere la sua pomata". Visto e considerato che, come recita l'autore, "la nostra razza non è degenerata, ma è sempre la stessa", siamo sicuri che Consalvo Uzeda non sia ancora tra di noi?!

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    Olga

    31/08/2010 10.02.38

    Un vero capolavoro e come spesso accade non è universalmente riconosciuto; è un libro appassionanate, i personaggi crescono nel corso dell'opera e rivelano le loro mille sfaccettature catturando l'attenzione del lettore che si ritrova catapultato nella sicilia del risorgimento e dell'unità d'italia. Lo consiglio veramente a tutti!!!

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    frantic

    24/02/2010 19.03.59

    mi sono accostato a questo romanzo con molta curiosità, ma anche con la paura di trovarmi tra le mani un libro "polveroso", ostico, forse noioso. e invece è un capolavoro avvincentissimo. al di là di un'approfondita analisi letteraria (che chiunque saprebbe fare meglio di me), posso dire che è un libro che si legge tutto d'un fiato. superato l'ostacolo delle prime 50 pagine dove ho faticato un po' a ritrovarmi nella selva di nomi, parentele e titoli nobiliari (ma un elenco dei personaggi trovato su wikipedia può aiutare molto) ci si immerge in una saga familiare a tratti addirittura divertentissima. e i riferimenti a un certo modo di fare politica, a certo "gattopardismo" delle classi dirigenti (o forse di noi italiani in generale) ne fanno un romanzo terribilmente attuale.

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    angelo poggio

    11/12/2008 22.50.25

    Probabilmente la critica crociana ha bocciato l'anticlericalismo di questo romanzo permettendo la smisurata fortuna de I Promessi Sposi e la sua imposizione a livello scolastico. Sarebbe ora giunto il momento di rispolverare questo capolavoro e di proporlo in alternativa al testo manzoniano. Pochi sono i Romanzi italiani se per Romanzo si intende un'opera paragonabile alla produzione dei massimi scrittori europei ottocenteschi. La completezza de I Vicerè si deduce dai vari componenti che lo caratterizzano: corposità, storia, amore, conflitti generazionali, vastissima gamma di personaggi descritti con lucidità magistrale. Il tutto in un teatro affascinate quale poteva apparire la Sicilia di metà ottocento. Non devono spaventare le settecento pagine anche se a periodi scorrevoli si alternano spesso momenti di più intensa riflessione. Con molto acume De Roberto, nella parte iniziale dell'opera, usa un personaggio per presentare tutti gli altri: è infatti la voce di zio Blasco che ci introduce i vari componenti della nobile famiglia degli Uzeda.

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    agata

    28/01/2008 20.13.44

    Se avessi letto questo libro a 18 anni, quando me lo suggeriva la mia insegnante di lettere, probabilmente lo avrei cominciato e mai finito. Oggi l’ho divorato per curiosità, per divertimento e per aver conferma del fatto che l’uomo è sempre uguale a se stesso e che riscrive perennemente la stessa storia. La curiosità mi è stata instillata dal recente film attraverso il quale, però, non passa affatto il messaggio di De Roberto. Il divertimento nasce dalla cattiveria e dall’incoerenza più assoluta di quasi tutti i personaggi: sembra l’eterno gioco del bastian contrario! Infine, mirabile è la campagna elettorale di Consalvo e il modo con cui egli giustifica il suo operato alla zia Ferdinanda: ”[…] La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; […] Il nostro dovere, invece di sprezzare le nuove leggi, mi pare quello di servircene!... […] No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa.” E’ sconcertante l’estrema attualità tematica del romanzo: sembra incredibile che sia stato scritto oltre 110 anni fa!!

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    fede

    19/11/2007 21.09.08

    Un capolavoro della letteratura italiana, assolutamente dariscoprire. De Roberto, quasi da veggente, ha impresso sulle pagine della opera maggiore, un cinico quanto realista ritratto della società italiana di allora e di oggi. Politica, religione e quant'altro non sono altri che mezzi per farsi i propri interessi, e quasi tutti i personaggi alla fin fine sono attaccati alla "roba", al potere, tanto da rinunciare ai propri valori pur di appropriarsene. Alcune pagine poi sono davvero esemplari,e la trama, solo all'apparenza complessa, si dipana agilmente, nonostante la lunghezza dell'opera. da segnalare la coincidenza tra la nascita dello stato italiano con il parto di Chiara, un abominio nel senso letterale del termine. Non van dimenticati nemmeno i quadri d'insieme, dalle esequie di Teresa alle fughe da Catania per sfuggire alla furia del colera. Un romanzo da leggere assolutamente per capire quanto noi Italiani nel bene e nel male nel corso di più di 150 anni di storia non siamo cambiati affatto

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    stefano

    06/09/2007 10.03.14

    un esempio di letteratura verista certamente più digeribile delle opere di verga. Probabilmente l'ottica anticlericale e la visione disincantata dell'Italia in formazione, hanno negato a quest'opera il posto che meritava e merita nel panorama della letteratura italiana. Da leggere in abbinata al gattopardo.

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    Antonio Longo

    06/12/2006 16.34.46

    Si tratta di un romanzo fra i più belli della peraltro esigua tradizione narrativa italiana moderna... La trama è articolata e avvincente, quasi da romanzo russo, starei per dire. Quel che distingue De Roberto nel panorama della letteratura italiana dell'Ottocento è una visione assolutamente disincantata della società e delle relazioni interpersonali, che si snoda senza alcun cedimento a retorica o sentimentalismi di sorta. Una prosa scorrevole ma brulla e non priva di ironia dà il tono prevalente alla narrazione. La scarsa fortuna del romanzo è generalmente ascritta al giudizio assai sfavorevole pronunciato da Benedetto Croce, che, come è noto, ha esercitato a lungo un incontrastato imperio sulla cultura italiana. Nondimeno do più credito all'ipotesi che siano piuttosto il suo anticlericalismo e la sua ottica sociopolitica, scettica al punto da non risparmiare neanche l'istituto della famiglia, a destare diffidenza e repulsione, che solo adesso vanno diradandosi. Nel romanzo, letto in controluce, è possibile ravvisare una prospettiva programmaticamente antimanzoniana. In sostanza De Roberto mostra di non credere a Dio, Patria e Famiglia, dèi falsi e bugiardi di una certa retorica, impietosamente smentita e messa a nudo.

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    callettino

    28/11/2006 13.43.05

    è il capolavoro di De Roberto in assoluto, e qui non sono d'accordo con Brancati - studente (nel senso che nella sua tesi di laurea menzionò i Processi Verbali - racconti veristi - quale vero capolavoro). mi fa piacere che chi mi ha preceduto nel commento abbia ricordato che senza I Vicerè, probabilmente non ci sarebbe stato il Gattopardo, ma - aggiungo io - nemmeno altre opere che si sono esplicate sulla stessa scia (per ultimo, La lunga vita di Marianna Ucria della Maraini). Gli odori, i sapori, certi colori, sono eterni, mi senbra di potr dire. ma non dimentichiamoci che in Capuana, nel Marchese di Roccarvedina, era già emerso qualcosa, addirittura un personaggio non fa che ripetersi in questi autori, cito il personaggio un po' fuori di testa che si dedica alla trovatura, che in De Roberto lo vediamo consunto di salute e folle, e in Capuana e lampedusa non meno pittoreschi. personalmente in De Roberto mi è piaciuto il suo lessico colorito, il voler mettere tutto sullo stesso piano, giganteggiando un'ironia che si taglia con il coltello: Don Blasco - il gesuita - mi ha fatto ridere per settimane intere. ma il ritmo narrativo offre una tecnica superba, dove la sicilianità emerge dalla collocazione delle parole più che al gergale. la storia della letteratura è stata davvero ingiusta con De Roberto. De Roberto deve essere rivalutato, e i critici di oggi, dovrebbero rivalutarlo, sennò che si taccia per sempre, mi preme di dire. mi dispiace che stiano realizzando un film sui Vicerè, e lo dico proprio perché De Roberto, i Vicerè, deve necessarimente essere scoperto sui libri, non al cinema. chi vedrà il film senza leggersi un capolavoro letterario, è solo un pigro.

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    Nicola Vendramin

    27/02/2005 13.11.07

    Non aggiungo nulla di nuovo se non che è un libro strtturato magnificamente. La trama è avvincente e nonostante lontano dai noi, per ambientazione, di oltre 150 anni,le sfacettature di questa saga familare sono sempre attuali. Bellissimo

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    AoxomoxoA

    29/10/2003 08.33.47

    Niente da aggiungere rispetto agli altri commenti. Entusiasmante davvero la campagna elettorale del giovane Consalvo. Da rileggere 10, 100 volte. Quella del libretto recapitato a tutte le famiglie elettrici che racconta le imprese ed i pregi del giovane candidato e' una pratica ancora buona (il giovane Consalvo pensa fra se' e se' che forse qualcuno possa giudicarla troppo sfacciata questa manovra, ma poi ci ripensa e ritiene che per ciascuno di questi ci saranno almeno altri 10 o 100 elettori che invece apprezzeranno). Niente da aggiungere: GENIALE.

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    Alessia

    06/10/2003 11.25.24

    ricco e superbo romanzo storico che ho amato leggere cogliendone tutte le sfaccettature di una cultura, quella degli Uzeda, basata sull'opportunismo, l'ipocrisia e la cattiveria di stile. Innumerevoli i personaggi che mi hanno colpito, da Don Blasco, frate blasfemo, al duca Eugenio che elemosina denaro e compensi dove può e come può pur di farsi pubblicare un'opera che nessuno apprezzerà mai, il tanto famigerato fascicolo dell'Araldo sicolo, opera istorico-nobiliare del cavaliere don Eugenio Uzeda di Francalanza e Mirabella, da donna Ferdinanda, alla povera Matilde succube dei tradimenti del marito. Ogni personaggio dovrebbe secondo me, avere una parte importante nella descrizione di questo romanzo, perchè ognuno apporta con il proprio stile di comportamento un contributo autorevole all'opera. Vi lascio un piccolo passo che vede Consalvo e donna Ferdinanda (ormai sul letto di morte) riflettere sulla piccolezza dell'uomo: "... Noi non scegliamo il tempo nel quale veniamo al mondo; lo troviamo com'è e com'è dobbiamo accettarlo. Del resto, se è vero che oggi non si sta molto bene, forse che prima si stava d'incanto?".

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    Bartolomeo Di Monaco

    20/01/2003 21.51.52

    Comincia con il trambusto provocato dalla morte della vecchia e autoritaria principessa Teresa Uzeda il romanzo che seguirà le vicende di questa nobile famiglia siciliana, ricca e rispettata. Teresa Uzeda, in realtà, è colei che ha sposato Consalvo VII, quando lei ne aveva trenta e lui diciannove, e il matrimonio era servito al principe Giacomo XIII, "che spendeva e spandeva regalmente", a rimpinguare le casse quasi vuote della famiglia. Gli Uzeda, infatti, "non avrebbero dato Consalvo VII alla figlia d'un semplice barone contadino, se costei non avesse colmato coi quattrini la distanza che la separava da un discendente dei Viceré." Sono, quindi, gli Uzeda, i Viceré del titolo, di cui facciamo conoscenza con ritratti superbi, in particolare quello del benedettino don Blasco, cognato della defunta, dalla lingua che taglia e cuce, sempre pronto a criticare e a mettere zizzania, non perdonando al padre Giacomo XIII di averlo costretto al convento, e che "aveva seminato figliuoli in tutto il quartiere, e manteneva tre o quattro ganze", tra cui la "Sigaraia" donna Lucia, la preferita. A differenza e a completamento del Verga (del quale assorbe il culto della "roba"), il mondo che viene eletto a soggetto della vicenda è quello dell'aristocrazia meridionale, che vive in antichi palazzi attorniata da molta servitù onorata di trovarvisi a servizio da più generazioni, e dal popolo minuto che ancora le riconosce il diritto e il privilegio di una esistenza superiore. Come ne "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa noi udiamo la cantilena del rosario recitato nella casa del principe Salina, così qui avvertiamo l'odore dei ceri accesi attorno alla bara della defunta, i pianti delle prefiche, la ressa e la curiosità della folla che non può mancare ad un evento così importante. I tempi vengono scanditi lentamente e minutamente sono osservate le vicende. Sono già palesi in queste prime pagine le misure ampie di un affresco poderoso che l'autore si accinge a disegnare per noi, che tramandi il ritratto di una Sicilia che

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    Luciano

    22/02/2002 09.20.42

    Un romanzo bellissimo e grandioso, ambientato nei luoghi e nei tempi del Gattopardo, ma che lo distacca di molte leghe, avendo un tigre nel motore. Questo è il vero Grande Romanzo Italiano, pieno di vita, di pathos, di sangue, di nervi. I Promessi Sposi sono uno sceneggiato televisivo riportato in prosa, ad edificazione delle Lucie di questo mondo.

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